15 dicembre 2016

La Marcia degli Zaini per liberare la strada dai pregiudizi: intervista a Luigi Nacci

el sunto In risposta all'ordinanza comunale antibivacchi, il 21 dicembre si terrà la Marcia degli zaini, organizzata e promossa da Luigi Nacci

«Agire affinché ogni cosa buona diventi bene comune e affinché tutto sia libero per coloro che sono liberi». Così sentenziò, quasi 150 anni fa, Friedrich Nietzsche ne Il viandante e la sua ombra, ultima parte del libro Umano troppo umano, Un libro per spiriti liberi. Il viandante è sempre accompagnato dalla propria ombra, che silenziosa lo segue e che, quando la ragione tace, gli parla. Uno dei grandi meriti di questo pensatore è stato proprio quello di aver messo a nudo i limiti della razionalità, della perfetta ma gelida staticità dell’astrazione rispetto al caldo, instancabile e imprevedibile brulichio della vita. Non che la ragione sia da rifiutare totalmente, sia chiaro: ma affidarsi ciecamente e acriticamente ad essa può portare a risultati che funzionano sulla carta, ma che in pratica mostrano grandi lacune o addirittura si rivelano fallimentari. 

Forse può sembrare eccessivo rifarsi alla filosofia per commentare la recente ordinanza del Comune di Trieste, eppure di buoni motivi, come vedremo, ce ne sono eccome. Si è detto che il nuovo regolamento volesse limitare i bivacchi e l’elemosina dei senzatetto, il tutto per contrastare il degrado cittadino. Quindi la soluzione proposta dalle istituzioni sarebbe quella di spostare il problema nel campo dell’illegalità, multando non solo chi non ha nulla, ma anche coloro che si permettono di offrirgli un piccolo palliativo. Una soluzione evidentemente insufficiente, se non totalmente sbagliata, per risolvere un problema reale che però necessita di ben altri interventi. Anche perché, come è stato giustamente osservato, a bivaccare non sono solo gli immigrati o i senzatetto, ma anche gli studenti o i turisti che, senza essere pressati da impegni lavorativi, trovano la vita un po’ dove gli capita: seduti sugli sgabelli al bar a chiacchierare, sul divano di una libreria a sfogliare dei libri o – per l’appunto – sulla pietra del molo ad ammirare il riflesso del sole sul mare, oppure sulle panchine a studiare, magari fumando una sigaretta. 

Intanto il Tar del Friuli Venezia Giulia si è già preoccupato di bocciare questo provvedimento, che, come è stato giustamente osservato, si addice più a una città-cartolina o a un piccolo borgo svizzero che a una città come Trieste. Imbalsamare la città, dunque, non è e non può essere la soluzione. Tornare a un’ipotetica età dell’oro, dell’ordine assoluto è un piano (forse) perfetto sulla carta, ma poi ci si deve scontrare con la realtà, col quotidiano, con le persone in carne e ossa, che innanzitutto necessitano di essere sensibilizzate e indirizzate, non minacciate. E questo vale per i triestini come per i forestieri, che siano italiani o meno. Il Comune ha preteso e tutt’ora pretende di risolvere il problema vietando e multando, non incentivando e aiutando.

Per rispondere a questa posizione, il 21 dicembre, alle 18.00, partirà dal rione popolare di Largo barriera la Marcia degli zaini, ideata e promossa dallo scrittore, poeta e viandante Luigi Nacci. Non si tratta di una manifestazione o di una protesta; non ci saranno striscioni, cori, clima di tensione, politica, ma cittadinanza e umanità. Citando l’ideatore, questa Marcia «vorrebbe essere una camminata, soltanto una camminata lenta e aperta a tutti, anche a chi cammina male, con le stampelle, su una carrozzella. Lungo i marciapiedi che vanno da Largo Barriera al mare. Non conta quante persone verranno, un gesto del genere non si misura dalla quantità. Se fossimo dieci sarebbe bello ugualmente. Se fosse una camminata silenziosa sarebbe ancora più bello». Basta uno zaino. Un paio di scarpe. E il desiderio di trovarsi e camminare fino al mare, di partecipare non per protestare, ma per far capire che la soluzione va cercata altrove. Per capire meglio la natura e le ragioni di questa particolare marcia abbiamo deciso di intervistare l’ideatore, Luigi Nacci.

Ciao Luigi, cos’è la Marcia degli zaini? Con quale spirito ti avvicini al 21 dicembre? 

La Marcia degli zaini non è una manifestazione, non è un corteo, non un sit-in, non ha appartenenza politica o partitica, non ci sono sigle o bandiere dietro. L’idea è nata sul mio blog, per cui in maniera molto semplice e informale: siccome il 21 dicembre è il giorno del solstizio, ossia quello di passaggio tra una stagione e l’altra, oltre che essere una data sulla quale si è instaurato il Natale, allora mi è sembrato bello camminare in quel momento di passaggio, verso le giornate che si allungano, in un momento positivo.

Perché questa marcia? 

Perché la piega che sta prendendo la città con tutta una serie di disposizioni contro i più deboli che stanno in strada è, secondo me, pericolosa. Si vuole in qualche modo imbrigliare la strada, perché stare su una panchina a “bivaccare”, come dicono, è un gesto naturale. A me questa volontà degli attuali amministratori di rendere la città di nuovo bella, ordinata e pulita spaventa parecchio. Questi amministratori che pretendono di tornare indietro, a quando Trieste è stata bella, ordinata e pulita, in realtà fanno, storicamente, molta confusione: la città in passato è stata sì più ricca e popolosa rispetto ad oggi, ma questo è avvenuto nel disordine più totale, grazie a gente di tutte le lingue e culture che andava e veniva, in mezzo anche a una quantità spropositata di bordelli ad esempio, perché si trattava di una città di marinai e mercanti. Quella era la città ricca, quella in cui tutto avveniva in strada. E allora, se secondo loro per tornare indietro per diventare ricchi e potenti come città bisogna andare verso questa pulizia, vuol dire o che non hanno studiato, o che hanno studiato male, o che fanno finta di non sapere. La città cartolina che si vede nei social network – adesso ci sono gli alberi di Natale con la nave da crociera – tutto questo è polvere negli occhi. Va bene, queste luci di Natale, la nave da crociera e i mercatini portano turisti e fanno felici le persone, ma la domanda è: qual è lo spirito natalizio? Cosa stiamo portando? Solo il consumismo più bieco, non c’è nessuna riflessione su quella che è la dimensione umana reale di questa festività. Tutti i soldi generati da questa cartolina incredibile che è Trieste, perché non li utilizziamo anche per aiutare anche le persone in difficoltà, che dovrebbero essere il punto nodale soprattutto in questo periodo?

D’altro canto, però, alcuni problemi sono evidenti e drammatici. Sono molti i senzatetto e gli immigrati che, non avendo beni né attività nelle quali impegnarsi, sono costretti a richiedere l’elemosina e trovare riparo dove meglio possono. Quali possono essere le soluzioni? 

E’ un problema che non si può risolvere a livello amministrativo-comunale, è un problema grande. Una proposta potrebbe essere quella di promuovere una sorta di ‘Stati generali della povertà’, una specie di organismo permanente che continui tutto l’anno a organizzare incontri, conferenze e attività dove potersi occupare di questo argomento. In realtà sappiamo poco riguardo alla forbice di povertà, a parte quello che ci dice l’ISTAT, ma in realtà ci sono tanti strati dentro la povertà e noi non parliamo di tutto questo. Dire di spostare una persona da una panchina, da un marciapiede, di farla andare via dal centro in modo che i turisti non li vedano non è altro che mettere la sporcizia sotto il tappeto. Come dire: non ci prendiamo il carico di affrontare il problema, l’importante è che questi morti di fame non si vedanoA me sembra una cosa gravissima questa volontà di ripulire la strada. E mi sembra altrettanto grave non aver visto delle forze politiche prendere nettamente posizione contro questa disposizione, mettersi essi stessi sulla strada a fare proposte e proteste: questo è quello che mi aspetto dai politici ai quali dovrei dare un voto. Per questo l’esigenza della marcia, che vorrebbe essere una camminata silenziosa addirittura, perché il viandante non ha bisogno di parlare: spostandosi, facendosi vedere con il suo zaino, attraversando la città piena di luci mentre la gente fa shopping, è già di per sè un elemento disturbante. Serve a farci ricordare quello che siamo stati tutti, anche in questa città. Noi abbiamo sepolto questa memoria: siamo stati grandi quando siamo stati caotici, sporchi e accoglienti.

La nostra società è talvolta poco tollerante nei confronti dell’altro, di chi ha una cultura o uno stile di vita diversi da quelli che vengono reputati la normalità. Cosa ti senti di dire a queste persone, che forse si lasciano fuorviare troppo facilmente dai loro pregiudizi, dalla tradizione e dal contesto cui sono abituati?

 Io non ho consigli da dare a nessuno, ma penso che a tutti possa fare bene provare un’esperienza di cammino. Provarla, al di là di quello che si è nella vita, perché nel cammino tutto viene messo in gioco. Quando la fai, quando vedi che sei ridotto ad un essere umano che non ha niente – tranne le poche cose che ha nello zaino, e sei costretto a chiedere aiuto alle persone perché non hai niente acqua, cibo, ospitalità, e sei in balia degli eventi – è difficile poi avere la capacità di dire “liberiamo la strada”, perché ti ricordi quando hai dormito per terra, nel fienile, nel prato; di quando hai mangiato sui muretti, sui marciapiedi, sul sentiero, in mezzo alla strada, sul sentiero. Ti ricordi di quando hai fatto tutto questo, e lo hai fatto perché era un atto naturale. “Marcia” è forse una parola un po’ brutta, ma vuole rimandare alla Marcia del sale o alla Marcia della pace. La parola più adatta sarebbe la Viandanza degli zaini, che è una parola più luminosa. L’idea è questa: lo zaino è il simbolo di tutto quello di cui non abbiamo bisogno. Fare un viaggio a piedi con uno zaino significa mettere tutta la propria casa in uno zaino, capire che poche cose ci stanno dentro. Non c’è spazio per i pregiudizi, perché diventando una creatura della strada ti rendi conto che giudicare non ha senso, che spesso le persone più povere, che hanno meno, sono quelle che, quando sei in cammino, dividono con te quello che hanno. Per cui fare questa esperienza è veramente qualcosa di rivoluzionario, anche per coloro che credono che tutto ciò sia una cazzata, una buffonata, che la vedono in maniera ideologica – quando nell’idea di un cammino non c’è nulla di ideologico, è un’esperienza che ti riporta a una basicità, cioè all’essere degli esseri umani senza sovrastrutture.

Secondo te dove sono i principali punti critici nella posizione adottata dagli amministratori? 

Ci sono due modi per far sì che la strada sia di tutti. Uno è vietare qualsiasi cosa, e in questa maniera tu pensi di creare uno spazio per tutti, ma in realtà non lo è per nessuno, se non per quelli che sono più forti e potenti. L’altro è quello di tornare ad occupare le strade. Se io metto le telecamere, tolgo le panchine, vieto di potermi sedere per terra, tolgo gli spazi verdi per favorire i parcheggi, le persone si tolgono dalla strada, e sulla strada restano solamente i cosiddetti , come diceva Basaglia, “devianti”, quelli che non hanno niente. Ma se invece torno a creare la strada per tutti – e quando si pedonalizza la gente torna in strada – allora anche la cosiddetta devianza viene inglobata: ad esempio i bambini o ragazzini, ma anche gli anziani, potrebbero andare nei parchi con meno timore se questi fossero più frequentati da famiglie e persone “comuni”. Se noi liberassimo la strada e permettessimo alle persone di bivaccare, non avremmo tutti questi problemi, perché vedremmo nella strada un luogo dove stare tutti assieme, e per questo faremmo sì che non succedano atti violenti. Aggiungo un’ultima cosa riguardo alla possibilità di stare in strada, sedersi, viverla: abbiamo tanti ragazzi in città, e che la maggior parte di essi, che non sono di buona famiglia, passano la maggior parte del loro tempo in strada. Se togliamo questi spazi, dove andranno questi ragazzi? Se sono in strada fanno parte di una comunità, sono integrati. Altrimenti rischiano di sentirsi isolati, ghettizzati. I politici dicono di voler parlare alle periferie: non ne sono mica tanto sicuro. Io sono nato in periferia, e si stava in strada. Io vorrei sapere cosa facciamo se togliamo ai ragazzi questa possibilità: qua si sta parlando di dare la possibilità alle persone di poter stare all’aria aperta, e io penso soprattutto agli anziani, ai giovani, ai più deboli. Un po’ come negli anni Ottanta, dopo che l’ex OPP fu aperto e si riversarono i pazienti in città: i triestini se lo ricordano bene. Erano tante persone che venivano fuori da quel posto e per anni vissero per le strade della città e venivano adottati da tutti, nessuno ha trattato male quelle persone. Dovremmo forse ricordarci di quello che siamo stati fino pochi anni fa. Io non posso tollerare di vivere in una città che chiude la strada ai più deboli. E credo che questo dovrebbe essere intollerabile per tutti, qualcosa che mortifica il nostro essere umani.

9 commenti a La Marcia degli Zaini per liberare la strada dai pregiudizi: intervista a Luigi Nacci

  1. giorgio (no events)

    Cercherò di esserci anch’io, con uno zaino in spalla, per liberare la strada dai pregiudizi.

  2. mimi

    Cerchero di esserci.

  3. Fiora

    mah, Giorgio. Mi appare iniziativa utopistica, a fronte di una realtà sempre più hard.
    Vagheggiare strade d’antan da operetta, alternative all’attuale blindatura, osservo successiva all’uso oggettivamente improprio del suolo pubblico.
    Non ho ricette per liberarlo, ma auspicando una sensata regolamentazione, tengo per me la mia nostalgia di quando “si stava in strada”.
    Non è più luogo perché per vari fattori non è più il tempo.
    Tra i vari fattori, ne chiamiamo globalizzazione il primo?

    Buona scelta lo zainetto. Uno a ogni cranio concittadino sicuramente, senza spese dedicate per la protesta. Quest’anno è stato il boom per le donne. Personalmente ne detengo una cofana di tutti i tipi e misure, che intendo rottamare per quanto sono poco funzionali nella versione e impiego modaioli.
    Senz’ironia, così tanto per non ingolfarmi nel serioso che detesto 😉

  4. giorgio (no events)

    @Fiora: forse oggi abbiamo bisogno di utopie. Io stesso non credevo che il 4 dicembre 33 milioni di italiani si sarebbero recati alle urne per un motivo, benché importante, così distante dalla vita di ogni giorno. Mi piace ricordare Gaber: “La Libertà è partecipazione”.

  5. Fiora

    zaino in spalla,ma piedi per terra ,mi raccomando eh? ,caro amico, e Buone Feste di cuore.
    Grazie dei tuoi pensieri mai banali e del tuo morbìn

  6. giorgio (no events)

    Grazie Fiora, so che noi gavèmo “feeling” anche se gavèmo punti de vista diversi, ma stè tranquila (no serena), oramai i mii píe no se staca de tera più de tanto, xe el cuor e la testa zerca in giro un orizonte de speranza, un porto dove trovar pase.
    Buone Feste

  7. Fiora

    Giorgio, a una che scrivi de gaver una cofana de zaineti de rotamar , squasi squasi un stai serena ghe spetava….! 😉

  8. Clara Comelli

    E daje con’sta cosa che non è una manifestazione POLITICA. Se non è POLITICA QUESTA??? Cominceremo a capire la differenza tra politica e partiti????? si o no???

  9. giorgio (no events)

    @8: È stato un evento politico con la P maiuscola: la cosa pubblica vista e messa in disxccussione dal paese/città reale.

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