30 Novembre 2016

Un quieto vivere, un quieto morire

el sunto Niente fumatori, mendicanti, bivaccanti, goliardi, bici sui lampioni, prostitute e clienti: che città vuole il nuovo regolamento di Polizia Urbana?

Leggendo il Regolamento di Polizia Urbana che sta per essere approvato dal Consiglio comunale di Trieste, dopo un giro di consultazione nelle circoscrizioni, si nota certo uno sforzo di aggiornamento. Ci sono norme contro i gavettoni, contro chi si incatena ai monumenti, contro i parcheggiatori, contro i mendicanti e chi fa la carità, contro chi parcheggia la bici fuori dagli appositi stalli, contro i clienti delle prostitute su strada e così via. Il vicesindaco Roberti cerca di presentarlo in questa luce: come un doveroso aggiornamento di un catalogo delle norme. Tuttavia, le critiche piovute sul regolamento da più fronti suggeriscono che questo sia molto di più che un neutro aggiornamento.

Un turista poco attenti ai cartelli si accende una sigaretta nel parco? Multato. Una classe in gita si siede sui gradini davanti a Sant’Antonio, ascoltando una spiegazione sulla storia dei traffici commerciali e dell’importanza del Canale di Ponterosso? Multati. Un gruppo di giovani scout gioca un po’ troppo rumorosamente mentre si sposta durante una caccia al tesoro in periferia? Multati. Fate la carità a un questuante? Multati entrambi. I decibel della movida di via Torino si alzano? Multe a raffica. I ciclisti urbani o i cicloturisti in visita alla città parcheggiano le loro fide bici come possono, in una città dove gli stalli sono gravemente insufficienti? Multati. Vi sdraiate su una panchina per prendere il sole “impedendone agli altri l’uso normale”? Multati! Impreco perché per l’ennesima volta calpesto una deiezione canina abbandonata? Multato. Anzi no, impossibile: è già stato multato il padrone del cane e la deiezione rimossa. Ma l’imprecazione rumorosa, tanto quanto la bestemmia, è soggetta a sanzione, acciderbolina. Trombate troppo rumorosamente? Siete multabili: fate attenzione, soprattutto se il vostro vicino di casa è un vigile fastidioso. Vostro figlio scrive con un pennarello FORZA UNIONE su un muro? Preparatevi al mutuo: fanno 10000 euro di multa.

Malumori e obiezioni, dicevamo, si levano da più parti. Paolo Rovis ha rimarcato in una sua nota (in cui paventa che pure sdraiarsi a Barcola sul proprio asciugamano sarebbe soggetto a sanzione), un regolamento non prevede discrezionalità nell’applicazione da parte delle Forze dell’ordine. Roberto Cosolini ricorda che oltretutto il corpo dei vigili urbani (sebbene saranno tutte le forze dell’ordine saranno tenute a farlo rispettare) non avrà le forze per far rispettare quanto sopra. Il vicario del vescovo, don Ettore Malnati, sostiene che la scusa con cui si vorrebbe multare l’elemosina chiesta e offerta è un’attentato alla carità e la scusa ufficiale di “colpire il racket dell’accattonaggio” una pia illusione. Da parte mia, vedo all’opera ancora una volta il diabolico zampino di Franca C. Porfirio – intesa come forza psichica presente nelle nostre teste.

Invocate come misure per la protezione del decoro e dell’igiene (a proposito: esponete frutta e verdura del vostro boteghin senza debite protezioni sulla pubblica via? Multa!), queste norme sembrano pensate per un ordinato borgo svizzero da cinquemila abitanti dove tutto già funziona con metodo e precisione. A Trieste sembrano fuori luogo perché colpiscono in modo generalizzato anche abitudini ben radicate in chi ci vive: alcune totalmente innocue, altre fastidiose, altre folcloristiche seppure decisamente incivili.

Sono norme che poco si accordano con un certo spirito della città, mantenutosi nei secoli. Sono norme contro il brulicare della vita, contro la creatività della sopravvivenza, contro l’adattamento alla precarietà, contro il turismo spontaneo, contro l’ospitalità, insomma contro la vitalità. Sfido il vicesindaco a dirmi in che modo queste norme rispecchino il carattere della città e dei sui abitanti descritto nei versi immortali di Umberto Saba.

Non è una questione da poco. Il poeta triestino chiudeva la sua celeberrima Trieste notando “La mia città che in ogni parte è viva, // ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita // pensosa e schiva”. Un inno al convivere tra le differenze: parti popolose e parti deserte, intellettuali riservati e gioventù aspra e vorace, vita che esplode, fedi differenti, traffici, amori gelosi, spiagge piene. Non a caso, Trieste è una città con “un’aria tormentosa”, cresciuta a un tempo con ordine e con disordine intorno al suo porto. Anziché Saba, avrei potuto citare la discesa in città contenuta ne Il mio Carso di Scipio Slataper. Pagine dense di comportamenti sanzionabili con il nuovo regolamento, oltretutto. Come quelle finali dedicate al porto. Altri esempi analoghi sono ben individuati da Luigi Nacci nel suo blog, che propone una Marcia degli zaini per opporsi al regolamento.

La raffica di divieti elencati si adatta molto bene invece a una cittadella pensionata che vuole tranquillità e ordine, insomma un quieto vivere in attesa di un quieto morire. Merito delle nuove norme è sicuramente quello di aver interpretato i bisogni di una parte della città: quella che non ha bisogno di innovarsi, di esprimersi, di creare, di sfogarsi dopo il lavoro. Un caso? Una strategia? Una nuova visione? Una mancanza di visione, piuttosto. Con uno strumento del genere si vuole piuttosto dare un’imbiancata alla apparenze della città, in nome del decoro e dell’igiene, in assenza di misure strutturali per ridare vita alla città, proprio a partire al porto – silenziando nel frattempo le manifestazioni di vitalità disordinate, che in parte sono folcloristiche e in parte dettate da un contesto socioeconomico depresso.

Che sia questa la strada per recuperare posti nelle classifiche sulla qualità della vita (Trieste resta stabile al 51° posto in Italia mentre Udine è ora al 7°), io ne dubito altamente. Ma io non sono Franca C. Porfirio. E voi?

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54 commenti a Un quieto vivere, un quieto morire

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