1 ottobre 2009

Le casite del carso triestino

L’articolo è di Dorian Lorenzutti

Recensione del libro:

Le casite del Carso Triestino

di Elio Polli e Dario Gasparo
CAI XXX Ottobre Trieste
128 pagine

Copertina libro Le casite del Carso Triestino

Le costruzioni in pietra più note del Carso sono sicuramente i castellieri: borghi fortificati dell’Età del Bronzo formati da più cinte di mura in pietra, a pianta circolare dove all’interno sorgeva l’abitato. Dovevano essere costruzioni imponenti, con le mura spesse anche quattro metri e alte oltre cinque. Di queste costruzioni rimane ben poco: alcuni muri sono ancora ben visibili, ma solo all’occhio esperto, altri si sono trasformanti in cumuli di pietre invasi dalla vegetazione.

Meno note ma molto più ben conservate sono le “casite”, piccole costruzioni a secco in pietra, generalmente a pianta  circolare che offrivano riparo alle intemperie ai contadini o ai pastori.
Una dettagliata descrizione di questi manufatti ce la offre il libro appena uscito “Le casite del Carso Triestino”, a cura del CAI di Trieste sezione XXX ottobre. Si tratta di un primo catasto eseguito nelle aree di Fernetti, Banne, Trebiciano, Gropada e Padriciano. Gli autori, i professori Elio Polli “minuzioso esploratore  del Carso” e Dario Gasparo biologo della società Ecothema hanno cercato, misurato, fotografato, disegnato e descritto 27 casite.
All’inizio del libro troviamo la Carta Tecnica Regionale con l’ubicazione delle casite e una legenda che mostra quelle censite, quelle integre e quelle dirute. Seguono le schede dettagliate: per ogni rifugio ci sono una descrizione delle caratteristiche costruttive, alcune foto sia dell’esterno che dell’interno, un disegno della pianta con relative misure, l’orientamento e uno schema con il numero di persone ospitabili.
Si tratta di informazioni raccolte con cura maniacale: del resto se e quando queste caratteristiche costruzioni andranno in rovina nessuno sarà in grado di ricostruirle fedelmente. Ben vengano quindi dei dati così accurati.
Questo volume ci offre un’occasione in più per girovagare sul nostro splendido Carso, alla ricerca non solo della sua natura ma anche di antiche vestigia.

Per chi è interessato all’argomento l’appuntamento è venerdì 2 ottobre presso la sede del CAI sezione XXX ottobre, in via Battisti 22 alle ore 19 dove avrà luogo la presentazione del libro alla presenza degli autori.

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13 commenti a Le casite del carso triestino

  1. toro seduto

    Per cominciare una domanda: da dove viene il termine casita?

    Queste casite venivano usate da pastori e contadini che, immagino, non se le siano fatte fare da ditte di costruzioni, quindi devono essersele fatte da soli. Pertanto anche il nome dovrebbe provenire da loro, contadini e pastori.

    O sbaglio?

  2. Dario Gasparo

    In effetti ogni termine ha una origine. Questi manufatti hanno tante origini perché diverse sono le lingue che le definiscono. “casita” o “casetta” in lingua italiana in Istria,”hiška” o “hišica” in lingua slovena, “kažun” o “kažeta” in lingua croata in Istria, “bunje”, “polijarice”,
    “čemeri”, “kučerice” in “Dalmazia”. Il termine italiano deriva chiaramente dalla somiglianza strutturale e anche funzionale con una piccola casa; la casita è al tempo stesso una risposta alla necessità di eliminare un’enorme quantità di pietre e
    l’importanza di disporre, in un tempo in cui
    lo spostamento non era agevole e rapido
    come oggi, di un riparo più o meno di fortuna
    per il pastore o l’agricoltore che lavorava
    nei campi distanti dal paese.

  3. effebi

    Per saperne di più

    – A.A.V.V., La casa di pietra. Tipi e forme, Trento 1984
    – A. AMBROSI, E. DEGANO, C. A. ZACCARIA, “Architettura in pietra a secco”, in “Atti del I Seminario Internazionale di Architettura in pietra a secco”, Fasano, 1990
    – C. BALDELLI, M. NART, Tecniche costruttive e rapporto edificio suolo nell’antichità, ed. Libreria Cortina, Padova 1997
    – R. BATTAGLIA, “Ricerche paletnologiche e folkloristiche sulla casa istriana primitiva”, in “Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria”, n. 15, nuova serie, Trieste, 1981.
    – E. BENVENUTI, M. CORRADI, “La statica delle false volte”, in “Atti del I Seminario Internazionale di Architettura in pietra a secco”, Fasano 1990
    – DEL PIERO, Le costruzioni in muratura, C.I.S.M., Udine 1983.
    – L. GORLATO, “Note sull’insediamento umano sulla penisola Istriana”, in “Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria “ 15, Nuova Serie, Trieste 1967
    – L. GORLATO, “Casite” dell’Istria, in Voce Giuliana, Trieste 1990
    – L. LAGO, Pietre e paesaggi dell’Istria Centro-Meridionale: le “casite”, Trieste 1994
    – S. LANGE’, L’eredità romanica. L’edilizia domestica in pietra dell’Europa occidentale, Milano 1989
    – G. ROHLFS, Primitive costruzioni a cupola in Europa, Firenze 1963
    – R. SANTILLO, “Le cupole a secco”, in “Edilizia Militare” n°17-18, Roma 1986
    – G. SIMONIS, Costruire con la pietra, Milano 1982

  4. effebi

    sarebbe da ricordare che le casite sono caratteristica dell’Istria e queindi anche del carso triestino (andrebbe così dimostrato una volta di più che anche il carso fa parte della regione istriana)

    “La piova vignarò sula sulagna, la bagnarò el me ben ch’a zì ‘n campagna; la piova vignarò sula sulita, la bagnarò el me ben ch’a xzì ‘n casita….”

  5. toro seduto

    effebi

    Hai pienamente ragione. Il Carso e’ infatti da saecula saeculorum abitato da istriani che hanno costruito la casite del Carso e gli hanno dato il nome…

  6. Jack

    Fate ridere

  7. brancovig

    Non ho letto il libro però faccio lo stesso i complimenti agli autori, Elio Poli e Dario Gasparo, per l’idea e la proposta.

  8. toro seduto

    Jack

    Ti capisco. Anch’io sto ridendo da un paio di giorni. Pur di non dire che il nome e’ solo preso in prestito da costruzioni simili in Istria, ci si arrampica per gli specchi.

    Sia chiaro che quelle costruzioni le hanno fatte i contadini e i pastori del Carso, che negli ultimi 1400 anni parlavano sloveno. Pertanto quelle costruzioni dovrebbero portare il nome di hiška (cosa cui uno degli autori accenna) e solo in secondo ordine gli autori dovrebbero dire che per similitudine traducono in casita.

    Voglio dire: a Trieste per molti e’ ancora un tabu’ ammettere che il Carso era fino a qualche decennio fa abitato quasi esclusivamente da Sloveni.

    La mia era una provocazione. E qualcuno c’e’ caduto in pieno!

  9. Jack

    Infatti!
    E poi analizzano solo i nomi che fan loro comodo.
    E magari hanno i cognomi con -ich, ecc.
    Sempre la solita vecchia storia.
    Che p….

  10. effebi

    @Jack e Toro seduto

    Quale è la zona dei castellieri ? (da dove a dove ?)
    i castellieri sono forse sloveni ? italiani ? croati ?
    …o istriani (cioè di quello che fu il popolo degli Histri ?)

    la casita carsica è diversa da quella di dignano ? e in cosa si differenzia ? e gli sloveni o i croati son nati con le pietre istriane o sono giunti in Histria (come tanti altri) arrivando da più a est ?

    Qualcuno crede forse di avere la patente di “autoctono” da queste parti ? (italiano, sloveno o croato che sia….)

    Eh si, “Sempre la solita vecchia storia.
    Che p….”

    (e poi,se vogliamo, anche gli Histri son qui giunti da est seguendo il corso dell’Histro)

  11. marino

    Visto che Dario Gasparo passa da queste parti, volevo – oltre che complimentarmi per l’ottima presentazione di questa sera – segnalare una piccola incongruenza che ho notato appena sfogliato il libro.
    La casita Damiana Furlan, identificata col n. 110102/2 nell’elenco a pag. 27 (e di conseguenza col n. 2 nella mappa a pag. 36), nella descrizione a pag. 105 (ed anche nell’indice a pag. 3) viene identificata col /1.
    Un modesto aiuto per un’eventuale errata corrige.

  12. Dario

    Grande Marino! E con questo sono già due errori, uno scoperto dall’amico Dorian (non abbiamo inserito la legenda a pagina 28 e segg. Per la cronaca: cerchio rosso pieno = casita integra, anello rosso = casita diruta, quadrato verde = casita integra descritta in atlante). Marino hai perfettamente ragione e riguardo alla causa dell’errore puoi immaginare il motivo: in corso d’opera siamo passati per ben tre successive classificazioni man mano che il lavoro procedeva. Fortuna che ci sono persone attente come te (quasi quasi mi spaventi (;-)).
    Riguardo ai discorsi sull’etimologia e sulla presenza delle genti sul Carso, posso dire che comprendo l’interesse e forse è giusto parlarne, ma non è un argomento che mi appassioni, cosiccome non mi interessa quello sugli udinesi e sui triestini. Non vorrei sembrare retorico ma io, da biologo, credo nella specie Homo sapiens; sono italiano per nascita, ho giocato per anni a pallavolo in squadre slovene, mi sono sempre trovato benissimo e accettato completamente e mi sento “stretto” a considerarmi di un paese. Sono curioso e rispettoso delle culture diverse e credo sia un caso se sono nato qui; in ogni caso non ne faccio un vanto. E’ andata così. Lo spermatozoo di mio padre poteva incontrare un ovulo di una donna di un altro paese, per me fa lo stesso. Forse sono stato fortunato. O forse no.

  13. wadriano

    Bravo Dario, ben detto! Le tue parole mi ricordano quelle di Rheinold…uomini liberi dai nazionalismi beceri.

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