19 gennaio 2009

Storia dell’isola dai tre nomi: Lussìn, Lussino, Lošinj

Pubblico una breve storia di Lussìn / Lussino / Lošinj, che ho scritto per la tesi del mio Master in Antropologia alla Queen’s di Belfast.

MEDIOEVO

Tracce di insediamenti di popolazioni slave possono essere rinvenute a Lussìn come risalenti al Medioevo. Nello stesso periodo Lussìn entrò all’interno dell’influenza dell’impero marittimo veneziano e divenne presto una delle sue colonie. Sotto i veneziani, alcuni lussignani iniziarono ad arricchirsi, soprattutto tra quelli che riuscirono a diventare capitani della flotta veneziana. Molti palazzi e ville vennero costruiti dai ricchi lussignani di quel tempo, in particolare nei due paesi principali di Lussìn Grande e Lussìn Piccolo. Per questi avi degli isolani delle semplici ricerche storiche registrano dei cognomi che, a sentirli oggi, vengono considerati per il loro suono o più slavi o più veneti.

La lingua veneta dev’essere stata quella che si affermò come dominante nelle famiglie benestanti dell’isola ma vi sono studi che riportano come il ciacavo (di solito considerato nella letteratura scientifica come un ‘dialetto croato’) veniva anch’esso parlato in questo periodo (Suttora il 1970 e Balon et altera 2005). Va notato, ancora, come oggi tutti i miei intervistati si riferiscano alla lingua che parlano come “lussignàn”, un idioma che secondo loro e il senso comune di queste zone è legato al veneziano e all’italiano. Spesso, per differenziarsi dalla lingua parlata dalla maggioranza degli abitanti dell’isola, ovvero il croato, i lussignani dicono oggi semplicemente di parlare “italiano”.

DAGLI ASBURGO AL FASCISMO: DA LUSSIN A LUSSINO

Nel corso del XIX secolo gli Asburgo affermarono il loro dominio su Lussìn. Le gesta dei capitani e dei marinai lussignani nel periodo dell’impero austroungarico sono parte della mitologia di queste regioni. Ed è in quel periodo che fiorì, in particolare, la locale industria marittima. Cantieri e potenti flotte presero la loro base in queste baie del Quarnero.
Negli ultimi decenni del governo austro-ungherese emersero con forza i nazionalismi. Delle posizioni contrastanti pro-italiane e pro-croate divennero le ali ideologiche di un estremismo politico che minò la possibilità che lo stato multietnico retto a Vienna sopravvivesse nella nostra era moderna (cfr. Sluga 2001).
In quel tempo il nome Lussìn veniva usato come appellativo ufficiale per definire l’isola. Non per caso, l’Enciclopedia Britannica, edizione 1911, ha un lemma “Lussin”.

Alla fine della prima guerra mondiale, la monarchia italiana si impadronì della zona fino all’isola di San Piero – Ilovik, uno dei componenti dell’arcipelago di Lussìn. Nel 1922 a Roma, e in tutto il Regno d’Italia, va al potere il fascismo. Tutte le istituzioni slovene e croate vennero abolite nel nuovo lembo orientale dell’Italia dei Savoia e di Mussolini, l’uso pubblico delle madrelingue slave di un grandissimo numero di cittadini fu probito.
Queste politiche italianizzatrici si verificarono anche a Lussìn – e colpirono la popolazione locale di lingua croata che corrispondeva probabilmente a circa la metà degli isolani. Violenze ed esecuzioni contro chi si opponeva a queste misure si diffusero in tutto il litorale adriatico nord-orientale e nel Quarnero (Walston 1997, Rumici 2001 e Pupo 2005). In un’etichetta estrema al razzismo fascista che divise in etnie una popolazione che, a parte le madrelingue diverse, spartiva un destino in comune da secoli, Mussolini disse: “Quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che se ne deve andare” (citazione riportata dal giornalista Arrigo Petacco).

LA SECONDA GUERRA MONDIALE E LA DIASPORA DEI VENETO-ITALIANI

Questi tragici episodi raggiunsero l’apice durante la seconda guerra mondiale quando vennero costruiti dei campi di detenzione e avvennero enormi massacri. Due campi d’internamento furono costruiti in queste zone. Uno sull’isola di Arbe – Rab e uno a Trieste. Secondo alcune fonti, la maggior parte delle vittime che vennero sterminate furono sloveni, croati ed ebrei, forse 7000 morti a Arbe e 3000 a Trieste (Walston 1997 e Crainz 2005).

La seconda guerra mondiale lascia quasi intatta Lussìn fino al settembre 1943. “Tutta l’acqua era rossa, per tutto lo specchio di mare di fronte Rovenska”, mi ha raccontato Claudio Smaldone, anziano discendente della storica famiglia Bussani di Lussin Grande. Claudio commenta così il massacro dei cetnici serbi da parte dei partigiani titini eseguito in una delle due baiette in mezzo alle quali si dirama Lussin Grande. I cetnici, secondo i ricordi dei lussignani, erano mal forniti e mal vestiti, ma riuscirono “quasi non credendo ai loro occhi” a prendere il controllo momentaneo dell’isola – lasciata senza padroni dopo la veloce fuga dell’amministrazione fascista. I partigiani, dopo aver colorato col sangue dei monarchici i ciotoli di quella che è oggi una spiaggia frequentatissima dai turisti, conquistarono in un primo momento Lussìn ma furono scacciati dai nazisti che tennero il controllo del Quarnero fino al 1945 (Balon et altera 2001). Nell’aprile del 1945 i partigiani poterono allora issare il tricolore jugoslavo con la stella. E quella bandiera rimase per diversi decenni.

L’arcipelago di Lussìn venne così a far parte del blocco orientale socialista. Dal 1945 al 1961 tra 190 e 350 mila persone, tra cui alcuni cittadini di lingua slovena e croata, lasciarono l’Istria, la Dalmazia e il Quarnero – sconvolgendo un mix multilinguistico che durava da secoli (Rumici 2001 e Pupo 2005). Lussìn entrava a far parte della Jugoslavia socialista. Molti lussignani si trasferirono nella prima città che rimaneva in Italia, ovvero Trieste, mentre altri isolani si risolsero per altre zone d’Italia o si sparpagliarono nel resto del pianeta. Si compì un esodo tragico, anche se molti poterono optare legalmente per la propria italianità.

LA JUGOSLAVIA SOCIALISTA

“Erano i nostri anni bui”, ricorda Stelio Cappelli commentando il primo periodo a Lussìn sotto la Jugoslavia. Cappelli, che poi divenne uno dei personaggi importanti del turismo lussignano nel periodo della dittatura socialista, rammenta le peripezie tra la sua intenzione di andarsene in Italia per sempre, la prigione e i lavori forzati che gli toccarono per non essersi adeguato alla fine della libertà di parola e di pensiero. Parlare in pubblico in italiano o in lussignàn divenne cosa sgradita alle autorità e alla nuova schiacciante maggioranza croatofona al potere. Qualsiasi tipo di manifestazione della propria identità italiana venne violentemente scoraggiata.
La storia tagliava l’anno 1948 e la Jugoslavia scioglieva l’alleanza con l’Unione Sovietica. Si aprì una veloce e tremenda aggressione verso tutti i potenziali nemici della linea politica di Belgrado. A fare le spese del nazionalismo jugoslavo e della caccia allo stalinista furono anche alcuni lussignani di lingua istro-veneta, magari a prescindere dalla loro reale collocazione politica e dalle loro pretese nazionaliste. Anche a loro toccarono la prigione, i lavori forzati e, per quelli toccati dalla sorte più avversa, la reclusione nella terribile Goli Otok – un campo degno dei lager nazisti (cf. inoltre il libro di Scotti, G. 2002. Goli Otok: Italiani nel gulag di Tito, Trieste: LINT).

Nel 1953-1954 le autorità jugoslave chiusero la scuola elementare italiana e sciolsero l’associazione che rappresentava gli italiani a Lussìn, oltre che in altri storici centri degli istro-veneti dell’area come Abbazia – Opatija e Cherso – Cres. L’antropologa Pamela Ballinger, in una conversazione personale, mi ha detto: “l’esclusione politico-amministrativa di Lussìn dall’Istria e la sua incorporazione nella Contea del Quarnero ha fatto sì che l’esperienza degli italiani diventasse molto diversa dal resto della Jugoslavia, e così fu anche per il ‘revival’ italiano in Istria degli anni ’90 che a Lussìn ebbe meno seguito”.
Il destino di Lussìn cambiò. Il futuro della presenza di famiglie di madrelingua istroveneta venne messo in discussione a differenza, almeno apparentemente, di altre simili aree miste nei Balcani dove erano presenti dei cittadini di lingua italiana, e dove l’istruzione in italiano e la possibilità di organizzarsi come associazione furono mantenute per i cittadini che si volevano dichiarare di nazionalità italiana. A Lussìn, su un patrimonio registrato di 2961 abitanti nel 1945, le persone che dichiaravano di essere italiani scesero da 1989 nel 1945, a 75 nel 1961 (Argenti Tremul 2001). Lussìn, come tutti i centri grandi o piccoli della Jugoslavia colpiti dall’esodo, venne ripopolato con persone provenienti da molte aree della Jugoslavia e, sembra, di altri luoghi dell’Europa orientale: serbi, albanesi e in particolare croati arrivarono sull’isola dal continente. Gli edifici di chi se n’era andato furono occupati dai nuovi arrivati che per prenderne proprietà non avevano altro, apparentemente, che varcare l’ingresso di casa.
Nello stesso periodo, le dizioni veneta e italiana dell’isola vennero sostanzialmente dimenticate dal regime socialista: Lošinj divenne il nome ufficiale, l’unico solitamente ammesso in contesti pubblici.

Come molti altri gruppi diasporici provenienti dall’ex Jugoslavia, per decenni i lussignani di tutto il mondo si sono tenuti in contatto tramite una comunità informale. Iniziarono a darsi il nome di esuli. Gradualmente, in tanti scelsero di rappresentare le loro rivendicazioni politiche aderendo alle organizzazioni degli esuli e mantenendosi collegati tramite libri, riviste e più recentemente tramite siti web e newsletter via e-mail. Oggi queste pubblicazioni cartacee o digitali prodotte dai lussignani che se ne sono andati da Lussìn, e dai loro discendenti, girano il mondo e sono fruite in svariati luoghi del globo. Molta parte di queste produzioni, tuttavia, ha sede a Trieste dove è presente la comunità più attiva di “lussignani non più residenti a Lussino”.

Alcune delle tendenze individuate dall’antropologa Pamela Ballinger nella sua etnografia (2003) sugli esuli e sui ‘rimasti’ rovignesi, possono essere viste come particolarmente rilevanti anche per i lussignani. Quest’antropologa rivela come gli istro-veneti che sono rimasti in Istria dopo la guerra si sono trovati a lottare contro una generale diffidenza della leadership e così delle politiche e della propaganda jugoslava verso le popolazioni di minoranza (cfr. Shoup 1968: 103, citato da Ballinger 2003: 212). Questi individui hanno coltivato “la nostalgia per un mondo italiano perduto” e nutrono “un senso di sommovimento interno, un esilio del cuore e della mente, se non del corpo” (Ballinger 2003: 220) – dei sentimenti che mi sembra di aver osservato tra molti dei lussignani più anziani, sia rimasti sull’isola che dispersi nella diaspora. Secondo Ballinger, molti italiani cittadini jugoslavi dovettero temere di far mostra della loro italianità a causa dell’ascesa dei nazionalismi slavi in questo stato socialista.

LA CROAZIA INDIPENDENTE

Nel 1991 governo croato ha dichiarato la sua indipendenza dalla Jugoslavia, lanciandosi almeno formalmente verso la democrazia e il libero mercato. Alcuni mesi prima dell’indipendenza della Croazia e 37 anni dopo la soppressione delle attività pubbliche degli italiani a Lussìn, fu inaugurata con una gran festa la Comunità degli Italiani di Lussino, l’associazione che ancora oggi rappresenta gli italiani a Lussìn. L’associazione degli italiani ha così potuto iniziare a impegnarsi in una serie di attività culturali come conferenze e spettacoli in italiano e istro-veneto, e a offrire corsi d’italiano che, oggi, sono fruiti da tutta la popolazione dell’isola.

Ma la presenza di cittadini che si sentono italiani è, oggi, messa implicitamente in discussione dal contesto dello stato croato.

La nuova repubblica croata non ha preso in considerazione l’ipotesi di riaprire delle scuole con lingua d’insegnamento italiana. E nessuno sa se vedrà mai la luce un asilo in italiano, che sarebbe dovuto sorgere nella Villa Perla sulle rive del paese principale – malgrado un gigantesco investimento ‘a casaccio’ da parte del governo italiano che dopo i soldi spesi pare non essersi più curato di sostenere l’iniziativa.

Ma il tabù della visibilità alla presenza ‘italiana’ a Lussìn ha radici e conseguenze profonde. Prendendo esempio dai fascisti, i funzionari socialisti avevano imposto una croatizzazione del paesaggio culturale. Così erano stati “riverniciati” i cognomi di cittadini che suonavano troppo italiani, era stata obliata la dizione in istro-veneto dei nomi di luoghi, isolotti e calli che da secoli si accompagnavano alla dizione slava, erano state riscritte porzioni del catasto in funzione sia della nazionalità che della “nuova classe” che erano, assieme, al potere. Persino le due figure più eminenti della storia prefascista dell’isola, il naturalista Ambrogio Haracic e il tenore Joseph Kaschmann, originari di Lussìn, vennero ribatezzati. Se le guerre balcaniche degli anni ’90 se ne stettero alla larga da questa isola, il nuovo rampante nazionalismo croato non fece nulla per intervenire su questo ampio ventaglio di operazioni jugoslave nel Quarnero e ancora oggi possiamo girare per Lussin Piccolo in luoghi e monumenti intitolati ai croatissimi Ambroz Hara?i? e Josip Kašman – oppure leggere le gesta di questi acritici croati nelle guide turistiche stampate dall’ente turistico locale.
Va tuttavia detto che oggi molti depliant turistici stampati in loco (anche se non tutti) utilizzano la dizione in italiano (Lussino) per riferirsi all’isola.

Gli anni ’90 segnano un passaggio cruciale anche per gli esuli lussignani. La storia di Giuseppe Favrini è simbolica in questo senso. Nel 1998 ha fondato la ‘Comunità di Lussinpiccolo’, un’organizzazione formale di esuli di Lussìn, che si è aggiunta assieme a dei fini esplicitamente politici a quella che era una già esistente rete sociale informale di amicizie all’interno della diaspora lussignana. In tale contesto egli ha creato il Foglio, un giornale a colori stampato oggi in oltre 1500 copie e distribuito per posta in tutto il pianeta, e nello stesso periodo la comunità ha iniziato a sfornare una serie di libri curatissimi e densi di illustrazioni che ricordano il passato dell’isola. Favrini muore alla fine del 2005. Mi sembra giusto dire che il Foglio e le altre pubblicazioni della comunità dei lussignani possano essere un tentativo cruciale per scrivere un passato obliato dalla storia ufficiale sia in Italia che in Croazia.

Il principale partito in Croazia, dopo l’indipendenza del 1991, divenne l’HDZ (Comunità democratica croata), che è oscillato dal nazionalismo esasperato sotto la leadership di Franjo Tudjman alle posizioni più moderate degli ultimi anni in cui la Croazia sta tentando di entrare nell’Unione Europea. La spia di quanto il potere di questo partito sia radicato anche nel Quarnero è fornita dall’ascesa a politico di spicco di Gari Cappelli, figlio di Stelio Cappelli, quest’ultimo poi divenuto non solo uomo-chiave del turismo dell’arcipelago ma anche primo Presidente della Comunità degli italiani rinata negli anni ’90. Benchè di madrelingua istroveneta, Gari Cappelli è oggi sindaco di Lussin Piccolo e parlamentare al Sabor grazie anche alla sua militanza nell’HDZ (diversi suoi compaesani di lingua veneta non hanno apprezzato questo salto della quaglia).

Il potere culturale e politico del nazionalismo croato post-jugoslavo è stato visto come intrecciato alla rete della Chiesa cattolica, una delle poche organizzazioni in grado di organizzare riunioni di massa negli ultimi anni. Per fare un esempio, i miei intervistati raccontano come sia stato inventata, ex-novo, una processione il giorno del patrono dell’isola. In questo nuovo rituale, il parroco guida un corteo in cui sono portati in trionfo dei reperti medievali trovati a Lussìn, ovvero delle pietre incise con dei simboli in glagolitico, l’antica lingua della chiesa slava. In bella vista nel corteo a enunciare così il loro legame con la vetustà della presenza della cultura (cattolica) slava sull’isola, secondo quanto mi raccontano, ci sarebbero i maggiorenti politici nazionalisti del posto e le bandiere della Croazia. Ma l’interferenza della chiesa nelle contese nazionaliste viene datata dagli italiani a qualche decennio prima. Per esempio, raccontano, negli anni ’70 le insegne barocche in italiano dell’antica via crucis collocate all’interno della chiesa di Lussìn Grande vennero fatte sparire da un zelante prete nella soffitta del tempio stesso – dove sono conservate, immerse nella polvere, tutt’oggi.
Gli studiosi Kunovich e Hodson (1999) fanno notare più in genere che la chiesa croata è stata spesso sinonimo di guerra nei confronti di altri gruppi etnici, mentre, dall’altro lato, le posizioni di potere della Chiesa sono state sempre sostenute dai post-comunisti al governo.

Ovviamente la Croazia è integrata nell’economia contemporanea transnazionale. “Vorrei che questi nuovi padroni austriaci e italiani della Croazia, che si sono comprati le più grandi banche e aziende telefoniche in questo stato, non si fermassero a tenersi i nostri soldi”, è la chiosa di un mio intervistato di mezza età, che continua: “Mi piacerebbe che avessimo non solo i padroni che arrivano da quei posti, ma anche che ci portassero i poliziotti da Vienna e da Milano”. Non solo per le opinioni di un intervistato, ma anche secondo alcune ricerche (Transparency International 2004 citata in Ott 2006 e cfr. La Voce del Popolo 2007a), la corruzione nelle istituzioni pubbliche croate sembra essere un problema rilevante. Lo scenario post-socialista sembra aver aperto le strade di affari importanti, velati da dubbi sulla loro liceità morale, per alcuni isolani vicini all’establishment. Sembra che una delle occasioni più grosse di arricchimento sia stata la messa in borsa a Zagabria di Jadranka, l’azienda lussignana impegnata dai tempi della Jugoslavia in diversi settori come il turismo nonchè proprietaria di alcuni supermercati in loco. “Alcune segretarie sono diventate miliardarie in un battibaleno, non si sa come”, mi hanno raccontato i lussignani a proposito della vendita delle azioni di Jadranka.
Anche il turismo che è diventata l’industria più redditizia di Lussìn dagli anni ‘70, a ben pensare, rappresenta un filone della continuità del potere durante e dopo la Jugoslavia. “Faranno di Lussìn una nuova specie di Costa Brava: tutto bianco, ogni costa sarà devastata da colate di cemento”, è la previsione amara di un intervistato che lega “la mancanza di lungimiranza politica zagabrese” con gli “interessi spregiudicati dei potenti, ma sciocchi e ignoranti di Lussìn”. Secondo alcuni l’avvocato di lingua croata ucciso sull’isola nell’estate del 2007 sarebbe stato al centro di una rete di mediazioni e compravendite non limpidissime orchestrate dai poteri forti locali proprio in relazione a un nuovo piano edilizio e alle trame sulle proprietà edificabili a Lussìn.

Gli italiani che vivono a Lussìn sono abituali consumatori dei media in croato. Una graduatoria su scala globale a proposito della libertà dei media piazza la Croazia all’ottantaquattresimo posto dietro gli altri stati dell’Europa centro-orientale (Freedom House 2004 quoted in Ott 2006 and cf. Peranic 2005).
I lussignani sono anche abituali telespettatori delle tv nazionali italiane e delle testate italiane in genere che, ironia della sorte, quasi mai si rammentano dell’esistenza delle comunità degli italiani nell’ex Jugoslavia. La testata che sarebbe quella potenzialmente più legata a rappresentare agli interessi delle comunità italofone in Slovenia e Croazia, il quotidiano ‘La Voce del Popolo’ pubblicato a Fiume, è quella che probabilmente meno può fare per rappresentare politicamente queste persone. Il giornale vive infatti di finanziamenti pubblici che arrivano, oltre che da Roma, anche da Lubiana e Zagabria. E, a sfogliare velocemente il giornale durante l’estate da turista, mi sembra che uno dei luoghi meno ‘coperti’ dalle notizie del giornale sia proprio Lussìn.

Nel giugno 2004 la Croazia ha iniziato i colloqui per diventare un membro dell’Unione europea, e si pensa che questo traguardo possa essere tagliato nel 2011. Tali negoziati hanno incluso la revisione dei diritti delle minoranze e la Croazia ha instaurato una nuova legislazione a tutela di queste comunità culturali. In tale ottica, anche a Lussìn la Comunità degli Italiani ha il diritto di avere un rappresentante in municipio e ha alcuni piccoli finanziamenti per le proprie attività. Gli italiani di Lussìn non sono più neppure il secondo gruppo nazionale, in termini numerici: nel censo 2001 sono stati sorpassati da quelli che si dichiarano etnicamente serbi. Tuttavia va notato che, secondo lo stesso censo, nel Comune di Lussìn Piccolo sono di più quelli che dichiarano di essere di madrelingua italiana che quelli che si dichiarano di madrelingua serba. Uno studioso britannico che vive sull’isola e conosce bene il paesaggio culturale locale, mi ha detto: “secondo me entro una ventina d’anni potrebbero non esserci più persone che, originari dell’isola e che vivono a Lussìn, parlino l’italiano”.
“Il problema sono i matrimoni misti”, mi ha confidato un lussignano che vive sull’isola da tutta la sua vita. “I figli di questi matrimoni tra croati e italiani alla fine parlano croato perchè la maggioranza non può che vincere”, mi hanno detto.

(aggiornato a  20 gennaio 2009)

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19 commenti a Storia dell’isola dai tre nomi: Lussìn, Lussino, Lošinj

  1. Sai interesante, grazie.
    Pien de informazioni che no gavevo mai sentido, almeno con sta precision.

  2. jacum

    bell’articolo complimenti.

    devo sottolineare che insistere per l’italianitá di queste regioni é controproducente e inconcludente.
    controproducente perché la vera identitá non é italiana ma istriota, con una lingua che si avvicina al veneto moderno. oltre ad esser stata italianizzata prima e poi croatizzata dopo, quel che rimane sono minoranze serbe e istriote che non possono far altro che crearsi un piccolo spazio all’interno della realtá europea futura, questa sí multietnica e rispettosa di tutti.
    e inconcludente perché infruttuoso e sterile. l’italia arrivata in istria al concludersi della prima guerra e protattasi col fascismo ha creato solo scompiglio e disordine. in conseguenza alla italianizazione forzata c’é stata una croatizazione forzata.

    mi piacerebbe assitere ad una europeizzazione forzata, dove tutte le genti siano rispettate per quel che sono e che rappresentano, etnia, lingua, riti e tradizioni, senza inculcare con la violenza dei nazionalismi che appiatiscono la cultura e la diversitá.

  3. L.P.

    Puntuale nella descrizione del presente, io avrei forse aggiunto qualcosa sulla situazione delle isole in passato, con un centro – Ossero – da sempre considerato “fulcro della latinità”, a differenza di Lussingrande (che precede storicamente la fondazione di Lussinpiccolo) che invece è una località nata da popolazioni slave della costa dirimpetto.

    Interessante notare poi come proprio a Lussingrande fino alla fine della guerra ci fosse un nomignolo dato agli abitanti delle case più vicine al mandracchio, che era “ciosoti” (chioggiotti). Se tu vai al locale cimitero, ti accorgerai della presenza di tombe con cognomi tipicamente chioggiotti, come Penzo e Ballarin. In effetti, lungo i secoli i pescatori della parte occidentale dell’Adriatico andavano a fare la “stagione” risalendo le coste fino al basso Quarnaro, vendendo il pescato nei piccoli mercati della costa. Si possono ancora trovare nei mercatini le cartoline dei primi del ‘900 con i bragozzi chioggiotti alla fonda ad Abbazia. Questa “stagione” poteva durare fino a quattro o addirittura sei mesi, e un po’ alla volta alcuni si fermarono in queste località: chi per continuare a fare il pescatore, chi il commerciante di pesce, chi invece per lavorare nei cantieri navali di Lussinpiccolo.

    Lussinpiccolo si sviluppò molto di più di Lussingrande a causa della più felice posizione geografica (la baia di Lussinpiccolo è più riparata, molto più ampia, e digrada molto più dolcemente verso il mare), che permetteva di creare anche delle attività manifatturiere “pesanti” come appunto la cantieristica. Alcuni celebri imprenditori lussignani divennero grandi armatori poi a Trieste ed internazionalmente. Fra questi sicuramente i più noti sono i Cosulich, ma non vorrei dimenticare i Martinolich e i Cattarinich (un altro ramo di industriali/finanzieri famosi viene invece dalle Bocche di Cattaro, come i Radonicich e i Tripcovich).

    Tornando ad Ossero, essa rimase molto più “latina” prima ed “italiana” poi rispetto a tutte le altre località dell’arcipelago dei Lussini, anche per il fatto che proprio Ossero c’era una sede vescovile, che sempre si oppose all’introduzione del glagolitico nella liturgia. Ma questa è un’altra storia…

  4. enrico maria milic enrico maria milic

    malgrado io sia un triestino e che pertanto abbia sentito sulla mia pelle il conflitto nazionalista; malgrado mi sia studiato questo conflitto per quanto riguarda Trieste e il nord-adriatico; malgrado tutto questo non posso che ancora sorprendermi per chi insiste a rivendicare un’italianità o una latinità o una croaticità o una slovenità per uno di questi posti. peccato che non esistano più gli illiri per poter rivendicare, anche loro, l’identità con questi luoghi – illiri che sono arrivati qua prima dei romani, correggetemi se sbaglio.

    Cherso, Crespa, Crexa, Chersimium, Kres, Cres – nomi latini, illiri, slavi, italiani. La vana ricerca di purezza etnica scende alle radici più antiche, si accapiglia per etimologie e grafie, nella smania di appurare di quale stirpe fosse il piede che per primo ha calcato le spiagge bianche e si è graffiato sui rovi della fitta macchia mediterranea, come se ciò attestasse maggiore autenticità e diritto di possesso di queste acque turchesi e di questi aromi nel vento

    …that’s all folks.

  5. furlàn

    Gorica, Goerz, Gurissa, Gorizia? Sono 4 RECORD!

  6. L.P.

    Caro Enrico Maria, credo tu ti riferisca al sottoscritto e probabilmente in modo specifico a queste mie parole:

    <>

    Mi permetto sommessamente di farti notare che la distinzione fra “slavi” e “latini” in queste terre data addirittura dai tempi del Placito di Risano: gli stessi convenuti notarono questa distinzione, e identificarono anche le zone geografiche dove i primi erano stanziati, distinte dalle zone geografiche abitate dai secondi..

    Pure i cronacisti dell’anno 1000 rilevano che sul territorio esistevano queste comunità alle volte radicalmente distinte, e addirittura esistono tomi e tomi di studi serissimi su questo fatto.

    E’ nei libri di storia che si legge che il vescovo di Ossero lottò contro l’introduzione del glagolitico nella liturgia, e questo ancor prima dell’ “invenzione” dello stato nazionale.

    Sono i visitatori della Serenissima ad inserire nelle loro relazioni le varie distinzioni sulla presenza di “costumi e parlate franche” e “costumi e parlate slave/illiriche/vernacolari”.

    E quando iniziano a farsi i censimenti con la dichiarazione di lingua d’uso… chissà perché l’abitato di Ossero risulta quello ove magigormente si dichiara di usare l’italiano, rispetto a TUTTE le altre località delle isole. Sarà una questione di clima diverso, o forse la Cavanella emanava degli strani influssi.

    Questo, mio caro, non significa affatto “diritto di primogenitura” o “identificazione etnica”: significa semplicemente non crearsi un’idea tutto sommato falsa di un tutt’uno indistinto: una notte perenne dove tutti i gatti sono grigi, fino a quando pochi anni fa arrivò qualcuno a dire: “Ma guarda un po’: questo che abita nel villaggio mio vicino parla una lingua che non capisco”.

    E giù botte…

  7. L.P.

    Le parole fra parentesi (che sono sparite) erano quelle su Ossero: “Tornando ad Ossero, essa rimase molto più “latina” prima ed “italiana” poi rispetto a tutte le altre località dell’arcipelago dei Lussini, anche per il fatto che proprio Ossero c’era una sede vescovile, che sempre si oppose all’introduzione del glagolitico nella liturgia.”

  8. jacum

    “non posso che ancora sorprendermi per chi insiste a rivendicare un’italianità o una latinità o una croaticità o una slovenità per uno di questi posti. peccato che non esistano più gli illiri per poter rivendicare”

    e i venedi dove li mettiamo? 🙂

    dovremmo essere tutti venedi, ossia slavi, ossia traci ossia sumer… mah

  9. davide

    Faccio fatica ad unirmi al coro di coloro che cercano nella storia di questo luoghi solo segnali di radici culturali recise. La causa di molti italiani di questi luoghi è vanificata da questo continuo fluire di chiacchiere pseudo-storiche, che rispecchiano solo tanta rassegnazione. Le comunità italiane si adoperino di più sul territorio e meno in vaniloqui storici. Manifestazioni inutili che non aiutano solo quei nazionalismi (croato principalmente) che vanno a nozze con facili slogan, ma azioni concrete a favore di una tutela di tutti quelli che da lì vengono e lì vorrebbero tornare con pari diritti di cittadinanza europei. Questa è la merce di scambio ora, è il nocciolo per alimentare e dar seguito ad iniziative culturali, musicali, artistiche. Non dimentichiamo che tanti “ismi” servivano da coperta per altri appetiti, e a fomentare rivalità etnico-culturali per favorire questi o quelli. Credo che gli italiani abbiano tutte le possibilità di farsi vivi con iniziative economiche e che, sebbene in un momento poco propizio, la loro intraprendenza è indiscutibilmente non inferiore, e vi è motivo di credere che se supportata potrebbe favorire il loro ritorno arginando, nei giovani, la barbarie nazionalista. Insomma, meglio operare concretamente che girare sempre intorno a tutto quel “reliquiario” di cose mille volte sentite che tradiscono spesso la ragione in favore del sentimento.

  10. Marko

    Salve a tutti. Io sono di padre croato e madre italiana, nato a Fiume. Sul adriatico orientale la popolazione sarà sempre ibrida il che è normale, è logico, in quei posti la gente si è sempre fusa come in tutto il mondo. Sono cambiati vari Stati come organizzazioni politiche, oggi in Croazia la gente è vogliosa di Croazia, ha dato luogo al ente politico Croazia anche se, tanta gente Croata coerente e coscente ha detto di voler volenieri riunificare lo Stato austrungaric quindi multietnico. Anche la Repubblica di enezia era mutietnica. Lo Stato Italiano vorrebbe italianizzare il mondo intero per i suoi precisi ineressi, ma non è riuscito italanizzare il meridione figuriamoci la Croazia.

  11. Bibliotopa

    incipit:”MEDIOEVO

    Tracce di insediamenti di popolazioni slave possono essere rinvenute a Lussìn come risalenti al Medioevo”
    Vorrei capire il significato di questo inizio. Fino al Medioevo a Lussino non abitava nessuno? e i primi abitanti furono questi Slavi ( ahi ahi troppo indeterminato- di Slavi ce ne sono tanti….) nel Medioevo quando? fra il 576 e il 1492 ce ne passa del tempo..

    deve essermi passato per le mani anni fa un libretto intitolato Storia dell’isola dei Lossini del 1869 che mi sembra che incominci un poco prima.

  12. Molto interessante, grazie.
    Dal 1968 al 1974 in agosto trascorrevo 3 settimane nella Baia delle Cicale sull’isola di Lussino; quanti momenti belli coi miei genitori e gli amici, sia italiani che austriaci! Ogni anno portavo una bambola Barbie in dono alla figlia della signora che lavorava alla Reception dell’albergo che ci ospitava – il Bellevue, rimasto identico fino al 2014 -.
    Poi sposai il figlio di una profuga polesana, di padre austriaco e madre italiana.
    Al di là delle temporanee divisioni politiche, credo sia più che altro un problema religioso, non etnico.
    Nella speranza che il condividere valori europei e universali migliori le comuni condizioni di vita conservando il nostro meraviglioso mare adriatico e mediterraneo, cordialmente
    Maria Vittoria

  13. Poglianich Edgardo

    Bravo articolo bello esatto e non fazioso. Complimenti

  14. Matija Antun (tuta83)

    Alcune correzioni:
    1) I Lussignano più importante del suo tempo che difendeva, custodiva e proteggeva lo spirito nazionale croato per i tempi turbolenti dell’italianizzazione era indubiatamente Ambroz Haračić NO Ambrogio Haracich MA Ambroz Haračić: il membro del consiglio di amministrazione della (sic!) “Sala di lettura dei Croati istriani’’; il membro della (sic!) ‘’Confraternita dei santi Cirillo e Metodio’’; l’iniziatore della campagna per aprire (sic!) la scuola Marittimo della Croazia a Lussinpiccolo, il rappresentante popolare nel parlamento provinciale istriano a Parenzo dove si occupa (tra l’altro) degli interessi croati (in modo particolare avvertitiva dell’emigrazione della popolazione croata); prima della morte, ha espresso il desiderio di avere il suo nome e cognome nella lingua croata sulla tomba ect…..
    2) Josip Kašman: il figli di Joseph Kaschmann dall’Austria e Eugenia Ivancich (Ivančić) da Lussinpiccolo (Mali Lošinj). Secondo il suo certificato di nascita NON si chiamava Giuseppe ma: Josef Gaspar Bonaventura. Il servizio militare lo condusse a Zagabria nel 1869, dove entrò nella compagnia d’opera italiana Giovanni Battista Andreazze dove (lui in persona) cambiò il su nome tedesco in Josip Kašman; uno dei sostenitori principali di Ivan pl. Zajc – il fondatore dell’opera croata come istituzione artistica; scrisse in una lingua croata impeccabile, come evidenziato da una lettera dell’Istituto per la storia della letteratura, teatro e musica croata dell’Accademia delle scienze croata; ogni volta quando cantava all’Opera a Zagabria il su nome sulla locandina è Josip Kašman; quando fu richiamato dal governo austriaco per la guerra con la Bosnia ed Erzegovina (1878) disertò e fuggì in Italia ed a Milano chiese ed ottenne la cittadinanza italiana, vi cambiò il suo nome in Giuseppe Kaschmann. Quando tornò a Zagabria nel 1909, esclamò: “Viva la mia cara Patria Croazia!”…
    3) Si noti, per esempio, nella prefazione di inventario degli archivi del Comune di Ossero (lo pubblicò prof. S. Petris nel 1893) prof. S. Petris scrive che tutti gli atti in questo archivio sono scritti esclusivamente in latino e in italiano, ad eccezione di due articoli glagolitici. Dopo lui citava questo come prova del passato estremamente italiano dell’isola di Cherso. Questo ha ripetuto N. Lemessi nel 1919, nel suo rapporto alle autorità militari italiane a Cherso. Dopo la riorganizzazione dell’inventario di questo archivio, è venuto alla luce che questo archivio contiene settanta documenti originali glagolitici e oltre mille altri documenti glagolitici in traduzione italiana.

  15. Matija Antun (tuta83)

    Approfondimento
    1.) Con l’arrivo delle tribù slave alle sponde del mare Adriatico, i Croati gradualmente abitavano le isole dell’arcipelago del Quarnaro s l’interno dell’isola di Cherso (dopo il VII secolo) e al tempo del principe Branimir (attorno 890), già erano il gruppo etnico dominante su tutta l’isola (in questo periodo nella isola di Cherso esistono quattro comuni con i propri insediamenti: citta di Ossero, con la popolazione romana dominante e i castelli di Cherso, Caisole e Lubenizze con popolazione croata; a quel tempo, Ossero dovette pagare il tributo al governatore croato; Lussino ancora non fu abitato, il questo termine sviluppò dal (sic!) appellativo dispregiativo croato ‘’Vlašine’’ (e poi Lassini, Lossin; dal 18 e 19 secolo italianizzato ‘’Lussino’’).
    2.) Solo nell’1000 il doge Pietro II Orseolo organizzò (sic!) una grande spedizione militare contro i pirati Narentani. Durante il viaggio la flotta visitò Parenzo, Pola, Ossero, Zara… Le popolazioni locali (nel Cherso soltanto Ossero e Lubenizze, non tutta l’sola) giurarono la fedeltà al doge, ma il potere veneziano fu di breve durata, perché il dominio fu basato sul potere militare attuale dell’esercito del doge.
    3.) Il periodo tra XI e XV secolo è caratterizzato dalla rivalità fra il Regno ungaro-croato e la Repubblica di Venezia per la dominazione nell’Adriatico. Dal 1111 fino al 1126, l’isola appartiene al Regno ungaro-croato. In seguito, nel 1130 la Repubblica di Venezia ha stabilito sull’isola la Contea di Ossero, dandola in feudo a varie famiglie veneziane. Alla fine, con il trattato La pace di Zara del 1358, Cherso diventò di nuovo la parte del Regno d’Ungheria e Croazia, fino al 1409. Dal 1403 al 1409, nel regno d’Ungheria e di Croazia, Sigismondo di Lussemburgo e Ladislao I di Napoli si combatterono per il trono croato-ungherese. Sigismondo di Lussemburgo divenne il re d’Ungheria e di Croazia nell’1387, ma una parte della nobiltà croato-ungherese fu contra Sigismondo e, nel 1403, incoronarono Ladislao I di Napoli per il re d’Ungheria e di Croazia. La guerra tra i sostenitori di Sigismondo e di Ladislao durò per ben 6 anni. Nell’1409, il re Ladislao, vedendo che non avrebbe potuto vincere, vendette alla Repubblica di Venezia le città Zara e Cittanova, Vrana nell’isola di Cherso, l’isola di Pago e tutti i suoi diritti alla Dalmazia per 100.000 ducati. In Croazia, questo atto del re Ladislao è uno degli eventi più vergognosi nella storia croata. Già il 29 luglio, la bandiera veneziana fu posta sulla parete della città di Zara. L’ironia è che sei anni fa, nella stessa città, su insistenza della parte croata, propria a Zara, Ladislao fu incoronato peri il re della Croazia, quando fece un solenne giuramento per difendere tutta la Dalmazia, la Croazia e la Slavonia. Fra poco cominciarono le conquiste dell’Impero Ottomano e la Croazia non potette più combattere contra la Venezia.
    4.) Con il decreto di Venezia del 21 agosto 1409, che a città di Cherso viene trasmesso il giudice nel nome della Serenissima, inizia la dominazione della Repubblica veneta nel tutto l’arcipelago del Quarnaro per quattro secoli. Nonostante i Croati furono popolo dominante sull’isola furono soppressi. Si tratta di: la proibizione dell’uso del glagolitico nei libri di fraternità, l’introduzione della lingua italiana nei libri municipali e ufficiali, il divieto dell’uso del servizio notarile ai sacerdoti locali, l’espulsione dei francescani dalla Bosnia, esuberi di soldati a cui le loro mogli provengono dalla Croazia, commercio con i turchi a scapito della Croazia e simili.

  16. John Remada

    Ottima puntualizzazione. Speriamo che non arrivi l’inquisizione a dire che i discorsi vetusti sono proibiti da tirar fuori…..

  17. Fiora

    @15
    Ottima puntualizzazione che arricchisce il bagaglio conoscitivo di chiunque .
    Senza tempo direi, perché riferita a personaggi della grande e della piccola storia .

    @16
    …Ben altro dal rispolverare anticaglie, esclusivamente con strumentale intento provocatorio rivolto a spariti personaggetti della storia del blog medesimo.

  18. John Remada

    [email protected]” Personaggetti”….neanche tanto, avevano l’antipatia di G.Hackman e la sfortuna di Willy coyote, nella loro sventura personaggi!

  19. Grazie Matija e a tutti quelli che hanno commentato con informazioni e precisazioni utili a migliorare il mio lavoro.
    Hvala / Grazie.

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