19 Gennaio 2009

Storia dell’isola dai tre nomi: Lussìn, Lussino, Lošinj

Pubblico una breve storia di Lussìn / Lussino / Lošinj, che ho scritto per la tesi del mio Master in Antropologia alla Queen’s di Belfast.

MEDIOEVO

Tracce di insediamenti di popolazioni slave possono essere rinvenute a Lussìn come risalenti al Medioevo. Nello stesso periodo Lussìn entrò all’interno dell’influenza dell’impero marittimo veneziano e divenne presto una delle sue colonie. Sotto i veneziani, alcuni lussignani iniziarono ad arricchirsi, soprattutto tra quelli che riuscirono a diventare capitani della flotta veneziana. Molti palazzi e ville vennero costruiti dai ricchi lussignani di quel tempo, in particolare nei due paesi principali di Lussìn Grande e Lussìn Piccolo. Per questi avi degli isolani delle semplici ricerche storiche registrano dei cognomi che, a sentirli oggi, vengono considerati per il loro suono o più slavi o più veneti.

La lingua veneta dev’essere stata quella che si affermò come dominante nelle famiglie benestanti dell’isola ma vi sono studi che riportano come il ciacavo (di solito considerato nella letteratura scientifica come un ‘dialetto croato’) veniva anch’esso parlato in questo periodo (Suttora il 1970 e Balon et altera 2005). Va notato, ancora, come oggi tutti i miei intervistati si riferiscano alla lingua che parlano come “lussignàn”, un idioma che secondo loro e il senso comune di queste zone è legato al veneziano e all’italiano. Spesso, per differenziarsi dalla lingua parlata dalla maggioranza degli abitanti dell’isola, ovvero il croato, i lussignani dicono oggi semplicemente di parlare “italiano”.

DAGLI ASBURGO AL FASCISMO: DA LUSSIN A LUSSINO

Nel corso del XIX secolo gli Asburgo affermarono il loro dominio su Lussìn. Le gesta dei capitani e dei marinai lussignani nel periodo dell’impero austroungarico sono parte della mitologia di queste regioni. Ed è in quel periodo che fiorì, in particolare, la locale industria marittima. Cantieri e potenti flotte presero la loro base in queste baie del Quarnero.
Negli ultimi decenni del governo austro-ungherese emersero con forza i nazionalismi. Delle posizioni contrastanti pro-italiane e pro-croate divennero le ali ideologiche di un estremismo politico che minò la possibilità che lo stato multietnico retto a Vienna sopravvivesse nella nostra era moderna (cfr. Sluga 2001).
In quel tempo il nome Lussìn veniva usato come appellativo ufficiale per definire l’isola. Non per caso, l’Enciclopedia Britannica, edizione 1911, ha un lemma “Lussin”.

Alla fine della prima guerra mondiale, la monarchia italiana si impadronì della zona fino all’isola di San Piero – Ilovik, uno dei componenti dell’arcipelago di Lussìn. Nel 1922 a Roma, e in tutto il Regno d’Italia, va al potere il fascismo. Tutte le istituzioni slovene e croate vennero abolite nel nuovo lembo orientale dell’Italia dei Savoia e di Mussolini, l’uso pubblico delle madrelingue slave di un grandissimo numero di cittadini fu probito.
Queste politiche italianizzatrici si verificarono anche a Lussìn – e colpirono la popolazione locale di lingua croata che corrispondeva probabilmente a circa la metà degli isolani. Violenze ed esecuzioni contro chi si opponeva a queste misure si diffusero in tutto il litorale adriatico nord-orientale e nel Quarnero (Walston 1997, Rumici 2001 e Pupo 2005). In un’etichetta estrema al razzismo fascista che divise in etnie una popolazione che, a parte le madrelingue diverse, spartiva un destino in comune da secoli, Mussolini disse: “Quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che se ne deve andare” (citazione riportata dal giornalista Arrigo Petacco).

LA SECONDA GUERRA MONDIALE E LA DIASPORA DEI VENETO-ITALIANI

Questi tragici episodi raggiunsero l’apice durante la seconda guerra mondiale quando vennero costruiti dei campi di detenzione e avvennero enormi massacri. Due campi d’internamento furono costruiti in queste zone. Uno sull’isola di Arbe – Rab e uno a Trieste. Secondo alcune fonti, la maggior parte delle vittime che vennero sterminate furono sloveni, croati ed ebrei, forse 7000 morti a Arbe e 3000 a Trieste (Walston 1997 e Crainz 2005).

La seconda guerra mondiale lascia quasi intatta Lussìn fino al settembre 1943. “Tutta l’acqua era rossa, per tutto lo specchio di mare di fronte Rovenska”, mi ha raccontato Claudio Smaldone, anziano discendente della storica famiglia Bussani di Lussin Grande. Claudio commenta così il massacro dei cetnici serbi da parte dei partigiani titini eseguito in una delle due baiette in mezzo alle quali si dirama Lussin Grande. I cetnici, secondo i ricordi dei lussignani, erano mal forniti e mal vestiti, ma riuscirono “quasi non credendo ai loro occhi” a prendere il controllo momentaneo dell’isola – lasciata senza padroni dopo la veloce fuga dell’amministrazione fascista. I partigiani, dopo aver colorato col sangue dei monarchici i ciotoli di quella che è oggi una spiaggia frequentatissima dai turisti, conquistarono in un primo momento Lussìn ma furono scacciati dai nazisti che tennero il controllo del Quarnero fino al 1945 (Balon et altera 2001). Nell’aprile del 1945 i partigiani poterono allora issare il tricolore jugoslavo con la stella. E quella bandiera rimase per diversi decenni.

L’arcipelago di Lussìn venne così a far parte del blocco orientale socialista. Dal 1945 al 1961 tra 190 e 350 mila persone, tra cui alcuni cittadini di lingua slovena e croata, lasciarono l’Istria, la Dalmazia e il Quarnero – sconvolgendo un mix multilinguistico che durava da secoli (Rumici 2001 e Pupo 2005). Lussìn entrava a far parte della Jugoslavia socialista. Molti lussignani si trasferirono nella prima città che rimaneva in Italia, ovvero Trieste, mentre altri isolani si risolsero per altre zone d’Italia o si sparpagliarono nel resto del pianeta. Si compì un esodo tragico, anche se molti poterono optare legalmente per la propria italianità.

LA JUGOSLAVIA SOCIALISTA

“Erano i nostri anni bui”, ricorda Stelio Cappelli commentando il primo periodo a Lussìn sotto la Jugoslavia. Cappelli, che poi divenne uno dei personaggi importanti del turismo lussignano nel periodo della dittatura socialista, rammenta le peripezie tra la sua intenzione di andarsene in Italia per sempre, la prigione e i lavori forzati che gli toccarono per non essersi adeguato alla fine della libertà di parola e di pensiero. Parlare in pubblico in italiano o in lussignàn divenne cosa sgradita alle autorità e alla nuova schiacciante maggioranza croatofona al potere. Qualsiasi tipo di manifestazione della propria identità italiana venne violentemente scoraggiata.
La storia tagliava l’anno 1948 e la Jugoslavia scioglieva l’alleanza con l’Unione Sovietica. Si aprì una veloce e tremenda aggressione verso tutti i potenziali nemici della linea politica di Belgrado. A fare le spese del nazionalismo jugoslavo e della caccia allo stalinista furono anche alcuni lussignani di lingua istro-veneta, magari a prescindere dalla loro reale collocazione politica e dalle loro pretese nazionaliste. Anche a loro toccarono la prigione, i lavori forzati e, per quelli toccati dalla sorte più avversa, la reclusione nella terribile Goli Otok – un campo degno dei lager nazisti (cf. inoltre il libro di Scotti, G. 2002. Goli Otok: Italiani nel gulag di Tito, Trieste: LINT).

Nel 1953-1954 le autorità jugoslave chiusero la scuola elementare italiana e sciolsero l’associazione che rappresentava gli italiani a Lussìn, oltre che in altri storici centri degli istro-veneti dell’area come Abbazia – Opatija e Cherso – Cres. L’antropologa Pamela Ballinger, in una conversazione personale, mi ha detto: “l’esclusione politico-amministrativa di Lussìn dall’Istria e la sua incorporazione nella Contea del Quarnero ha fatto sì che l’esperienza degli italiani diventasse molto diversa dal resto della Jugoslavia, e così fu anche per il ‘revival’ italiano in Istria degli anni ’90 che a Lussìn ebbe meno seguito”.
Il destino di Lussìn cambiò. Il futuro della presenza di famiglie di madrelingua istroveneta venne messo in discussione a differenza, almeno apparentemente, di altre simili aree miste nei Balcani dove erano presenti dei cittadini di lingua italiana, e dove l’istruzione in italiano e la possibilità di organizzarsi come associazione furono mantenute per i cittadini che si volevano dichiarare di nazionalità italiana. A Lussìn, su un patrimonio registrato di 2961 abitanti nel 1945, le persone che dichiaravano di essere italiani scesero da 1989 nel 1945, a 75 nel 1961 (Argenti Tremul 2001). Lussìn, come tutti i centri grandi o piccoli della Jugoslavia colpiti dall’esodo, venne ripopolato con persone provenienti da molte aree della Jugoslavia e, sembra, di altri luoghi dell’Europa orientale: serbi, albanesi e in particolare croati arrivarono sull’isola dal continente. Gli edifici di chi se n’era andato furono occupati dai nuovi arrivati che per prenderne proprietà non avevano altro, apparentemente, che varcare l’ingresso di casa.
Nello stesso periodo, le dizioni veneta e italiana dell’isola vennero sostanzialmente dimenticate dal regime socialista: Lošinj divenne il nome ufficiale, l’unico solitamente ammesso in contesti pubblici.

Come molti altri gruppi diasporici provenienti dall’ex Jugoslavia, per decenni i lussignani di tutto il mondo si sono tenuti in contatto tramite una comunità informale. Iniziarono a darsi il nome di esuli. Gradualmente, in tanti scelsero di rappresentare le loro rivendicazioni politiche aderendo alle organizzazioni degli esuli e mantenendosi collegati tramite libri, riviste e più recentemente tramite siti web e newsletter via e-mail. Oggi queste pubblicazioni cartacee o digitali prodotte dai lussignani che se ne sono andati da Lussìn, e dai loro discendenti, girano il mondo e sono fruite in svariati luoghi del globo. Molta parte di queste produzioni, tuttavia, ha sede a Trieste dove è presente la comunità più attiva di “lussignani non più residenti a Lussino”.

Alcune delle tendenze individuate dall’antropologa Pamela Ballinger nella sua etnografia (2003) sugli esuli e sui ‘rimasti’ rovignesi, possono essere viste come particolarmente rilevanti anche per i lussignani. Quest’antropologa rivela come gli istro-veneti che sono rimasti in Istria dopo la guerra si sono trovati a lottare contro una generale diffidenza della leadership e così delle politiche e della propaganda jugoslava verso le popolazioni di minoranza (cfr. Shoup 1968: 103, citato da Ballinger 2003: 212). Questi individui hanno coltivato “la nostalgia per un mondo italiano perduto” e nutrono “un senso di sommovimento interno, un esilio del cuore e della mente, se non del corpo” (Ballinger 2003: 220) – dei sentimenti che mi sembra di aver osservato tra molti dei lussignani più anziani, sia rimasti sull’isola che dispersi nella diaspora. Secondo Ballinger, molti italiani cittadini jugoslavi dovettero temere di far mostra della loro italianità a causa dell’ascesa dei nazionalismi slavi in questo stato socialista.

LA CROAZIA INDIPENDENTE

Nel 1991 governo croato ha dichiarato la sua indipendenza dalla Jugoslavia, lanciandosi almeno formalmente verso la democrazia e il libero mercato. Alcuni mesi prima dell’indipendenza della Croazia e 37 anni dopo la soppressione delle attività pubbliche degli italiani a Lussìn, fu inaugurata con una gran festa la Comunità degli Italiani di Lussino, l’associazione che ancora oggi rappresenta gli italiani a Lussìn. L’associazione degli italiani ha così potuto iniziare a impegnarsi in una serie di attività culturali come conferenze e spettacoli in italiano e istro-veneto, e a offrire corsi d’italiano che, oggi, sono fruiti da tutta la popolazione dell’isola.

Ma la presenza di cittadini che si sentono italiani è, oggi, messa implicitamente in discussione dal contesto dello stato croato.

La nuova repubblica croata non ha preso in considerazione l’ipotesi di riaprire delle scuole con lingua d’insegnamento italiana. E nessuno sa se vedrà mai la luce un asilo in italiano, che sarebbe dovuto sorgere nella Villa Perla sulle rive del paese principale – malgrado un gigantesco investimento ‘a casaccio’ da parte del governo italiano che dopo i soldi spesi pare non essersi più curato di sostenere l’iniziativa.

Ma il tabù della visibilità alla presenza ‘italiana’ a Lussìn ha radici e conseguenze profonde. Prendendo esempio dai fascisti, i funzionari socialisti avevano imposto una croatizzazione del paesaggio culturale. Così erano stati “riverniciati” i cognomi di cittadini che suonavano troppo italiani, era stata obliata la dizione in istro-veneto dei nomi di luoghi, isolotti e calli che da secoli si accompagnavano alla dizione slava, erano state riscritte porzioni del catasto in funzione sia della nazionalità che della “nuova classe” che erano, assieme, al potere. Persino le due figure più eminenti della storia prefascista dell’isola, il naturalista Ambrogio Haracic e il tenore Joseph Kaschmann, originari di Lussìn, vennero ribatezzati. Se le guerre balcaniche degli anni ’90 se ne stettero alla larga da questa isola, il nuovo rampante nazionalismo croato non fece nulla per intervenire su questo ampio ventaglio di operazioni jugoslave nel Quarnero e ancora oggi possiamo girare per Lussin Piccolo in luoghi e monumenti intitolati ai croatissimi Ambroz Hara?i? e Josip Kašman – oppure leggere le gesta di questi acritici croati nelle guide turistiche stampate dall’ente turistico locale.
Va tuttavia detto che oggi molti depliant turistici stampati in loco (anche se non tutti) utilizzano la dizione in italiano (Lussino) per riferirsi all’isola.

Gli anni ’90 segnano un passaggio cruciale anche per gli esuli lussignani. La storia di Giuseppe Favrini è simbolica in questo senso. Nel 1998 ha fondato la ‘Comunità di Lussinpiccolo’, un’organizzazione formale di esuli di Lussìn, che si è aggiunta assieme a dei fini esplicitamente politici a quella che era una già esistente rete sociale informale di amicizie all’interno della diaspora lussignana. In tale contesto egli ha creato il Foglio, un giornale a colori stampato oggi in oltre 1500 copie e distribuito per posta in tutto il pianeta, e nello stesso periodo la comunità ha iniziato a sfornare una serie di libri curatissimi e densi di illustrazioni che ricordano il passato dell’isola. Favrini muore alla fine del 2005. Mi sembra giusto dire che il Foglio e le altre pubblicazioni della comunità dei lussignani possano essere un tentativo cruciale per scrivere un passato obliato dalla storia ufficiale sia in Italia che in Croazia.

Il principale partito in Croazia, dopo l’indipendenza del 1991, divenne l’HDZ (Comunità democratica croata), che è oscillato dal nazionalismo esasperato sotto la leadership di Franjo Tudjman alle posizioni più moderate degli ultimi anni in cui la Croazia sta tentando di entrare nell’Unione Europea. La spia di quanto il potere di questo partito sia radicato anche nel Quarnero è fornita dall’ascesa a politico di spicco di Gari Cappelli, figlio di Stelio Cappelli, quest’ultimo poi divenuto non solo uomo-chiave del turismo dell’arcipelago ma anche primo Presidente della Comunità degli italiani rinata negli anni ’90. Benchè di madrelingua istroveneta, Gari Cappelli è oggi sindaco di Lussin Piccolo e parlamentare al Sabor grazie anche alla sua militanza nell’HDZ (diversi suoi compaesani di lingua veneta non hanno apprezzato questo salto della quaglia).

Il potere culturale e politico del nazionalismo croato post-jugoslavo è stato visto come intrecciato alla rete della Chiesa cattolica, una delle poche organizzazioni in grado di organizzare riunioni di massa negli ultimi anni. Per fare un esempio, i miei intervistati raccontano come sia stato inventata, ex-novo, una processione il giorno del patrono dell’isola. In questo nuovo rituale, il parroco guida un corteo in cui sono portati in trionfo dei reperti medievali trovati a Lussìn, ovvero delle pietre incise con dei simboli in glagolitico, l’antica lingua della chiesa slava. In bella vista nel corteo a enunciare così il loro legame con la vetustà della presenza della cultura (cattolica) slava sull’isola, secondo quanto mi raccontano, ci sarebbero i maggiorenti politici nazionalisti del posto e le bandiere della Croazia. Ma l’interferenza della chiesa nelle contese nazionaliste viene datata dagli italiani a qualche decennio prima. Per esempio, raccontano, negli anni ’70 le insegne barocche in italiano dell’antica via crucis collocate all’interno della chiesa di Lussìn Grande vennero fatte sparire da un zelante prete nella soffitta del tempio stesso – dove sono conservate, immerse nella polvere, tutt’oggi.
Gli studiosi Kunovich e Hodson (1999) fanno notare più in genere che la chiesa croata è stata spesso sinonimo di guerra nei confronti di altri gruppi etnici, mentre, dall’altro lato, le posizioni di potere della Chiesa sono state sempre sostenute dai post-comunisti al governo.

Ovviamente la Croazia è integrata nell’economia contemporanea transnazionale. “Vorrei che questi nuovi padroni austriaci e italiani della Croazia, che si sono comprati le più grandi banche e aziende telefoniche in questo stato, non si fermassero a tenersi i nostri soldi”, è la chiosa di un mio intervistato di mezza età, che continua: “Mi piacerebbe che avessimo non solo i padroni che arrivano da quei posti, ma anche che ci portassero i poliziotti da Vienna e da Milano”. Non solo per le opinioni di un intervistato, ma anche secondo alcune ricerche (Transparency International 2004 citata in Ott 2006 e cfr. La Voce del Popolo 2007a), la corruzione nelle istituzioni pubbliche croate sembra essere un problema rilevante. Lo scenario post-socialista sembra aver aperto le strade di affari importanti, velati da dubbi sulla loro liceità morale, per alcuni isolani vicini all’establishment. Sembra che una delle occasioni più grosse di arricchimento sia stata la messa in borsa a Zagabria di Jadranka, l’azienda lussignana impegnata dai tempi della Jugoslavia in diversi settori come il turismo nonchè proprietaria di alcuni supermercati in loco. “Alcune segretarie sono diventate miliardarie in un battibaleno, non si sa come”, mi hanno raccontato i lussignani a proposito della vendita delle azioni di Jadranka.
Anche il turismo che è diventata l’industria più redditizia di Lussìn dagli anni ‘70, a ben pensare, rappresenta un filone della continuità del potere durante e dopo la Jugoslavia. “Faranno di Lussìn una nuova specie di Costa Brava: tutto bianco, ogni costa sarà devastata da colate di cemento”, è la previsione amara di un intervistato che lega “la mancanza di lungimiranza politica zagabrese” con gli “interessi spregiudicati dei potenti, ma sciocchi e ignoranti di Lussìn”. Secondo alcuni l’avvocato di lingua croata ucciso sull’isola nell’estate del 2007 sarebbe stato al centro di una rete di mediazioni e compravendite non limpidissime orchestrate dai poteri forti locali proprio in relazione a un nuovo piano edilizio e alle trame sulle proprietà edificabili a Lussìn.

Gli italiani che vivono a Lussìn sono abituali consumatori dei media in croato. Una graduatoria su scala globale a proposito della libertà dei media piazza la Croazia all’ottantaquattresimo posto dietro gli altri stati dell’Europa centro-orientale (Freedom House 2004 quoted in Ott 2006 and cf. Peranic 2005).
I lussignani sono anche abituali telespettatori delle tv nazionali italiane e delle testate italiane in genere che, ironia della sorte, quasi mai si rammentano dell’esistenza delle comunità degli italiani nell’ex Jugoslavia. La testata che sarebbe quella potenzialmente più legata a rappresentare agli interessi delle comunità italofone in Slovenia e Croazia, il quotidiano ‘La Voce del Popolo’ pubblicato a Fiume, è quella che probabilmente meno può fare per rappresentare politicamente queste persone. Il giornale vive infatti di finanziamenti pubblici che arrivano, oltre che da Roma, anche da Lubiana e Zagabria. E, a sfogliare velocemente il giornale durante l’estate da turista, mi sembra che uno dei luoghi meno ‘coperti’ dalle notizie del giornale sia proprio Lussìn.

Nel giugno 2004 la Croazia ha iniziato i colloqui per diventare un membro dell’Unione europea, e si pensa che questo traguardo possa essere tagliato nel 2011. Tali negoziati hanno incluso la revisione dei diritti delle minoranze e la Croazia ha instaurato una nuova legislazione a tutela di queste comunità culturali. In tale ottica, anche a Lussìn la Comunità degli Italiani ha il diritto di avere un rappresentante in municipio e ha alcuni piccoli finanziamenti per le proprie attività. Gli italiani di Lussìn non sono più neppure il secondo gruppo nazionale, in termini numerici: nel censo 2001 sono stati sorpassati da quelli che si dichiarano etnicamente serbi. Tuttavia va notato che, secondo lo stesso censo, nel Comune di Lussìn Piccolo sono di più quelli che dichiarano di essere di madrelingua italiana che quelli che si dichiarano di madrelingua serba. Uno studioso britannico che vive sull’isola e conosce bene il paesaggio culturale locale, mi ha detto: “secondo me entro una ventina d’anni potrebbero non esserci più persone che, originari dell’isola e che vivono a Lussìn, parlino l’italiano”.
“Il problema sono i matrimoni misti”, mi ha confidato un lussignano che vive sull’isola da tutta la sua vita. “I figli di questi matrimoni tra croati e italiani alla fine parlano croato perchè la maggioranza non può che vincere”, mi hanno detto.

(aggiornato a  20 gennaio 2009)

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