21 maggio 2015

L’abito del sabato, o di come riconoscere le occasioni importanti

el sunto Viaggiare per combattere il precariato, il mio intervento al Forum Tomizza 2015 (Trieste, Koper, Umag 20-23 maggio 2015)

Quando mi è stato chiesto di inserire il mio intervento all’interno della lista dei relatori al Forum Tomizza la prima cosa che ho pensato è che solitamente avevo il piacere di seguirlo dall’altra parte.

Non fraintendetemi, sono molto felice di parteciparvi e, in questo quarto d’ora, cercherò di parlarvi del mio rapporto con la Dittatura del precariato, visto che faccio parte anch’io di questa grande comunità e di come si possa fare, nella sua faticosa evoluzione, a vedere il proprio nome scritto e per una volta, a non scrivere quello degli altri.

Siamo una comunità di precari, è vero. La responsabilità di tutto questo non è certamente nostra, noi che ci avevano promesso un mondo incantato, semplice nella sua accettata e pressoché normale ricerca di un futuro. Per noi il futuro sembrava già scritto. Per noi il futuro veniva naturalmente dopo il presente.
Vai a studiare, perché ottenere un grado di istruzione che i tuoi genitori non avevano potuto avere era l’imperativo. Finite le scuole superiori, l’Università era pronta ad aspettarti a braccia aperte, come una grande madre che ti avrebbe accompagnato all’altare del mercato del lavoro e dove i professori, spesso, erano più precari di te, che vivevi ancora con i genitori e portavi le pizze nei fine settimana.

E poi un bel giorno ci siamo svegliati nel mezzo di una bomba riversata sull’Unione Europea dagli Stati Uniti. Una bolla, che ha cancellato in un colpo solo la parola futuro, o meglio, l’ha rimandata prima a settembre, come quando i miei genitori sceglievano il mondo del lavoro, poi al settembre successivo, e ancora e ancora fino a data da destinarsi. Quanti anni abbiamo perso alla fine?

Un tempo perdere anni a scuola realizzava la vergogna nei padri e la tristezza negli studenti. Oggi, aver perso tutti questi anni lascia dietro sé una lunga striscia di inutile pietismo e di perpetua commiserazione. Si, lo facciamo tutti, ogni giorno. Lo facciamo noi giornalisti quando, durante l’ennesimo discorso politico o culturale che sia, di fronte alla triade Lavoro – Giovani – Europa, non facciamo altro che riportare fedelmente quello che è un ciangottare palesemente gregario, piuttosto che alzarsi e urlare il dissenso.
La prima reazione è stata quella di fiducia nel cambiamento o meglio, nel sicuro assestamento che il mercato del lavoro avrebbe fortunatamente subìto. Nel frattempo gli amici che non avevano fatto l’Università cominciavano a fare i conti con le prime riforme del lavoro, del trattamento di fine rapporto, riconoscere parole come Inail, Inps, Dichiarazione dei Redditi. Proprio come i miei genitori.

E poi, quando il regime del precariato ha consolidato la propria posizione di potere, il palesamento del tempo perduto è stato, per moltissimi, la più alta ammissione di fallimento. Continuare a scrivere per 3, 4 euro a pezzo, dire di sì ad un contratto di qualche mese in un noto call center assicurativo, pensare di poter tirare avanti in questo modo. Sono un giornalista ma il mio hobby è vendere polizze, in assoluta convinzione trasognante.

In questa città il giornalismo non c’è più e da tempo. Quanto tempo è che non leggiamo grandi inchieste? Perché se un noto giornalista locale denuncia qualche spifferata ricevuta, e che nel tempo si rivelerà sfortunatamente azzeccata, il giorno dopo tutti a correre ai ripari mentre se un giovane precario riceve una soffiata che in un posto molto apprezzato sul territorio provinciale qualcosa nei conti è andato storto ma hanno interrotto l’indagine, allora no, mi dispiace, è meglio non scrivere niente?
La precarietà nel giornalismo è dappertutto. Lo è perché ci sono ancora giornalisti che pur di veder la propria firma pubblicata e di andare avanti accettano miseramente anche 5 centesimi a parola su testate online. Con buona pace di chi, dal punto di vista professionale, cerca di portare avanti la sua battaglia per vedersi riconosciuto un salario che definire minimo rasenta l’eufemismo. La precarietà sta nel rimanere sempre nel tavolo di chi mangia poco e male. La precarietà è anche nelle capacità dei direttori di far quadrare i conti, con contratti di solidarietà o una totale mancanza nell’apportare al sistema una visione di lungo periodo.

Sì, la Dittatura del precariato ha vorticosamente cambiato il ritmo delle cose. La precarietà si misura nell’assoluta incapacità di progettare a lungo termine. Lo si può notare, a livelli intellettualmente e sarcasticamente più alti, nel fatto che continuiamo a produrre manovalanza politica campione d’incassi grazie ai loro social media manager che likano – si, a loro piace – quando una barca affonda nel Canale di Sicilia. Lo notiamo nel fatto che di statisti neanche l’ombra. Lo notiamo che continuano a prometterci che tutto questo finirà, che a settembre le cose, finalmente, cambieranno. Solo che a settembre, ci rimanderanno a quello del 2016.
E di conseguenza le scelte che vengono fatte non hanno più una base autentica, proprio perché tornare a lavorare la terra o tutto il panorama di quello che viene definito downshifting non rappresentava mai, quando ci han suggerito di studiare di più, la nostra missione. Tutt’altro. Quindi la dittatura del precariato ha imposto le scelte, le quali proprio per il fatto di esser decise da qualcun altro, tolgono autenticità. Tuttavia la precarietà ha anche funzionato, per molti, da spunto e stimolo per una riflessione più generale su quello che stava e sta accadendo nel mondo reale. Trovare, in ultimo, la forza per reagire.

In moltissimi casi ha infuso energie. Quello che sto cercando di fare è un esercizio che ho imparato nei quasi due anni vissuti a Londra. Un esercizio che presuppone uno studio attento del passato, la capacità di esprimersi in almeno un’altra lingua, spostare definitivamente il punto di vista, l’angolatura per troppo tempo rimasta fissa. Vorrei riuscire a condividere con voi come si possa realmente cambiare verso.
Non lo slogan renziano, bensì un esercizio di stile con obiettivo finale. Provare a costruire qualcosa da solo, partendo da un’idea e da quell’imposizione che il precariato ha prodotto. Traducendo in parole povere, come riuscire a riconoscere gli aspetti positivi o meglio, come sfruttare il negativo e trasformarlo in un sorriso. Questo è più o meno quello che a Trieste facciamo con Bora.La cercando esattamente di bandire la frase dialettale “no se pol” dal nostro vocabolario. Quella frase non serve più. Non deve esistere più. Deve restare la rappresentazione di una città passata. E’ anche quello che ho cercato di fare quando quella stessa città dove vivevo nel Regno Unito ha cominciato, nella sua immensa vastità, a starmi stretta.
Più volte mi sono interrogato su cosa avessi voluto fare da grande e come vedete, potete capire che non ci sono ancora arrivato. Londra è una città meravigliosa, sono totalmente innamorato di quella città. C’è solo una criticità: la sua vocazione a stancarti. C’è poi uno spunto, in quella città. La sua capacità di mostrarti lo stesso paesaggio ma ogni giorno diverso. Ed è l’antidoto più efficace alla noia, ma anche e soprattutto, la naturale esposizione di ciò che dovremmo fare tutti ogni giorno, soprattutto in questi periodi di crisi economica. Cambiare il punto di vista.

E quindi intravedere nel futuro una possibilità temporale per fare qualcosa e non aspettare che il futuro si palesi, appunto, dopo il presente. Così si crea aspettativa, e le aspettative sono spesso sbagliate, perché quando arriva quel momento, si rischia sempre la delusione. Ed allora per un attimo non mi sono fatto nessuna aspettativa, ho cercato di intravedere un’opportunità e ho cominciato a lavorare ad un progetto tutto mio. Ho dato le mie dimissioni all’azienda per la quale lavoravo, e ho deciso di camminare. Da Londra fino a Trieste.
Primo perché non sopportavo più l’idea di star seduto. Secondo perché mi ero fortemente innamorato di Tempo di regali di Patrick Leigh Fermor e terzo, per il fatto che all’interno di quel fantastico mondo di giornalisti, proporre un’idea del genere avrebbe certamente riscosso un’attenzione ed interesse particolare. Cambiare il punto di vista. Cambiare il modo di raccontare, cambiare gli stessi protagonisti della storia.
Il progetto vuole raccontare il centenario della Prima guerra mondiale. Raccontare chi lavora alla memoria, non essa stessa. Quanti progetti ci sono in tutta Europa sul conflitto? Migliaia. Quanti guardano a i protagonisti del presente? Pochi. Come faccio a sfruttare questa precarietà a mio favore? Mettendo da parte qualche soldo, raccontando bene cosa si vuole fare, chiedendo consigli di chi già conosceva il tragitto e così via, sulla scia di quelle storie di viaggio ma che si tramutano in qualcosa di più.
Poi per combattere concretamente il regime del precariato ci si deve necessariamente impegnare. Forse lo sforzo è duplice, e le energie che si spendono sono tantissime. Io ci ho messo parecchi mesi ad organizzare il viaggio, le interviste, le riprese, le fotografie da fare, le storie da raccontare, gli allenamenti da fare nei mesi precedenti alla partenza, la preparazione fisica e psicologica. Azioni volte a resistere. Si, combattere il precariato è una forma di resistenza. La nuova resistenza deve essere però organizzata in virtù di un concetto nuovo, che proprio nella proposta alternativa trova ragion d’esistere.
Prima di partire si sono manifestate alcune evoluzioni del progetto stesso. Partendo dall’idea, dalla proposta, dalla buona capacità di comunicare cosa si intende realizzare, al progetto si sono affiancate altre due persone, poi diventate tre e poi una quarta. Per quale motivo? Questa è solo la prima parte ed è il libro che ho scritto a viaggio concluso e che sarà in libreria nei prossimi giorni.
Due persone nella parte comunicazione, una per le traduzioni ed un regista cinematografico. Dislocati in Friuli Venezia Giulia, a Londra e a Los Angeles. Senza un soldo. Budget zero. Solo i miei soldi, e quelli di chi, grazie ad una ulteriore realtà che ha creduto nel progetto, ha donato per permettere ad una iniziale e personale follia di diventare qualcosa di più. Più o meno 500 euro in un mese.
Non credete siano pochi. Il precariato fa vittime anche e soprattutto nel supporto, nella solidarietà che può venire meno. Dipende dal progetto. Voglio dire che in fondo credere in un progetto ideato da te stesso, con l’aiuto di persone attente, può diventare anche una fonte di reddito. Per sconfiggere la precarietà probabilmente non basta, ma può portare entusiasmo, autostima, un po’ di coraggio in più, e la consapevolezza di poter sfidare i tempi.

Non più una passiva accettazione delle criticità, bensì convinzione di poter giungere all’individuazione degli strumenti necessari alla battaglia, al resistere. Ma dove e come si può trovare la spinta per credere che modalità alternative possano rappresentare un viatico migliore, quantomeno nell’apporto di benessere psicologico, se non sempre anche economico?
Ebbene, qui, a mio avviso risiede il focus dell’intervento e il conseguente dibattito sulla Dittatura del Precariato. La riflessione che ho provato a tradurre, dall’immaginazione fino a giungere ad un riconoscimento, sebbene personale, prende forza da un paradigma dai più sottovalutato, eppur quotidianamente individuabile.

Ci vuole consapevolezza. Consapevolezza che nella creatività c’è bisogno di metodo. Non c’è opera che non abbia alle spalle un lavoro personale di continuità. Quando mi preparavo per il viaggio a piedi, l’unica cosa che importava era esattamente questo. Credere nell’allenamento. Avendo fatto sport a livello agonistico e semiprofessionistico per moltissimi anni, e continuando a praticarlo a livello amatoriale, sono consapevole e sicuro che tutto questo me l’abbia conferito lo sport. La metafora dello sport come la vita è certamente abusata, luogo comune. Eppure i luoghi comuni spesso e volentieri ci azzeccano.

Per concludere il mio intervento ho provato ad immaginare l’interazione tra le mie parole e la vostra analisi. Così farò quello che, professionalmente, penso di essere meno imbranato a fare. Chiederò a voi di commentare scrivendo su un foglio di carta che avete già in mano, esattamente le cinque parole chiave che vi sono rimaste maggiormente impresse. Quando avete finito, passerò a raccogliere il vostro punto di vista e leggerò ad alta voce il risultato finale. ( Non è vero non lo farò ).
Ho voluto coinvolgervi in questo gioco per il solo piacere di carpire le potenzialità dell’interazione e dell’ascolto. Perché, per giungere dall’ immaginazione al riconoscimento, e quindi alla resistenza, c’è bisogno sì di consapevolezza, tuttavia l’interpretazione e le diverse forme di traduzione e di apprendimento passano non attraverso la figura e l’esperienza di un relatore, bensì nella capacità personale di ognuno di noi di provare, almeno una volta nella vita, il coraggio di provare a cambiare le cose, ad indossare, almeno il sabato, un vestito fatto per le occasioni importanti.

“Nelle famiglie contadine […] un abito scuro lo si trova sempre, per l’eventualità di un lutto. Ma non avrei indossato quello per i funerali di mio padre né alcun altro, sia pure uscito dal negozio. Mi ero impuntato di non andarci […]. Dopo due giorni arrivai al compromesso di presentarmi da solo col vestito che mi sarei scelto tra i pochi buoni, nient’affatto di circostanza. Al sabato sull’imbrunire uscii prima dell’ora convenuta per non farmi trovare a casa, lasciando detto […] che avevo avuto un improvviso impegno”.
Fulvio Tomizza, L’Amicizia.

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2 commenti a L’abito del sabato, o di come riconoscere le occasioni importanti

  1. anna (anny)

    Hai perfettamente ragione Nicolò,mio fratello è giornalista,conosciamo bene il problema,ciao!

  2. Sottoscrivo. Se il no se pol si insinua tra i giovani è finita. Stima massima per chi cerca di cambiare le cose, anche solo di un pochino!

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