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22 Giugno 2020

La salute delle trezze al tempo del Covid

el sunto Trezze: delegazione Marevivo FVG, OGS e nuclei subacquei dei Carabinieri impegnati per monitorare lo stato del Golfo di Trieste

L’Alto Adriatico è un bacino caratterizzato dalla bassa profondità e dalla predominanza di fondali fangosi e sabbiosi da cui affiorano innumerevoli formazioni rocciose, chiamate “trezze” o “grebeni” nel Golfo di Trieste e “tegnue” in Veneto. Formano un complesso mosaico di affioramenti isolati, sparsi tra i 10 e i 40 m di profondità. Sono formazioni originate dall’azione costruttiva di organismi calcarei su substrati duri di diversa origine geologica. Queste complesse strutture biogeniche contengono aree dominate da alghe, organismi filtratori, specie perforatrici e anche fauna di fondo molle che vive nei sedimenti depositati in cavità e buche. Si ritiene che abbiano un grado significativo di somiglianza con gli affioramenti coralligeni, anche se la loro composizione e la loro struttura complessiva sono diverse. Le trezze rappresentano infatti vere e proprie oasi di vita ricche di biodiversità, dato che la loro complessa morfologia attrae organismi che necessitano di protezione e riparo, quiete per la riproduzione e lo sviluppo degli stadi giovanili, e tende a favorire la varietà di popolamenti ittici.

Nell’ambito della missione nazionale “Il mare al tempo del Coronavirus”, promossa dai nuclei subacquei dei Carabinieri, della Guardia Costiera, della Polizia di Stato e dalla Divisione sub di Marevivo, che ha scandagliato i mari della nostra Penisola, in maggio una squadra di sommozzatori del nucleo subacqueo della Polizia di Stato e alcuni membri della delegazione sub di Marevivo FVG si è immersa nelle acque del Golfo di Trieste nei pressi del SIC San Pietro, per documentare lo stato delle trezze al termine di un periodo in cui le attività dell’uomo erano notevolmente ridotte da oltre 60 giorni.

“I mesi di lockdown hanno portato anche nel Golfo di Trieste a una riduzione delle attività in mare, da quelle ricreative che sono state completamente bloccate, ai trasporti che sono diminuiti sensibilmente e anche la pesca ha subito una calo” spiega Maria Cristina Pedicchio, presidente della Delegazione Marevivo Friuli Venezia Giulia e membro del CDA di OGS – “Abbiamo voluto verificare l’impatto che questo periodo prolungato di tranquillità ha avuto sull’ecosistema marino e per questo dobbiamo ringraziare il nucleo Carabinieri e l’OGS per la preziosa collaborazione” precisa Pedicchio.

2 immersioni in 3 giorni hanno permesso di osservare gli effetti del lockdown sulle trezze e, in particolare, sui loro colonizzatori.

Il “trezze San Pietro” è un sito di interesse comunitario (SIC), inserito nella rete Natura 2000. Le specie ittiche più abbondanti nell’area sono il sarago sparaglione (Diplodus annularis), la sogliola pelosa (Monochirus hispidus), varie specie di scarpene, il pagello (Pagellus erythrinus), i merluzzetti, e molte altre ancora. Le trezze forniscono inoltre rifugio, nursery e rappresentano aree di riproduzione per molte specie bersaglio della pesca come Loligo vulgaris (calamaro) Pecten jacobaeus (cappasanta), Homarus gammarus (astice) e Scorpaena scrofa tra le altre.

“I ricercatori di OGS sono impegnati da anni nello studio delle trezze perché rappresentano hotspot di biodiversità all’interno dell’ecosistema marino dell’Alto Adriatico” spiega Paola Del Negro, direttore generale di OGS. “Monitorare la situazione in un momento così particolare, frutto di un rallentamento della presenza antropica piuttosto prolungato, come mai verificatosi in tempi recenti, era importante per valutare la risposta degli organismi marini. Certamente è un periodo troppo breve per produrre effetti duraturi ma è sotto gli occhi di tutti come già dopo le prime settimane di lockdown la presenza di delfini e pesci fosse visibile non solo nei pressi delle coste, ma addirittura nei porti o nei canali di Venezia, come hanno testimoniato video diventati virali sul web. Gli animali marini si sono rimpossessati dei loro spazi tornando a popolare aree precluse loro dalle attività dell’uomo. La storia delle Aree Marine Protette in Italia e nel mondo ci insegna come servano anni per avere delle inversioni di tendenza significative nella funzionalità dell’ecosistema”.

Durante la campagna nazionale di Marevivo è emerso come il crollo dell’inquinamento acustico di origine antropica abbia consentito la registrazione dei suoni, effettuata dagli idrofoni posizionati sui fondali, di aragoste, corvine, cernie e saraghiche che, in un perfetto silenzio, hanno così fatto sentire la loro “voce”.

Le rilevazioni effettuate, invece, sulla trezza San Pietro hanno evidenziato ampi banchi di merluzzetti, di labridi, di sparidi e, nelle cavità, una notevole abbondanza di astici e gronghi. Essendo luoghi frequentati da pescatori professionisti e sportivi, come sempre purtroppo, è stato rilevato qualche “avanzo” di queste attività come lenze, ami e qualche rete.

“Ora l’obiettivo di OGS è di stare accanto a Marevivo e agli altri soggetti coinvolti nel progetto per arrivare a una maggiore consapevolezza di quali siano le aree dell’ecosistema marino più fragili e a rischio e aiutare a programmare le misure per ridurre l’impatto dell’uomo” conclude Del Negro.

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