29 Luglio 2009

L’odore del treno: Rumiz racconta “L’Italia in seconda classe”

italia_seconda_classe“Ansima, è calda, ti cattura con le sue curve, è femmina”.
E’ la seducente e romantica immagine di una locomotiva, uscita dalla penna di chi si sente ancora un viaggiatore-sognatore e non un pacco postale, in un’Italia, dove “l’alta velocità impera e devasta un paese che Dio ha costruito per regalare al mondo il lusso della lentezza”.

“L’Italia in seconda classe” (Feltrinelli 2009) è un taccuino di viaggio, un’inchiesta atipica, un racconto a puntate, pubblicato su “la Repubblica” nell’estate del 2002 e illustrato dalle vignette di Altan. Paolo Rumiz e il misterioso 740, con il suo cappellaccio, gli occhiali scuri e la pipa, sono gli eroi di un viaggio insolito, a tratti surreale, un viaggio in treno dalla Sardegna al Nordest di 7.480 km (gli stessi della Transiberiana, dagli Urali a Vladivostok), che “ci ha mostrato il meglio e il peggio del paese”, “un paese che ormai non ride e non canta più”.

E perchè?
La risposta ce la fornisce l’autore: “Sappiatelo italiani. Nel 1890 il grosso della vostra rete già era ultimato. Una sfida pazzesca, per un paese pieno di montagne. Dietro a quella sfida, un’idea grandiosa: federare le nostre diversità. Nel 1940 si raggiunge l’apice: 42.000 km di rete, 330 milioni di passeggeri, 190 milioni di tonnellate di merci trasportate. Il fischio del treno raggiungeva ogni sperduto paese.
Poi vennnero il boom economico, la gomma e la dismissione delle linee”. Secondo Rumiz, già protagonista nell’inverno del 2000 di un viaggio in treno da Berlino a Istanbul,“il confronto è senza storia.

La ferrovia segna l’ultima alleanza tra funzionalità ed estetica. L’autostrada, invece, decreta la sconfitta della bellezza”. Ma oggi i treni, quelli locali e un po’ fatiscenti, sono frequentati solo da “immigrati e poveracci”; prevalgono l’incuria, l’abbandono, le stazioni non presenziate (così le chiamano le Fs). E i viali alberati davanti alle stazioni, biglietto da visita di una città, lentamente scompaiono.
“L’Italia in seconda classe” ci parla di attualità e trova conferma in quello che accade ogni giorno. Mentre negli ultimi anni tra Veneto e Friuli sono nati comitati di pendolari per denunciare disservizi, convogli soppressi e rallentamenti, Trenitalia, sorda, si occupa d’altro: è recente la notizia dell’obbligo di prenotazione anche per treni a media percorrenza, con la possibilità di prenotare via sms. Affezionati all’umanità più che alla tecnologia, Paolo Rumiz e il compagno clandestino 740, che presto sarà rivelato al lettore (è un attore ed è veneto…), dal finestrino del treno godono di una “visione laterale della vita”: attraversano binari dimenticati, usufruiscono di collegamenti obsoleti alla scoperta dei meravigliosi paesaggi del sud, per poi risalire lungo tutta l’Italia, fino al produttivo Nordest che, purtroppo, “non ha una sua strada per l’Oriente” su ferro. Ogni convoglio è un’avventura: inghippi, incontri bizzarri, momenti di sconforto.

Sembra di sentire l’odore del treno, con la folla che vizia l’aria negli scompartimenti, il caldo,  il sudore dei macchinisti al lavoro. Ma quanto diventa complicato il viaggio per questi due viandanti che rifiutano di prendere Eurostar e treni veloci, rifiutati a loro volta dal sistema e amareggiati per un servizio pubblico che è un “grande invalido”: “quel maledetto treno a forma di supposta, con il culo eguale al muso” non garantisce l’efficienza e la modernità che ci si aspetta.
Ritardi cronici, tagli al personale, assenza di annunci in stazione, distributori non funzionanti, questa è la realtà. E’ un peccato. Perchè, come scrive nella sua premessa al libro il grande 740 (le sue iniziali sono M.P.), “il viaggio in Italia in seconda classe può ancora raccontare un paese, viaggiando ci si sbaglia e sbagliando si impara qualcosa che forse su internet non c’è, per esempio cos’è davvero la campanella della stazione”.

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