18 Agosto 2008

Dal Kosovo all’Ossezia del Sud a…

Quando scoppia una guerra dire “noi l’avevamo detto” appare quanto minimo irrispettoso e assolutamente inutile per i destini dei paesi e delle popolazioni coinvolte. Eppure i diversi articoli e commenti che in questi giorni hanno messo in luce un parallelo tra quanto avviene in Ossezia del Sud e quanto avvenuto in Kosovo mi rimandano ad alcune cose discusse anche su bora.la.

La comunità internazionale ovviamente cerca di non far emergere il parallelismo, ma nel caso del Kosovo uno dei motivi che spingeva il sottoscritto e molti altri a valutare come inopportuna se non l’indipendenza ma sicuramente la procedura attraverso la quale questa è arrivata, era proprio la preoccupazione che questo potesse rappresentare un precedente pericoloso.

Questi giorni di guerra ci hanno proposto una situazione ben più complessa e violenta di quella del Kosovo attuale, ma hanno riproposto gli stessi meccanismi politici. Il presidente russo Medvedev, mentre da giorni “gioca” a dimostrare chi comanda in quell’area, ha annunciato chiaramente che la Russia appoggerà i secessionisti dell’Ossezia del Sud. E allora potremmo iniziare a discutere a lungo se e per quali motivi dovremmo approvare o meno questa o quella posizione. Con argomenti, come ho letto in questi giorni, del tipo che se è vero che nel caso del Kosovo che il 95% della popolazione è albanese, è altrettanto vero che in Ossezia del Sud l’80% della popolazione ha passaporto russo.

Ma non voglio qui affrontare direttamente questa discussione, solo sottolineare il parallelismo, che, come riporta un interessante articolo di Luka Zanoni su Osservatorio sui Balcani, è ovviamente molto trattato dai media e dagli analisti serbi.

Esiste però un altro elemento che io considero ancora più imporrante nel parallelismo, ed è il ruolo assolutamente secondario dell’Europa. La nuova guerra fredda, in miniatura nel caso del Kosovo, ben più evidente nel caso dell’Ossezia, fa emergere in maniera tragica che l’Europa non ha peso nelle scelte strategiche riguardanti anche paesi a noi vicini, nei quali i giochi sono fatti da Stati Uniti e Russia.

Avevo detto nel post sull’indipendenza del Kosovo che uno dei motivi per la quale la consideravo poco opportuna era appunto la messa in crisi della politica dell’Unione Europea. Oggi leggo un articolo di Panebianco dal Corriere che pone in modo molto più forte questo concetto legato alla crisi in Ossezia del Sud. Dice Panebianco che “se consideriamo freddamente i fatti dobbiamo ammettere che, al contrario, l’Europa esce malissimo da questa crisi. Ha solo mostrato una volta di più che essa non è neppure embrionalmente e, continuando così, non diventerà mai, un’entità politica”, e vede questa debolezza sia da un punto di vista di immagine che di sostanza.

Ed ora si rafforza la pressione di Usa e Russia sugli altri Stati per l’equilibrio geopolitico dell’area. La pressione però è globale, e in questa considerazione non è banale pensare anche al Kosovo, che finora è stato riconosciuto solo da 45 paesi, quando ne servono la metà più uno dei 192 membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite.

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