28 Agosto 2007

L’intreccio, solo ideologico, di pratiche politiche locali e leghismo. / Domande a Russo, Tesini e chi vuole

“I dixi che l’Euroregiòn la vol solo Illy”.
“Scusa, chi xè che no la vol?”.
“I altri partiti. Tuti. Margherita, Diesse, Rifondazione… i perderia quote del loro potere, no?… xè semplice…”.

(…)

Di discussioni come queste, molti dei bene informati ne hanno sentite diverse volte. Anche i malino-informati, come me, partecipe ignorante dello scambio di battute di cui sopra. E dopo ti ritrovi uno dei professori della sinistra locale come Paolo Segatti che, su Il Piccolo, etichetta come etno-democrazia quella in cui il friulano è insegnato a scuola. Non riesco a trovare il fondamento degli argomenti di Segatti, ahimè. O, al massimo, mi pare che il prof. dia per buono e garantito il nazionalismo italo-repubblicano intrinseco della sue stesse base di analisi:

[La legge ha] l’ambizione di trasformare una lingua parlata per lo più in famiglia e al bar, da persone di bassa istruzione […] in una lingua della cultura e dell’economia, una lingua soprattutto che divenga fonte distintiva di identificazione collettiva […] Se questo non è nazionalismo, che cosa è allora nazionalismo?

E’ stato ampiamente studiato come la pratica pubblica e istituzionalizzata di una lingua sostenga delle identificazioni collettive legate a quella lingua. Ma Segatti non ha un dato a provare che per ogni singolo cittadino comune queste pratiche necessariamente equivalgano a un sostegno o a un ‘aumento’ del nazionalismo friulano.
Se, invece, Segatti sostiene alla Benedict Anderson che sentirsi parte di una comunità immaginata nazionale, in virtù (anche) della lingua parlata a scuola, è una pratica ‘cattiva’, allora non si capisce perchè sentirsi parte della comunità della nazione friulana sia qualcosa di più sconveniente di sentirsi parte della nazione italiana.

Quello che importa, invece, sono i dati e le conseguenze delle pratiche culturali ed economiche locali. Imparare il friulano a scuola e usarlo in pubblico non esclude ovviamente il sapere l’italiano perfettamente, il sapere l’inglese perfettamente, l’essere aperti al ‘diverso’ e essere anti-razzisti, competere in un’economia globale, praticare un’economia eco-compatibile… Io mi chiedo, anzi, perchè a Trieste assistiamo inermi al completo annacquamento e perdita dell’utilizzo del triestino usato dalle nostre nonne (vedi cosa già fanno il Veneto e l’Unesco per il veneto, invece).

L’ostacolo principale per affrontare questo dibattito serenamente, ovviamente, è superare il nostro interesse verso l’unica foto di questa pagina web.
Umberto Bossi è giustamente considerato da svariati politici e giornalisti come un turpe razzista.

Vale la pena di analizzare però non solo il dibattito da scienziati politici (Segatti) o da anti-razzisti (io: abbasso Bossi) ma anche le dinamiche di potere che sono in gioco quando qualcuno fa delle rivendicazioni regionalistiche in contrasto con il potere consolidato dei partiti nazionali (“Margherita, Diesse, Rifondazione”). Di queste rivendicazioni locali fa, a mio modo di vedere, parte anche il sostegno alla costruzione della nostra Euroregione: una federazione tra “piccoli” gruppi di cittadini divisi da un confine.

Potrebbe apparire che i partiti nazionali facilmente si appiglino al baluardo dell’idea di “cittadinanza repubblicana”, che sarebbe “buona” di per sè. Questa utile ideologia serve a far passare nell’opinione pubblica che l’autonomismo e il sostegno a pratiche culturali locali (il friulano a scuola) per forza equivalgono al turpe razzismo dei piccoli interessi ‘tipo’ Lega Nord. E, secondo il mio amico, questi partiti si oppongono anche all’Euroregione come pratica istituzionale (e perciò economica) che possa cambiare radicalmente i sistemi di potere che influiscono sul nostro territorio.

Piccolo è bello, invece. No al viagra. La politica inizia nel tuo quartiere, nella tua città, per esempio nel decidere pragmaticamente se vale la pena per il tuo stipendio o la tua bolletta che una Tav o un rigassificatore modifichino per sempre il sistema ecologico del luogo in cui vivi. La politica che produce cambiamenti sociali, in questi casi, non ha niente a che fare col dibattito nazionale tra sistemi nazionali di potere Veltroni – Bossi.

Alcuni politici blogger del Friuli-Venezia Giulia (Russo e Tesini in testa) mi pare stiano ad ascoltarci e possano rispondere a quello che scriviamo su Bora.La. Francesco Russo, sollecitato, ci ha già risposto con gentilezza una volta. Chiedo a Russo e Tesini, e a tutti quelli che vogliono intervenire:

– 1. non credete che sia proprio tramite il sistema scolastico pubblico (quindi magari anche le private parificate), strumento cardine dell’inculturazione dello stato nazionale, debba avvenire la salvaguardia di pratiche culturali locali fondamentali come quella del linguaggio?

– 2. non credete che la tutela pubblica di pratiche culturali locali sia una battaglia politica con un forte taglio sociale e, in termini novecenteschi, di centro-sinistra? Che “ogni culture, ogni lenghe, ogni storie di un popul” sia “une preziositât, une ricjece, un tesaur di conservâ, difindi e custodî”? E non è che la lampante mancanza di presidio di questi temi da parte dei vostri partiti rischia, appunto, di far sembrare ogni rivendicazione locale e regionale come qualcosa contro i vostri partiti?

– 3. e, ugualmente importante, vi chiedo se siete a favore dell’Euroregione. Vorrei sapere se concordate col mio amico che mi suggeriva come l’Euroregione i partiti nazionali non la vogliano, perchè il loro sistema nazionale di potere perderebbe presa rispetto a rappresentanti politici più legati al territorio che a sistemi complessi derivanti da segreterie romane. E quindi: qual è il vostro impegno per quest’obbiettivo dell’Euroregione, su che servizi pensate debba (e su quali non debba) perdere potere lo Stato italiano a favore di nuove strutture transnazionali locali e soprattutto in che tempi di attuazione…

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51 commenti a L’intreccio, solo ideologico, di pratiche politiche locali e leghismo. / Domande a Russo, Tesini e chi vuole

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