21 Agosto 2008

La Trieste anni ’80 di Heman Zed

Si chiama Ostalgia, cioè nostalgia dell’Est. È un fenomeno nato tra alcuni cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca che, finita l’euforia per la riunificazione delle due Germanie, hanno iniziato a recriminare per il modo in cui questa soluzione è avvenuta: con fretta e precipitazione, senza lasciare spazio per preservare ciò che di buono c’era oltre la cortina di ferro. Ma il confronto col passato e con un mondo ordinato diversamente è oggi un’esperienza comune per molti cittadini europei. A Trieste la caduta della frontiera e l’ingrandimento progressivo della nuova casa Europa sono cambiamenti che a volte possono suscitare insospettabili sentimenti di nostalgia per come si viveva fino all’altro ieri. Di questo parla il romanzo di Heman Zed “La cortina di marzapane” (edito da Il Maestrale) in cui tutto ha inizio una sera d’agosto del 1973 a Trieste, nel rione di San Giacomo. Un bambino sente un amico dei genitori raccontare dell’Ungheria, un posto magico dove fai le foto a colori ed escono in bianco e nero, e degli altri paesi dell’Est, “di là, oltre cortina, dove ci sono gli slavi.” Alle domande del ragazzino su cosa sia la cortina, gli viene risposto che sì, c’è il filo spinato che corre lungo tutta l’Europa ma durante il giorno, quando ci giocano i bambini, viene sostituito da “un rotolone di marzapane buono buono.” Da quel momento il ragazzino comincia a favoleggiare sull’Est guadagnandosi il soprannome di Tito: il suo idolo dei Mondiali di calcio di Monaco ’74 non è Rivera ma Sparwasser, attaccante della Germania Est, d’estate costringe i genitori a portarlo in vacanza sul lago Balaton e cresce sognando di trasferirsi a Berlino Est. Al Fashion Club di Trieste, il locale in cui può ascoltare la musica dark di Bauhaus e Joy Division, conosce Simona e la rivede a Bologna dove suonano alcuni gruppi di punta del panorama musicale sovietico, Zvuki Mu e Televizor. Le loro avventure continuano a Budapest e a Berlino alla soglia della caduta del muro. Quella del protagonista è la voce di un inconsapevole dissidente del mondo capitalista, di un bastian contrario un po’ ingenuo attratto da quello che gli altri disprezzano e dal modo di vivere degli “estiani”, per lui quasi dei marziani. E tutto il romanzo è in fondo un racconto parlato, dove il lettore diventa complice delle confidenze di Tito come farebbe un ascoltatore alla radio: non a caso Heman Zed ha un trascorso di dj. La sua scrittura è diretta, asciutta e scandisce un ritmo avvincente per plasmare la vita pop di Tito in un impasto narrativo farcito, ma non appesantito, da puntuali riferimenti storico-politici.

Un commento a La Trieste anni ’80 di Heman Zed

  1. interessante, grazie Corrado.

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