26 Novembre 2009

Libri, vino e cicche con Veit Heinichen

veit-heinichen

Sono troppo fuori forma. I 105 scalini che si devono salire per raggiungere casa Heinichen mi segano il fiato. Prima di bussare aspetto qualche secondo, non voglio che al nostro primo incontro lui apra la porta e si trovi di fronte uno che ansima come un cinghiale. Penso che dovrei smettere di fumare, poi busso sul vetro di una finestra, perché non ho trovato la porta d’ingresso. Inizio male, mi dico.

Apre. Ci presentiamo. Simpatico, sorridente. Saliamo al piano di sopra e ci sediamo attorno a un tavolo. Compare una bottiglia di vino: Lunar di Movia, zona Brda. Magnifica ribolla non filtrata.

Accendiamo le sigarette, parliamo. Mi presento, gli racconto chi sono e cosa faccio.

Poi comincia l’intervista, ovvero, la chiacchierata.

«Veit,» gli chiedo, «come vedi l’editoria italiana».

«Zoppicante». Dice lui scuotendo la testa.

Poi mi racconta la sua carriera come editore e capisco molte cose. Veit Heinichen sa molto, moltissimo, riguardo all’argomento.

«Molti editori, » dice lui, «non sono dei veri professionisti, lavorano in modo approssimativo, senza fare un piano veramente preciso, e non conoscono le regole di base» Mi mostra libri nuovi mal impaginati e libri vecchi ben impaginati. «E poi non curano gli autori: staccano un assegno e sono convinti di aver fatto tutto il possibile per loro. La mia idea, invece, è che l’autore deve essere seguito fino in fondo. Se hai fiuto, alla fine tu e lui farete successo. Certo, ci vuole pure una certa dose di culo, ma senza il fiuto, il culo non serve a nulla».

Ridacchiamo per questa strana vicinanza tra il fiuto e il culo.

Poi gli chiedo cosa pensa del giallo e del noir in rapporto al resto della letteratura.

«Oggi», dice, «il giallo non è più la letteratura da vasca da bagno che era una volta (da spiaggia, la chiamo io). La sua declinazione più oscura, il noir, è l’unico tipo di letteratura veramente adatta a scrutare nelle pieghe più nascoste della società».

E io: «Perché il noir?».

«Perché non consola. Un romanzo noir non finisce bene, i criminali non sempre vanno in galera e molte volte il lettore non riesce a distinguere tra i buoni e i cattivi. Così è la realtà. Il giallo classico, invece, consola il lettore borghese e lo fa dormire sonni tranquilli, perché lo induce a credere che le cose si risolvono sempre positivamente. La realtà, però, smentisce tale approccio».

«Quindi il noir ha un valore sociale?».

«Naturale. Perché ti costringe a pensare. La consolazione, Alberto, porta all’indifferenza e al menefreghismo, che sono i veri nemici della democrazia».

«Ritieni che etichettare i romanzi secondo criteri di classificazione di genere sia una cosa positiva oppure no?».

«Sì e no. Io ritengo che tu e io siamo due romanzieri e che i nostri libri siano dei romanzi. Punto e basta. I generi sono delle gabbie e le gabbie non sono mai positive».

Poi torniamo a parlare di editoria, la bottiglia è a metà. Si accendono altre sigarette.

«Però», dico io, «l’editoria spinge molto sulla classificazione in generi».

«Sì, ma è un errore. L’editore dovrebbe pensare alla massima diffusione del suo prodotto, non a chiuderlo dentro una gabbia».

Poi parliamo ancora un poco del mercato dei libri. Arriviamo alla terza o quarta sigaretta.

A un certo punto, gli dico: «Molti intellettuali italiani si lamentano perché l’editoria offre una scelta troppo vasta di titoli a scapito della qualità. Cosa ne pensi?».

Lui mi cita Gianfranco Fini: «Sono degli stronzi», dice portando le mani alla testa. Io sono d’accordo e lui continua. «Grande scelta significa grande democrazia. Poi sta a noi scegliere le cose giuste da leggere».

«E riguardo ai best seller che invadono le librerie, che ne pensi?».

«Che vanno bene, perché avvicinano la gente – anche molti giovani – alla lettura e li tengono lontani dalle trasmissioni di Bruno Vespa». Ridiamo. «E poi, con i soldi dei best sellers la casa editrice può finanziare altri progetti, magari di autori esordienti o poco noti. Tutto il resto è invidia».

Giustissimo, penso io.

Ultima domanda: «Perché in Italia i noiristi tedeschi stentano a farsi vedere mentre i loro colleghi italiani hanno trovato una buona accoglienza nel mondo di lingua tedesca?».

«Perché l’Italia non ha interesse nel mondo culturale tedesco»

«Eppure in quello scandinavo, sì. Non lo trovi strano?».

«Il problema è che l’Italia è un paese culturalmente chiuso in se stesso che guarda al mercato estero [dei libri, ndr] cercando solamente i romanzi che hanno fatto un enorme successo in patria».

In effetti è vero, penso io, gli unici autori tedeschi di genere che mi vengono in mente (con uscite recenti in Italia) sono Schätzing (Il quinto giorno, ed. Nord, 2005) e Fitzek (Il ladro di anime, ed. Elliot, 2009) e, appunto, Heinichen, che però mi sento di considerare triestino.

La bottiglia è finita. Ci scambiamo i rispettivi romanzi per apporre la dedica uno sul libro dell’altro.

Guardando la copertina del suo ultimo (La calma del più forte, ed. E/O Noir, 2009) realizzo che entrambi abbiamo utilizzato storie di combattimenti tra cani. Glielo dico. Lui è piacevolmente sorpreso, sfoglia il suo libro e mi mostra un paragrafo: uno dei “suoi” cani proviene da Sarajevo. Il mio romanzo è ambientato a Sarajevo.

Annuiamo soddisfatti. Quando due scrittori scoprono convergenze di questo tipo sono contenti come bambini. Ci salutiamo ed io scendo i 105 scalini con la convinzione di aver conosciuto una persona speciale.

Parola di Custerlina.

lacalmadelpiuforte

Nota: il giorno 9 dicembre, a Cormons Libri, Veit Heinichen, Marco Giovanetti e il sottoscritto parleranno del giallo e del noir a Trieste. Maggiori informazioni la prossima settimana.

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13 commenti a Libri, vino e cicche con Veit Heinichen

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