3 novembre 2016

I ritorni e il futuro

el sunto Tanti classici in programma nel primo giorno del Trieste Science + Fiction 2016: ma è un ritorno al passato? E cos’è un ritorno al passato?

Trieste Science + Fiction Festival, edizione 2016: prima giornata. Film d’apertura Ikarie XB 1, Cecoslovacchia 1963 alla Tripcovich. Subito dopo, si può scegliere se restare in Sala Trip per un documentario su Leonard Nimoy (ovvero Dottor Spock della prima mitica serie di Star Trek) girato dal figlio, e quindi Morgan, regia del figlio di Ridley Scott, Luke, e chiudere con l’irlandese I am not a serial killer (2016); in alternativa, ci si può spostare al Miela per vedere Baba Yaga, film del 1973 che traspone in pellicola una celeberrima avventura della Valentina di Guido Crepax, seguita dal thriller La casa dalle finestre che ridono (Pupi Avati, 1976) e Il gatto a nove code, celebre giallo di Dario Argento, datato 1971.

A un primo sguardo, sembrerebbe quasi che gli organizzatori vogliano superare il primo cittadino del capoluogo giuliano nella sua voglia di ritorno al passato. Si stava meglio quando in piazza Unità c’erano bandieroni biancorossi e tricolore, i rassicuranti alberi di natale e i valzer diffusi dagli altoparlanti? Dai, erano appena gli Anni Zero! Guardiamo ancora più indietro: si stava meglio quando i film erano pizze di celluloide, il festival aveva Umberto Eco tra i giurati e la produzione cecoslovacca di Ikarie XB 1 accelerava i lavori per riuscire a presentare il film al nostro festival. Quelli sì che erano tempi gloriosi.

Ma è davvero così? Mentre immaginiamo i brillanti commenti di Svevo e Joyce che in un giorno di tempesta osservano dal Caffè degli Specchi una Delorean collegata con un cavo a un parafulmine di Palazzo Cheba, vediamo di ragionare brevemente di ritorni, passato e futuro. Concedetemi di partire da una considerazione del tutto personale: quest’anno, per la prima volta, non ho atteso con grandi aspettative il Trieste Science + Fiction. Quasi come fosse un appuntamento ormai dato per scontato, uno di quelli che, nelle parole dei comunicati stampa, “si rinnova” ogni anno, senza però che un sostanziale rinnovamento si verifichi. Sto invecchiando: e il TS S+F pure, ho pensato.

La locazione stabile in centro città, i saluti di rito delle autorità, le file davanti alla Sala Trip per i “grandi” film, le facce degli appassionati che non incontro in città da mesi ma sono certo di vedere lì, gli entusiasmi e le delusioni (gli articoli da scrivere). Davvero, niente di nuovo, prevedevo. Eppure, al buio in sala del primo film, qualcosa scatta. Guarda che look moderno, per il 1963. Guarda i moduli di Tadao Ando, ben prima che li facesse lui. Guarda l’equipaggio internazionale che fa tanto Star Trek, tre anni prima di quella mitica serie… e non è solo amarcord: Ikarie XB 1 presenta alcuni spunti narrativi così alieni per il fantastico di oggi (dove spopolano quasi solo cinecomic impeccabili ma senza sorprese) da risultare mind-blowing, scoverciante. L’entusiasmo del fan si riaccende. Ecco cosa mi aspetto dal cinema dei festival: che mi faccia vedere, per contrasto, ciò che manca alle produzioni attuali.

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Mi azzarderei a dire che una pellicola così, vista oggi, possa risultare ancora più dirompente di quanto lo fu allora, quando vinse (ex aequo con il geniale La Jetée) l’Astronave d’oro al primo festival triestino del film di fantascienza: oltre a vedere la fonte immagini e inquadrature chiaramente usate da produzioni successive e divenute classiche, mostra un modo di immaginare il futuro che oggi abbiamo completamente perso, non solo nei film. Il passato custodisce forze che nel presente possono essere assopite. E, allo stesso tempo, custodisce la chiave per risvegliarle.

Forte di questa illuminazione, decido di dedicare il resto della serata alle riproposte, anziché alle novità. La scelta paga: in Baba Yaga vedo un altro mondo perduto, dove una fotografa di moda ha nella sua casa studio sia libri di filosofia sia fumetti, dove i giovani che vogliono fare la rivoluzione sono consapevoli di incarnare contraddizioni, dove l’emancipazione femminile passa in primo luogo dal lavoro. E un regista che usa delle foto per ricreare al cinema le sequenze oniriche ed erotiche del fumetto che sta trasponendo (dove la protagonista è appunto una fotografa disegnata) e trova il modo di mostrare i limiti e le contraddizioni del linguaggio pubblicitario, con cui è si guadagnato il pane nella lunghissima e onesta carriera.

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Così, riguardando La casa dalle finestre che ridono, non penso Uffagiàvistoquinel2002, né Ah, nostalgia, sarà l’ultima volta che lo vedo proiettato in 35 mm. Penso Ma quanto True Detective era già qui, quasi quaranta anni prima?, pensiero crono-logicamente impossibile per tutte le mie visioni precedenti del capolavoro di Pupi Avati, capace di trasformare la provincia del delta del Po in un luogo da incubo grazie a una sceneggiatura densa e intelligente, personaggi finemente caratterizzati, ambienti a un tempo eloquenti e reticenti, fotografia ben giocata, colpi di scena mai scontati e persino una certa personalità all’interno del filone spaghetti-thriller.

Poi – per chiudere la serata che ormai ha assunto per me un sapore retrofuturistico, ci sarebbe Il gatto a nove code. In 35 mm. La sala del Miela accoglie ancora molti spettatori di tutte le età, che discutono animatamente di quanto hanno visto e quanto ancora vedranno oggi. Io esco a fare due passi, per non farmi sommergere dalla nostalgia e per decantare le impressioni e le idee che si sono agitate nel pomeriggio. In un momento di stasi per una fantascienza mainstream dove Cuarón e Nolan dirigono colossal non troppo ispirati e Ridley Scott si diverte, dove la trama deve funzionare più che stupire o far pensare, dove chi mette i soldi pretende che il successo vada pianificato correndo meno rischi possibile, dove botte, effetti ed esplosioni finiscono per diventare sempre meno speciali, c’è davvero bisogno di fermarsi ad apprezzare le alternative.

Già. I film fantastici che amo di più sono quelli che smuovono a colpi di “e se…” le granitiche certezze delle nostre quotidianità. Dopotutto, la fantascienza esiste per mostrarci versioni alternative del futuro, della storia, dell’essere umani. Se queste versioni cominciano ad assomigliarsi tutte, clonandosi a vicenda, il suo potere si disperde nonostante la magnificenza di effetti, recitazione, ritmo narrativo. Mentre, un “e se…” potente confezionato in un buon film supera i limiti degli attori, delle macchine da presa, dei costi di produzione e resiste agli assalti del tempo. E tornare a confrontarsi con queste passate visioni del futuro, anche e soprattutto quando non hanno contribuito a formare il canone attuale del racconto cinematografico, equivale a confrontarsi con forze assopite, che potrebbero essere risvegliate nel presente.

Visto così, il “tornare indietro” del Ts S+F si mostra profondamente diverso da quello degli alberi di natale con colonna sonora di valzer. È insistere a presentare forze, alternative, inquietudini là dove una regia rigida vuole invece mettere in scena un racconto a senso unico, tramite una scenografia posticcia e un copione rassicurante. Il festival è un ripercorrere e ritessere la trama del tempo passato e presente, che non è congelato una volta per tutte, ma continua a mutare con il mutare del nostro sguardo su di esso. È un dare spazio a narrazioni dissidenti, non sempre riuscite ma a loro modo coraggiose.

È molto di più che una settimana di film per nerd appassionati: è un momento in cui cinema e scienza invitano la città a pensare che il futuro è ancora da scrivere, e non è detto che si sappia già come andranno le cose. In un certo senso siamo appena agli inizi, dal 1963.

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