22 marzo 2012

Rigoletto: chi soccorrerà i soccorritori?

si Ariella Sokol

Chi soccorrerà i soccorritori? Viene da chiederselo dopo l’allestimento di una tra le più note opere verdiane, tratta dal dramma di Victor Hugo Le roi s’amuse.

La moda delle rivisitazioni operistiche ha raggiunto da qualche anno anche il teatro Verdi, e piano piano il pubblico triestino si è abituato all’immaginabile. Abbiamo visto un Elisir d’amore ambientato fra gli gnomi del bosco, un Roméo et Giuliette messo in scena sul piatto di un enorme giradischi, una Rondine al Drive-in.

A questo punto in molti avevano nostalgia dei cosiddetti allestimenti tradizionali e con il Rigoletto messo in scena da Michele Mirabella si può ragionevolmente credere che questa nostalgia sia stata placata.

Il regista stesso aveva dichiarato al Piccolo l’intenzione di ritornare a un impianto “classico”.

Risultato: un’opera caricatura di se stessa, dove i protagonisti hanno gestualità esagerate, ad esempio sul finire del Primo Atto Giovanna, la nutrice di Gilda, batte sulla spalla del Duca di Mantova per ricordargli che è ora di andare, e viene da lui più o meno gentilmente invitata a farsi gli affari suoi. L’intera regia è pervasa da un didascalismo esasperato; Sparafucile lucida la spada in attesa di compiere il delitto, Rigoletto trema, smania e zoppica in maniera vistosa durante tutta la rappresentazione.

Il risultato è che la tragedia di Rigoletto diventa farsa, e che pur immersi nel genio teatrale e drammatico, oltre che musicale, di Verdi si finisce per ridere. In questo modo, fra l’altro, anche i momenti di più cinico humor nero diventano francamente comici, e si sente la sala sghignazzare alle funeste e grevi battute di Sparafucile sull’onestà del criminale come se fossimo ad una recita di operetta.

Anche le scenografie sono per così dire tradizionali, scene dipinte che costringono a lunghissimi cambi di scena nei quali, come in un passato, dovrebbe almeno essere possibile rinfrancarsi accostandosi ad interi banchetti.

Per singolare contraddizione, questo allestimento programmaticamente tradizionalista non voleva rinunciare ad una vena di facile modernità: durante il Preludio entrava un personaggio in costume con un quadro in mano, a raffigurare la scena che verrà svelata all’apertura del sipario.

La parte musicale dell’allestimento si fa notare poco, senza che si sappia dire se questo sia un bene o no. In ogni caso, il protagonista Devid Cecconmostra di tenere la scena in quanto a recitazione, ma è piuttosto uniforme nel timbro e nelle dinamiche. Il tenore Armando Kllogjeriha una voce dotata di un colore gradevole, ma è rigido, anche lui monotono, a volte spigoloso. Gilda interpretata da Paola Cigna non spicca e rimane nelle fila dell’ordinarietà.

Il direttore Corrado Rovasis ci propone dei tempi piuttosto rapidi e in generale una direzione uniforme e piatta, che riesce nell’impossibile: quest’opera appassionante l’altra sera a Trieste è sembrata a tratti quasi noiosa.

Un appunto finale riguarda purtroppo il pubblico, nonostante la presenza più numerosa del solito di giovani l’unico telefonino squillato (ripetutamente) in sala apparteneva a una signora attempata alla quale bisognerebbe insegnare, se non le buone maniere, almeno a impostare il “silenzioso”.

Ariella Sokol

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