20 maggio 2011

Storie elisabettiane: la mielaviglia delle illustrazioni

Sinuose linee nere china che si rincorrono e si fondono, creando palcosenici di carta: si mettono in scena delle brevi “storie di sciocchi (molti) e storie di furbi (pochi)”. Questo è lo sfuggente universo di Reina Miela e delle sue “Storie elisabettiane”, le trentuno tavole di illustrazione fumettistica esposte in mostra  a Trieste, presso Stazione Rogers (riva Grumula 14).

Stazione rogers

Le “storie” sono quattro filastrocche a rima baciata, le fiabe noir di Elisabetta e Piero (il narratore): “L’isola delle Lamprede”, “Un invito a cena”, “La fuga” e “L’ultimo episodio”. I versi non sono pura voce fuori campo, ma giocano a conquistare lo spazio, inserendosi ora nelle didascalie ora nei “baloon” dei personaggi. Il segno grafico, tendente ad avvolgenti linee curve, unito all’assenza di chiaroscuro, dona alla narrazione un ritmo fresco e immediato. Ed è proprio il ritmo di lettura che, ludicamente, intreccia immagine e parola in un legame di “interdipendenza e di reciproca liberazione”.

L’atmosfera giocosa è continuamente rinnovata dai protagonisti di Reina, che si affacciano dalle proprie vignette per entrare in dialogo con le altre, in una continua negazione di confini convenzionali.
Ma il racconto muta tono e si beffa dello spettatore, straniandolo con la “non ricerca della tridimensionalità”: Elisabetta e Piero sono solo effimere bambole di carta, nate dal capriccio della china. I personaggi sono, inoltre, spesso inestricabilmente legati allo sfondo (piatto a sua volta).
Nelle inquadrature “a campo lungo” la rappresentazione spaziale cambia, l’illustratrice descrive il mondo naturale con una prospettiva minuziosa. Tuttavia tentare di raffigurare gli elementi naturali è un illusione:  essi sono  troppo sfuggenti e il linguaggio umano non è capace di comprenderli nella loro globalità.

Lo spettatore si sente vinto, “gabbato” ed insoddisfatto, come i protagonisti dei racconti. Ancora una volta il connubio tra poesia e disegno svela la chiave di lettura della narrazione: la causa del fallimento è sicuramente l’inganno. L’uomo, però, non ne è semplice vittima ma, a causa di una qualche sua mancanza, involontario ed inconsapevole complice.

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