12 marzo 2009

La crisi dell’est è la crisi dell’Europa? Alla ricerca di un nuovo modello

Mentre tutti guardavano alla caduta del Pil americano, ai crack bancari e alle crisi delle industria automobilistiche degli Stati Uniti, nessuno o quasi si era accorto di ciò che avveniva ai nostri vicini di casa. La crisi invece è esplosa, quasi improvvisa, e hanno iniziato a rincorrersi quotidianamente allarmi sul fatto che stiamo perdendo l’Europa dell’est.

È “la fine di un sogno”, come ha titolato qualcuno, quello di una lunga transizione che in questi ultimi quindici anni aveva reso quell’area geografica una sorta di Eldorado non solo per le grandi imprese e per importanti gruppi bancari, ma anche per imprese medie o piccole.

Abbiamo tutti presente il mito di Timisoara divenuta distretto del Nordest in Romania e definita l’ottava provincia del Veneto. In questi giorni però, parafrasando un altro titolo letto sui giornali, “il sogno è diventato un incubo”, e i numeri della crisi ci vengono impietosamente presentati. Il summit europeo di Berlino di un paio di settimane fa ha sancito la difficoltà dell’Europa di far fronte a questa crisi e la via d’uscita appare molto lontana.

E così i Paesi dell’Europa dell’est stanno traballando, sia in termini economici che politici, dando spazio anche a nuove rivendicazioni populistiche e xenofobe. Il primo campanello d’allarme era arrivato dall’Ungheria, che, arrivata “prima degli altri”, ha potuto contare su un prestito del FMI di 25,1 miliardi di dollari per evitare la bancarotta. In Lettonia il governo ha dovuto dimettersi dopo le manifestazioni del gennaio scorso, ma non meno tese sono le situazioni nelle altre repubbliche baltiche, così come in Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ucraina (anche se la Slovacchia si affretta a sottolineare che non tutti i Paesi sono uguali e chiede di non fare di tutta l’erba un fascio).

La crisi ovviamente si ripercuote sulle nostre aziende, a iniziare dal Gotha della finanza e dell’industria nazionale fortemente esposta a Est: il Sole24Ore ci dice che Unicredit ha il 32% del giro d’affari che proviene dall’area, seguita da IntesaSanpaolo con il 12% e Fiat con circa il 10%.

Guardando vicino a noi non possiamo non essere preoccupati anche dai numeri che riguardano l’Austria, che è considerato il paesi più a rischio perché più esposto nei mercati dell’Europa Orientale: tanto che, ad esempio, il gruppo bancario Erste ha addirittura il 65% dei suoi ricavi che vengono dall’Est e Telekom Austria il 39%. Anche se poi l’istituto austriaco di ricerca economica Wifo ci dice che la situazione austriaca può essere considerata buona proprio se rapportata agli altri paesi UE, perché il Pil del 2008 seppur in calo è poco sotto lo zero di fronte ad calo medio europeo dell’1,5 e addirittura nel 2008 l’economia reale austriaca è cresciuta dell’1,8%. La Slovenia, che è cresciuta a ritmi elevati negli ultimi anni, pagherà come tutti la crisi soprattutto per il forte calo di investimenti esteri e di esportazioni, ma, rispetto agli altri mercati orientali ne risentirà meno grazie soprattutto alla sua posizione nell’eurozone.

Tale crisi ci fa riflettere sia sul modello di sviluppo intrapreso da quei paesi sia sull’Europa in generale e sul processo di allargamento.

Sul modello di sviluppo sarebbe stupido negare che la transizione sia stata caratterizzata fortemente da deregulation socioeconomica, manodopera a costi bassissimi e produzione intensiva, e non so se le nostre imprese abbiano davvero saputo esportare un modello italiano di sviluppo.

Rigurado all’Europa in generale, possiamo dire con un gioco di parole che era già in crisi prima della crisi. Ora il rischio è che la visione di cittadinanza europea non sia più il motore di cambiamento che spinge i paesi a sentirsi parte di un tutto, ma anzi, la stessa concorrenza interna fa paura e crea nuove chiusure. Quindi è vero la crisi sta alzando nuovi muri.

Forse però non si tratta della riproposizione della Cortina di Ferro che dovrebbe dividere nuovamente Europa occidentale e orientale, ma dei nuovi muri della visione dello Stato-nazione di antica tradizione, con una aggiunta di delusione e di revisionismo. Quando, paradossalmente, non ci si rende conto che invece alcuni Stati rimangono in piedi proprio perché membri dell’Europa, parte di un tutto più grande, alcuni proprio perché nella zona euro, allora l’Europa vacilla davvero.

L’idea d’Europa appare pallida, ma guardare solo al proprio orticello non porterà a nessuna nuova via di sviluppo se le nuove divisioni nascono in una guerra tra poveri.

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Un commento a La crisi dell’est è la crisi dell’Europa? Alla ricerca di un nuovo modello

  1. Marco

    Ciao,
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    Marco

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