31 Ottobre 2015

I fantasmi del Canin

el sunto Si conclude, con i fantasmi del Canin, la rubrica a cura di Fabio Marson sui Fantasmi del Friuli Venezia Giulia.

Si conclude, con i fantasmi del Canin, la rubrica a cura di Fabio Marson sui Fantasmi del Friuli Venezia Giulia.
Qui la prima puntata sui fantasmi di Trieste
Qui la seconda puntata sui fantasmi in Carso

– Hai sentito anche tu?
Sono le 23, io e Fabrizio ci siamo allontanati di qualche passo dal parcheggio per montare un telone e farlo assomigliare a una tenda. Dormiremo qui, così da poter affrontare la montagna di mattina presto, prima che il sole si svegli e decida di cucinarci vivi. Sopra le nostre teste c’è un cielo stellato che fa venire i brividi. Davanti a noi, invece, si innalza maestosa l’ombra del Canin.
– Sentito cosa?
– Voci. Lassù, dalla montagna.
Mi metto ad ascoltare, ma non sento niente. Fabrizio mi indica una chiazza nerissima sotto al Bila Pec, e io in risposta gli indico la boccetta vuota di grappa. Se l’è finita, il fenomeno, e ora sente le voci.
Però non è una cosa così folle. Il Monte Canin è da sempre una tana di grida, sospiri e lamenti. Quassù si incontrano tutte le leggende che vi possono venire in mente, dai diavoli alle streghe, dai fantasmi ai demoni. A parte gli zombi, c’è tutto. E allora, perché non andarci?

Quando partiamo è ancora buio. Ci lasciamo alle spalle edifici dormienti, che si svegliano solo d’inverno per offrirsi agli amanti della neve. Ci inoltriamo nel bosco e affrontiamo il sentiero, ancora umido per la notte, illuminando i passi con le torce frontali. La cima del Canin non si fa vedere, si tiene ben nascosta alle spalle del Bila Pec, sotto il quale sorge il Rifugio Gilberti.12192919_10153778979604668_2007863036_o
Si dice che a conquistare per prima la vetta del Canin, grossomodo nel Settecento, sia stata una pecora. E poi, quindi, l’inevitabile pastore. Ma la prima ascensione ufficiale è quella di Antonio Hocke e Antonio Siega nel settembre del 1874, e vennero presto seguiti da molti altri. Solo che inoltrarsi quassù, tra queste rocce crude, significa qualcos’altro: è affondare il piede nella paura di un popolo.
Già, perché un tempo il Canin era conosciuto dagli abitanti della valle nientemeno che come l’Inferno: era qui che le anime dei dannati venivano confinate, in una zona desertica che ti brucia d’estate e ti gela d’inverno. E infatti, appena sbuchiamo dal bosco e incrociamo la parete del Bila Pec, l’emozione cambia. Quella che oggi è meraviglia per chi abbandona la città, un tempo doveva essere un posto terrificante: scivolare su una roccia, rompersi una gamba, perdere una pecora, poteva anche significare la morte.12185660_10153778979569668_1481766647_o
L’alpinista Giovanni Marinelli, che cercò la vetta del Canin nel 1874 ma la mancò a causa della nebbia (lasciando dunque il primato a Hocke e Siega), così esordisce nei suoi appunti sulla valle dei dannati: “E qui invocherei una di quelle fiere immagini dantesche, così recise, così brevi, così compiute, perché sento che ogni penna vien meno a descrivere quella scena.”
Un tempo si diceva che il viandante che percorreva questi sentieri prima o poi avrebbe sentito le urla dei segregati nell’Inferno, costretti per sempre a demolire le grandi rocce circostanti. Voci. Dunque Fabrizio aveva forse davvero sentito qualcosa, al di là della grappa.

Il Gilberti è già in vista, ma all’improvviso veniamo investiti da un soffio gelido sgusciato dal terreno. Il Canin è carsismo puro, e nasconde un vasto mondo sotterraneo, lungo chilometri, che scivola chissà quanto verso il buio. Per questo motivo, oltre agli alpinisti, è zona di speleo: grotte e abissi non si contano, e quando il vento si incanala nelle fessure lo senti ululare. Le grida dei dannati? Probabile. Certamente un pericolo in più, soprattutto quando non si conosceva la loro ubicazione: la gente spariva, inghiottita dalla montagna. Secondo la leggenda, qui un tempo era tutta (campagna?) un prato fiorito. Ma le streghe, che quassù si radunavano, trasformarono i pascoli in roccia. Chi osava aggirarsi da queste parti al calar del sole, veniva presto circondato da un turbinio di streghe, sgusciate fuori dagli anfratti per farlo precipitare in uno degli abissi. Ora ditemi: i valligiani sbagliavano a indicare questo posto come l’Inferno?

Raggiungiamo il Gilberti, un rifugio che, come tutto qui intorno, ha sofferto la Storia. Costruito nel 1934, venne incendiato una decida d’anni più tardi dalle truppe tedesche, convinte che fosse un ricovero di partigiani. Alle sue spalle, sbuca il Monte Forato. Forato dal Diavolo, sia chiaro, quando su questa parete si schiantò durante una gara di volo, partita dalla vetta del Lussari, contro la Vergine Maria. La Madonna volava alto, il Diavolo basso, ed ecco la conseguenza. Il foro causato dall’impatto è ben visibile, ed è da lì che si affaccia per controllare i suoi prigionieri.12192863_10153778979359668_1691114903_o

Ma non divaghiamo: qui si parla di fantasmi. Per secoli qui è passato il confine con l’Impero Asburgico, e ciò si traduce in due parole: Grande Guerra. E infatti, lasciato il Rifugio e arrivati sulla Sella Bila Pec, ci accoglie un ricovero militare italiano. È solo una delle cicatrici coagulate su questa terra aguzza e tagliente. Come scrive Massimo Scotti nel suo Storia degli Spettri, il primo Novecento è un periodo in cui lo spiritismo ottocentesco comincia a decadere, ma lo scoppio della guerra recupera un bisogno universale di un contatto con i defunti: i soldati al fronte vivono gomito a gomito con la morte, i familiari a casa si rivolgono ai medium per ricevere messaggi dall’oltretomba. Sono anni di lutto, violenza e colpe: il Canin si ripopola di fantasmi.
Doro Balkan, di Misteri e Meraviglie del Carso, mi racconta la storia della Vecia de Tamaroz. Viene tramandata oralmente dagli anni Settanta, in triestino, perché raccolta in quegli anni da un gruppo di speleo di Trieste. Il vecchio gestore del rifugio Gilberti raccontava di una vecchia abitante di Tamaroz, in Val Raccolana, che alla fine degli anni Sessanta gli aveva consegnato una lettera per il marito. Che c’è di strano? Nulla, a parte il fatto che il marito era morto sull’altipiano nella ritirata del 1917. L’anziana l’aveva pregato di imbucare per lei la lettera in un karren, lungo la via percorsa dal marito in fuga dal Rombon verso la Val Resia. La vecchia era certa che lo scritto sarebbe arrivato all’anima del marito disperso cinquant’anni prima.
Infatti, dopo i primi anni di combattimenti, anche sul Canin venne il momento della ritirata: nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1917, una lunga colonna di ombre stremate si snodava lungo le mulattiere verso Val Resia e Chiusaforte. Ma all’arrivo, misteriosamente, mancava un battaglione. Questa è la storia più famosa del Canin: il Battaglione Fantasma. Ancora oggi, la notte, può capitare di sentire strani passi cadenzati, voci e risate. Sono gli alpini del battaglione scomparso che si aggirano in eterno per cercare la via di casa. È curioso come più di qualcuno abbia giurato di aver sentito o addirittura visto i fantasmi degli alpini. Fabio Forti ha raccolto alcune storie, molte delle quali avvenute nei pressi del “Bivacco Davanzo, Picciola, Vianello”. Uno speleo, uscito dall’Abisso Gortani e giunto al bivacco per preparare la cena, giurò di aver sentito dei passi poco lontano. Convinto che si trattasse degli amici che dovevano raggiungerlo, uscì dal bivacco, ma scoprì di essere solo. Non c’era nessuno, ma i passi cadenzati non accennavano a smettere.12180120_10153778983249668_113634425_n
Un altro fatto accadde invece qualche anno più tardi. È notte, e un gruppo di amici si prepara al pernotto sempre allo stesso bivacco. Uno di loro, costretto a uscire per sbrigare i suoi bisogni, rientra qualche minuto dopo, sconvolto. Sosteneva di aver visto una strana figura bianca, solitaria nella notte, vestita con un mantello e un turbante, bianchi anch’essi. Dopo le ordinarie prese per il culo, al Forti venne un dubbio. Tornati a casa, trovarono la foto di un alpino sul fronte dell’Adamello: addosso aveva una mantellina bianca, e in testa calzava il copricapo d’ordinanza. Un copricapo molto simile a un turbante. L’amico, cosa ancora più strana, non aveva idea di come vestissero gli alpini a quel tempo. Forse un soldato del Battaglione Fantasma?

Sulla Ferrata Julia, aperta da Kugy e Komac nel 1903, c’è più gente che alle Torri sotto Natale. Mi faccio superare da un po’ di gente, gli ansiosi che schizzano su di fretta senza nemmeno sbirciare la meraviglia che stanno calpestando. Saranno i primi, ma non capiranno mai dove sono arrivati.
Dalla vetta, che non descrivo perché non sono capace, chiudiamo l’anello verso il Rifugio, in una camminata devastante sotto al sole spietato.
Ma poi che pensavamo, che addentrarsi tra i fantasmi fosse una passeggiata?

Scritto ascoltando “Hellos Erebus” dei God Is An Astronaut. Ma va bene anche il canto alpino “Monte Canino”

Le foto sono di Fabrizio Palombieri

La foto degli alpini sull’adamello è tratta da parcoadamello.it

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16 commenti a I fantasmi del Canin

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