23 Ottobre 2006

A Trieste, quando la juventinità è in dubbio…

Andrea Luchetta ci manda un affresco sul prepartita di Triestina – Juventus. Andrea è un collaboratore di Triestina.tv, un progetto che verrà presentato nei prossimi giorni e che vede Beniamino Pagliaro tra i responsabili.

Barba sfatta, sguardo perso e camminata indifferente ai primi refoli di bora, si aggirano fra noi. Di sicuro li abbiamo incrociati, ma li avremo scambiati per cassaintegrati di lungo corso, o per studenti di filosofia un po’in là con gli anni. Soffrono, i profeti da bar. Perché è in questa settimana che si giocano decenni di onorata carriera. Dimenticati i mondiali, per una volta accantonate perfino le battute sull’Inter. Sabato viene la Juve, altroché. E’dagli Anni ’50 che aspettano questo momento. Ed è adesso che si distingue il campione dalla massa dei ciarlatani.

Diciamo la verità: non sono gli unici ad avere sabato come pensiero fisso. Son tempi duri per le mogli triestine. Ma, a quanto pare, non siamo soli nella nostra follia. E allora, non possiamo che toglierci il cappello di fronte ai maestri ungheresi, pronti a sobbarcarsi migliaia di chilometri per una partita di serie B, e unirci agli stoici austriaci in un’unica, grande crisi di coppia collettiva. Mai, dal 1914 a questa parte, Trieste è stata così vicina al vecchio Impero.

Sarà bello, oltre che retorico, ritrovare nella città quella vocazione universalistica che, nella quotidianità, si perde fra s’ciavi, furlani e terroni. E sarà strano, almeno quanto sa essere strana la nostra città. Voglio dire, passiamo 364 giorni all’anno a massacrarci su foibe, capoluoghi e tasse al sud; i gruppetti più razzisti e intolleranti spuntano come funghi, e trovano comoda ospitalità nello sport, e nella curva della Triestina in particolare. Però, un paio di volte all’anno, tutte queste divisioni vengono come accantonate, e la città ritorna in mano alla gente normale. Quella che non si rasa la testa a zero. Quella di lavoro, e non di governo. O forse, più semplicemente, è la gente che si normalizza. Che per una volta lascia sul Carso tutte le croci della nostra storia, e si proietta sul mare.

Sta di fatto che, quando glielo si chiede, Trieste sa aprirsi. Non dico essere accogliente come una città del sud, perché scontrosi e brontoloni pur sempre restiamo. Ma accettiamo l’idea che il friulano che viene a sentire Elisa non sia in realtà in avanscoperta per scipparci il capoluogo; o che lo sloveno che partecipa alla Barcolana non voglia pescare di frodo il nostro pesce. Insomma, diventiamo civili. Globalizzati mai, perché comunque sarà più facile ubriacare il Papa a suon di Bacardi, che un roianese potocco. Ma smettiamo di ringhiare, e qualche illuminato inizia persino a sorridere. Sabato, veder tifare spalla a spalla i popoli del vecchio Impero farà un certo effetto.

Certo è bizzarra, una città che si apre a comando, che decide con mesi di anticipo quando sarà allegra. Come se una vera festa si potesse programmare. Forse vuol dire qualcosa. Dove sono ogni sabato quelle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Unità il 7 ottobre? D’accordo, molte sono sparse fra Rovigo, Venezia, Cividale e Rijeka. Ma gli altri, i triestini? Forse non aspettavano altro che una scusa per mettere il naso fuori di casa. E, fra tonnellate di capelli, le teste rasate non si notavano affatto. Sarà che molte se ne sono rimaste chiuse in municipio.

E’ del tutto logico che un’apertura di questo genere si debba alla squadra forse più internazionale del mondo. Al di là dei soliti luoghi comuni, che ha dieci milioni di tifosi, che o si ama o si odia, che ruba gli scudetti, e che se tutto funzionasse come alla Juve staremmo in Svezia, è questo il tratto distintivo della squadra torinese. Mi è capitato di conoscere un giapponese che girava con le caricature di Cannavaro e Trezeguet attaccate alle chiavi. E del Piero lo sanno pronunciare persino in Corea.

Per questo sarà ancora più divertente sentire qualche migliaio di “va’in mona” rivolto ai divetti patinati che bevono sano e digeriscono meglio. O vedere Kyriazis dar finalmente a Nedved una buona ragione per rotolarsi come un tarantolato. Non so come dirlo, sarà la rivincita della periferia sul centro. Del resto, perché mai un triestino, un campobassesese, o l’ultimo degli abitanti di Caltanissetta dovrebbe tifare per gli squadroni della serie A? Voglio dire, che legame c’è, con loro? Nessuno. E’ solo la voglia di sentirsi partecipi, di avvicinarsi un po’ al mondo magico dei posti che contano; di farsi meno provinciali e più metropolitani.

Il tifo vero, viscerale, di solito si riserva alla squadra locale, o alla nazionale. Ragion per cui non credo che sorgerà alcun vero caso di coscienza fra i tifosi triestini con doppia tessera. Almeno così è stato per me, che tifo Juve da quando, a 5 anni, ho scoperto che il portiere non poteva usare le mani fuori dall’area e che mio zio era juventino; da quando passavo la notte insonne a rivedere all’infinito Dino Baggio che solleva una misera coppetta UEFA; da quando mi deprimevo per un quarto di finale di Coppa Italia. Però, chissenefrega. Volete mettere con Lucca, con la punizione di Parisi col Mestre, con l’anno di Fava? Coi gol di Intartaglia in serie D?

Non più tardi di un anno fa, ero al triangolare della Tim con le bave alla bocca per un lancio di Vieira. D’accordo, adesso non c’è più, ma c’è pur sempre Zanetti. E comunque non mi sembra vero. Da bravo cinico dipendente dalle disgrazie dell’Inter e dai pianti di Ronaldo, mi godrò lo spettacolo di Buffon che si sporca le ginocchia con Piovaccari. E proverò un certo qual gusto, che mi farà forse dubitare della mia juventinità. Ma pazienza. Vi pare il caso di formalizzarsi?

Nella vita reale, un Fantinel avrebbe la possibilità di battere un Agnelli soltanto ubriacandolo. Sabato può provare a farlo da sobrio.

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Un commento a A Trieste, quando la juventinità è in dubbio…

  1. Shrieking nurse ha detto:

    What is morally wrong can never be advantageous, even when it enables you to make some gain that you believe to be to your advantage — Marcus Tullius Cicero

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