10 luglio 2015

St. Vincent, zanzare e panini col frico: bentornato Sexto ‘nplugged

Il tour di St. Vincent ha fatto tappa al festival Sexto ‘nplugged di Sesto al Reghena. La cornice è la solita, stupenda, dell’Abbazia di Sesto, il panino col frico è sempre li, pronto a sfamare gli appassionati di musica, come da consolidata tradizione. La prima delusione della serata è che le chiome candide della cantante statunitense sono scomparse ed hanno lasciato il posto a dei capelli corti e scuri, un po’ come se la Coca Cola buttasse via il marchio e lo sostituisse con un quadrato.

st_vincent[1]Il love parte subito con un ritmo arrembante e con volumi importanti (ma non era un festival acustico questo, una volta?), St. Vincent arriva sul palco con le movenze della suora in cima alla scala di Blues Brothers, a piccoli passetti robotici, assecondata dalla tastierista Toko Yasuda che prende parte a tutte le coreografie. L’allestimento del palco è minimale, tutto è centrato sulla figura magnetica di St. Vincent e sulla chitarra che lei strazia e tortura con sadismo. C’è tanto, tantissimo Bowie sia nella figura fisica di St. Vincent, sia nell’impostazione dei suoi pezzi, tutta roba del periodo berlinese. I pezzi sembrano funzionare molto meglio quando sono centrati sul ritmo e sull’intensità piuttosto che quando sembrano voler raccontare qualcosa: è forse un limite della formula che guarda così ostentatamente agli anni ’80, non a caso un periodo storico che ha fatto bandiera di una certa ricerca estetica e del disimpegno. Non è un caso, quindi che sul finale di Regret St. Vincent fornisca una chiave di lettura del tutto citando alcuni versi, inconfondibili, di Personal Jesus dei Depeche Mode.

La formula, tuttavia, mostra ben presto il St+Vincent+PNG[1]limite di una certa piattezza, di una certa monotonia. La sensazione che le idee fossero finite dopo una ventina di minuti serpeggia. Il live rimane assolutamente godibile, beninteso, non si tratta di uno spettacolo scandente, tutt’altro: si tratta però di un qualcosa che fra assoli ostentati e coreografie da robottini, racconta più o meno la stessa storia per tutta la durata del concerto. L’alternarsi di vuoti e di pieni, senza nessuna sfumatura intermedia non contribuisce a rendere meno prevedibile e monocorde lo sviluppo del live.

Un finale da performance di teatro contemporaneo con la nostra beniamina che prima in preda ad un piccola morte e successivamente resuscitata, fende la folla brandendo la chitarra e si dirige verso il fondo del cortile, forse per paura che finissero le t-shirt taglia S al banchetto del merchandising.

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