22 Aprile 2008

L’eredità politica di Illy

Purtroppo Roberto Weber appartiene a un’altra dimensione e collabora col Piccolo invece che con Bora.La. Invidiosi di quella dimensione perchè contiene i testi di Weber, la copiamo e incolliamo trascrivendo l’articolo apparso ieri sul Piccolo:

L’EREDITÀ POLITICA DI ILLY
di Roberto Weber

Per fare generosamente e tempestivamente a pezzi Riccardo Illy, il prof. Valdevit nel suo necrologio (il professore ha una curiosa inclinazione per questa forma letteraria) si è richiamato a Machiavelli. Molto più modestamente, per celebrare Illy, come si conviene a un commentatore “non laureato”, farò riferimento a un librettino sul gioco del calcio pubblicato da Adelphi, una decina di anni fa. In esso l’autore Dimitrievic definisce le personalità di due grandi campioni osservando che “Quando entra in un pub Beckenbauer tutti si aspettano che offra da bere, quando entra Maradona tutti gli offrono da bere”. È indubbio che Riccardo Illy sia più agevolmente assimilabile al primo dei nostri campioni. Ed è altrettanto indubbio che alcuni aspetti della sua personalità abbiano fin dall’inizio finito per permeare anche il suo stile di governo, che a molti è parso troppo distante o troppo algido.

È anche possibile che il suo rifuggire dalla ricerca di forme di empatia nel suo rapporto con l’opinione pubblica gli sia costato alcuni consensi e abbia creato qualche area di insofferenza anche fra chi per storia e appartenenza avrebbe dovuto dargli il voto. Al tempo stesso è vero che l’abito decisionista, la scarsa concessione alle mediazioni e una certa inclinazione autocratica spesso poco vocata all’ascolto, gli possono avere alienato nuclei di consenso qualitativamente importanti nella società civile. Eppure – a prescindere da quello che sarà l’operato di governo di Renzo Tondo – sono pronto a scommettere che proprio questo stile, proprio questo approccio, saranno fortemente rimpianti e andranno a costituire la pietra di paragone su cui misureremo gli altri che verranno. Troppo freddo? Troppo orientato a fare di testa propria? Troppo riduttivo rispetto alla complessità del reale? Pragmatico al punto di essere banalizzante? Troppo marketing oriented? O ancora troppo incline a far riferimento nella scelta dei collaboratori a un milieu ristretto? Incapace di autocritica?

Certo sono giudizi per molti versi condivisibili, ma sono giudizi inevitabilmente relativi e parziali perché non tengono conto dell’altra composita realtà in cui si formano le decisioni, quella dei partiti, dei sindacati, delle categorie economiche, delle lobbies economiche, dei gruppi di interesse, delle personalità e dei profili individuali che queste esprimono. Questa realtà complessa – quando Illy iniziò a operare a Trieste nel 1993 – appariva profondamente in crisi, attraversata da spinte dissolutive, divorata da interessi di parte, impoverita nelle sue rappresentanze, priva di direzione e di progetto, lacerata da un passato che non passava mai. Illy vi ha lavorato per dieci anni, portandovi un disegno d’ordine, un’idea di futuro, un metodo di lavoro, spostando in avanti le lancette bloccate e arrugginite che segnavano il tempo della città. Chi è venuto dopo di lui ha ricominciato da dove Illy aveva lasciato e per molti versi s’è guardato bene dal tornare indietro. In regione Riccardo Illy ha operato – per quanto sono riuscito a capire – con le stesse modalità e il suo successore eredita qualcosa che in termini di immagine, di rapporto con i cittadini, di pacchetto di servizi erogati alle persone e alle imprese, di orizzonti, vale certamente di più di quanto valesse nel 2003.

Illy ha fatto in questi anni molto di più di quanto la politica sia riuscita a fare nel resto del Paese. Le ha dato dignità e rispetto in tempi di altissima usura del patrimonio di fiducia della gente verso le proprie classi dirigenti. Se ha invaso spazi che tradizionalmente spettavano ai partiti, lo ha fatto nel loro momento di maggior impotenza, quando erano già “corpo morto che tace”. Il resto ha davvero poca importanza: forse che D’Alema, Veltroni o Berlusconi non sono anche loro arroganti, autoreferenziali, diffidenti, ostinati e pigliano le decisioni cruciali spesso in totale autonomia? I calciatori, grandi o piccoli che siano, si giudicano per la loro carriera, non certo per i rigori sbagliati e se anche Riccardo Illy ne ha sbagliato uno facendo coincidere le elezioni regionali con quelle politiche, oggi bisogna ricordarsi di quello che ha dato. Tanto. A tutti i cittadini. Alla sinistra e alla destra. Le ha modernizzate entrambe. È indubbio che assomigli a Beckenbauer, ma posso garantirgli – anche se probabilmente non gliene importa nulla – che se viene al Caffè S.Marco, sarò fra i primi a offrirgli da bere e che troverà più d’uno disposto a farlo.
(21 aprile 2008)

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4 commenti a L’eredità politica di Illy

  1. Avatar Matteo

    Chapeau.

  2. Qualcuno riesce a tirar fuori
    il pezzo di Valdevit a cui fa riferimento Weber?

  3. Avatar patrick

    No merita!

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