6 Ottobre 2023

L’esperimento di Giulio Vascotto

el sunto L'appuntamento del mese con la rubrica dedicata ai racconti di Davide Stocovaz ambientati a Trieste.

Anche quel mattino, il quarantenne Giulio Vascotto si svegliò sentendosi già stanco. Sentiva un ronzio nella testa, le ossa pesanti. Si girò e rigirò più volte sul materasso. Solo dopo qualche minuto, decise di trascinarsi giù dal letto. A piedi nudi lasciò la camera, attraversò il piccolo corridoio e si diresse in cucina. Con movimenti lenti e meccanici, si preparò un caffè. Crollò su una sedia, in attesa del brontolare della moca.
Vascotto si trovò a fissare un punto vuoto davanti a sé, con fare perso nel nulla. Come tanti fotogrammi di un film, nella sua mente si avvicendarono immagini di Marco, il suo unico figlio. Lo vide in fasce, mentre agitava le gambine in culla; vide i suoi primi passi; sentì la sua prima parola; se lo sentì quasi addosso mentre durante un mal di pancia, se l’era caricato tra le braccia e l’aveva cullato per tutta la notte; lo vide ragazzino, quando andavano insieme al giardino pubblico sotto casa e lui gli comprava il gelato; vide il suo sorriso, sentì la sua voce candida, la sua risata cristallina quand’egli, per il suo diciottesimo compleanno, gli aveva regalato un motorino.
La valanga di ricordi s’interruppe soffocata dal brontolare della moca.
Vascotto si alzò, sorseggiò il caffè con sguardo meditabondo, rivolto verso la finestra. Al di là del vetro, notò che il cielo si stava schiarendo: la notte cedeva il passo a un mattino terso e un primo sole opaco illuminava i tetti di una sfumatura dorata.
Un timido sorriso, dopo tanto tempo, gli storpiò il volto. Quello sarebbe stato il giorno decisivo. Quello sarebbe stato il giorno della verità.
Percepì, dentro di sé, una strana carica di adrenalina che sembrò destargli le membra. Si sentì sveglio, e sicuro di procedere fino in fondo con il suo esperimento.
Afferrò il cellulare su una mensola. Compose un numero e attese la linea.
Diana, la sua ex moglie, rispose dopo il terzo squillo.
“Sono io”, mormorò Vascotto: “Oggi è il gran giorno. Ci vediamo allo studio tra mezz’ora.”
Lei si limitò a rispondergli con uno distaccato “va bene”, poi agganciò.
Giulio e Diana, nonostante la fine del loro matrimonio, avevano lavorato fianco a fianco negli ultimi anni alla creazione di una macchina temporale. Un aggeggio in grado di piegare la volontà del tempo, che sembrava destinato a scivolare via giorno dopo giorno, mangiandosi tutto a bocca aperta. Ma la macchina di Vascotto, invece, in teoria, sarebbe riuscita, per mezzo di un flusso energetico, a fermare il tempo presente e a condurre un essere umano in un tempo passato.
Nonostante gli sforzi, Vascotto non aveva ancora sperimentato la macchina su di un essere umano. E quel giorno, egli stesso ne avrebbe provato il funzionamento.
In trepidazione, indossò una t-shirt nera, pantaloni dello stesso colore; calzò delle scarpe da ginnastica e lasciò l’appartamento.
Raggiunse presto la sua utilitaria, parcheggiata a pochi metri dalla sua abitazione. Salì a bordo e accese il motore. Innestò la marcia e scivolò lungo la via mentre il sole continuava a salire nel cielo.
A quell’ora, le strade della città di Trieste erano semivuote, fatta eccezione per alcuni camion dell’immondizia e qualche autobus di passaggio. Perciò, nell’arco di quindici minuti, Vascotto raggiunse la zona industriale. Guidò superando ampi magazzini e casermoni ormai abbandonati. Entrò in un cancello spalancato, nell’area più a est, e parcheggiò davanti a un capannone grigio perlaceo. Ad attenderlo, fuori dal portone in ferro, c’era Diana posta accanto a un motorino rosso.
Nonostante l’età e tutta la vita che l’era passata addosso, la donna manteneva una bellezza affascinante. Indossava già il suo camice da laboratorio, mentre i capelli corvini erano raccolti in una coda di cavallo.
Vascotto la salutò cordialmente. Poi afferrò un mazzo di chiavi e armeggiò con la serratura del portone. Lo aprì.
Un odore di metallo fresco gli aggredì le narici. Accese le luci. Quando queste si spalancarono, inondando l’area di un biancore elettrico, Vascotto poté vedere la sua creazione.
La macchina temporale aveva tutto l’aspetto di una comune cabina telefonica con i lati rigonfi; più alta che larga, permetteva a un uomo di starvi all’interno comodamente in piedi. Sotto al fulgore bianco delle luci, il suo metallo pesante rifletteva scintillii perlacei.
Un grosso cavo nero partiva dal retro della macchina, serpeggiava sul pavimento e si innestava in una sorta di mixer di comando posato su di una scrivania addossata alla parete di fondo. Dal mixer venivano passati i dati direttamente alla macchina: intensità del flusso energetico, minutaggio di rilascio del flusso, giorno e ora del viaggio temporale.
Tutti gli esperimenti, condotti finora dai due, avevano avuto come protagoniste delle cavie da laboratorio. L’ultimo esemplare sottoposto al viaggio, era stato munito di microcamera posta sulla testa, in grado di trasmettere le immagini in bluetooth a uno schermo tenuto da Vascotto. Con grande sorpresa dei due, incollati allo schermo, videro che la cavia era effettivamente tornata indietro nel tempo. Vascotto aveva impostato il viaggio a qualche mese prima, e la cavia si era effettivamente ritrovata nella gabbia di un allevamento insieme ad altre cavie.
E se la cosa aveva effettivamente funzionato con essa, perché mai non avrebbe dovuto funzionare con un essere umano? E perché non osare ad ampliare lo spettro temporale del viaggio?
Vascotto indossò un camice bianco sopra la t-shirt. Guardò negli occhi chiari di Diana.
“Ci siamo.”
“Sei sicuro di volerlo fare?”
“Non posso resistere un giorno di più. Senza di lui, la mia vita non ha più un senso, e ogni giorno che passa mi sembra di vivere in una palude senza luce.”
“Ciò che provi tu, lo provo anch’io. Ma mi chiedo se stiamo facendo la cosa giusta. Forse, i morti devono restare morti.”
“Non lui. Non Marco.”
Vedendo il suo sguardo inamovibile e determinato, Diana non se la sentì di aggiungere altro.
Guardò il suo ex marito avvicinarsi alla macchina temporale. Con un gesto rapido, ne aprì la porta e si mise in piedi al suo interno, poi la richiuse.
Diana si gettò al mixer sulla scrivania. Una certa tensione le attanagliava le viscere, e non seppe dirsi se si trattava di ansia, preoccupazione o paura.
Le sua mani viaggiarono sui comandi, finché non avvertì un ronzio elettrico salire dalla macchina.
Al suo interno, Vascotto fece un respiro profondo. Chiuse gli occhi.
Non dovette attendere molto. Nell’arco di qualche secondo, una luce blu elettrico investì il suo corpo, mentre un suono di turbine che aumentava di intensità gli invase le orecchie.
Prima di entrare nella macchina, aveva indossato un radiomicrofono, che gli avrebbe permesso di comunicare direttamente con Diana.
“Ci siamo. Sono sotto al flusso energetico”, comunicò.
“Ricevuto. Ora aumento la potenza.”
Diana alzò una leva spingendola al massimo della sua corsa.
Vascotto si sentì investire dalla potenza del flusso energetico; era come se tutto il suo corpo fosse attraversato da un fuoco intenso che gli faceva vibrare il cuore, sussultare la lingua in bocca. Da lì a poco, si sarebbe smaterializzato per comparire a casa sua quella notte, quella maledetta notte in cui Marco sarebbe uscito di casa per andare a cena con degli amici e non sarebbe più tornato.
Trasse un respiro profondo, mentre avvertiva il ronzio delle turbine crescere a dismisura: era divenuto un ronzare insostenibile.
Allora vi fu un flash bianco, visibile persino attraverso le palpebre chiuse.
Vascotto aprì gli occhi e si trovò nel buio. E in un silenzio totale.
Cercò di gridare. Non venne alcun suono. Neppure un gemito roco.
Provò a tastarsi la bocca, cercando di capire perché non funzionasse. Nessuna bocca, né mani, né corpo. Niente di niente. Solo il ricordo di avere avuto corpo, mani e bocca.
Il terrore lo gelò.
Cercò di urlare, ma non poté. Cosa stava succedendo? Dove si trovava?
Forse, Diana aveva sbagliato qualcosa con i comandi del mixer?
Si sentiva come una bolla, una bolla zeppa di sensazioni e ricordi, che galleggiava nell’aria.
Qualcosa doveva essere andata storta, e ora lui era morto: morto, morto e morto.
Quella parola era come un rullio di tamburo nella sua mente.
“Giulio? Mi senti? Puoi parlare?”, chiese Diana all’interno del suo radiomicrofono.
Ma non ottenne risposta.
Controllò ogni comando del mixer. Aveva seguito la procedura alla perfezione, non si spiegava l’assenza e il mutismo del suo ex marito.
Un’ondata di terrore le mareggiò nello stomaco. Per un attimo, temette di perdere i sensi. Si posò sulla scrivania, continuando a chiamarlo nel radiomicrofono.
Ma ancora, nessuna risposta.
Decise di attendere qualche minuto, mentre un’ansia densa come nebbia le si gonfiava nello spirito.
“Giulio? Mi ricevi? Ti prego, parlami, dimmi qualcosa!”
Silenzio totale.
Morsa dalla disperazione, Diana armeggiò sui comandi del mixer. Abbassò la leva del flusso energetico, riportò il contatore temporale al tempo presente, sperando di vedere riformarsi il corpo di Giulio e di vederlo uscire incolume dalla macchina.
Attese per alcuni minuti, preda di un’ansia viva che le serpeggiava nello stomaco.
La macchina parve rianimarsi. Un ronzio elettrico scaturì dalle sue viscere. Si sentì un grosso tonfo al suo interno.
Diana fece volare le mani sul mixer, spegnendo ogni pulsante. Si staccò dalla scrivania e corse alla macchina. Con foga, ne aprì lo sportello. Un bagliore blu elettrico le ferì gli occhi. Viluppi di fumo si alzavano dal pavimento, e tra questi viluppi giaceva una sagoma umana. Giulio.
Diana fece alcuni passi indietro, portandosi una mano alle labbra contratte in una O muta.
Giulio Vascotto sembrava essersi rannicchiato su se stesso. Sembrava morto.
Ma poi, dopo qualche secondo, un rantolo si alzò dalla sua figura. Il fumo si disperse nell’aria, rivelando il suo camice bruciato in più punti.
L’uomo si mosse di un poco, emise un altro gemito straziante.
Diana fece un passo in avanti, per aiutarlo ad alzarsi, ma si fermò di colpo, paralizzata dal terrore.
Qualcosa stava uscendo dal dorso dell’uomo, qualcosa di animato e carnoso.
Diana ci mise un pò a comprendere che si trattava di un altro braccio.
Intanto, Vascotto stava strisciando fuori dalla macchina incontrando il duro pavimento. Si muoveva una mano dopo l’altra, mentre il braccio sul dorso oscillava a ogni sussulto del suo corpo.
Diana soffocò un grido di orrore. Guardando in basso, notò che l’uomo aveva qualcosa che gli fuoriusciva dal petto. Comprese trattarsi di un altro braccio ancora, rivolto verso il basso, che gli consentiva di strisciare più rapidamente sul pavimento.
Vascotto uscì interamente dalla macchina e Diana non riuscì a trattenere un grido di terrore. Ora il suo ex marito aveva quattro gambe; le due normali e altre due che gli sporgevano dai fianchi quasi come un ragno di una specie ignota.
La donna si fece forza per non perdere i sensi. Vascotto si fermò, sollevò il capo guardandola negli occhi: aveva uno sguardo supplichevole, attraversato da un dolore indicibile. Le sue labbra erano storpiate in una muta preghiera. Un brontolio roco uscì dalla sua bocca, il suono di una creatura non più umana.
In preda al panico, Diana si affrettò a un armadio posto a lato della scrivania. Ne spalancò le ante e afferrò una pistola.
Avevano deciso di tenere lì un’arma in caso di estrema necessità. Più e più volte Vascotto le aveva ripetuto, durante i loro esperimenti:
“Quando sarà il mio turno, se mai dovesse accadermi qualcosa di brutto, non esitare a uccidermi.”
Una disperazione atroce si impadronì di lei, mentre puntava la pistola contro la testa di quella strana creatura.
“Mi dispiace. Mi dispiace tanto”, singhiozzò, mentre ampie lacrime le solcavano il volto.
Vascotto, o ciò che n’era rimasto, continuava a guardarla con fare pietoso, le labbra storpiate in un grido muto. Rimase immobile, in una forma scomposta.
Un colpo solo.
L’arma rinculò tra le mani di Diana, che la lasciò cadere quasi subito sul pavimento.
Vascotto, con un buco sanguinolento in mezzo alla fronte, crollò su se stesso e non si mosse.
Diana, piangendo lacrime amare, andò a chiudere lo sportello della macchina temporale. Iniziò a tempestarla di pugni e di calci, mentre il pianto copioso sembrava non volersi arrestare.
Crollò esausta sul pavimento, alzò il capo verso il soffitto grigio e lanciò un grido disumano: rabbia e frustrazione si mescolavano assieme.
Quando si riebbe, si alzò lentamente. A passi decisi, spense il mixer. Con un ampio telo bianco, coprì la macchina temporale; con uno più piccolo, il corpo senza vita di Vascotto.
La procedura finale prevedeva la distruzione di ogni traccia del loro lavoro. Così, Diana, con una freddezza meccanica, andò all’armadio e ne estrasse una tanica di benzina. Ne versò un pò sul telo che copriva il corpo orrendo del suo ex marito. Diede ampie gettate sulla macchina temporale e tutt’intorno a essa. Ne versò anche sul mixer. Disegnò una traccia di benzina sul pavimento, fino al portone di ingresso. Prese un fiammifero, lo sfregò con forza contro la scatoletta e, quando la fiamma prese vita, lo gettò ai suoi piedi.
Solo allora, spense le luci, e uscì dal capannone. Mentre le fiamme divampavano al suo interno, divorando tutto, la donna chiuse a chiave il portone, salì a bordo del suo motorino e abbandonò la zona. Mentre si allontanava nella desolata zona industriale, un pianto denso le risalì dai recessi dell’anima e dovette fermarsi per asciugarsi le lacrime.
Quando riprese la marcia, incrociò il camion dei pompieri lanciato a gran velocità e con le sirene spiegate in direzione del capannone. Sperò che le fiamme avessero distrutto ogni prova del loro folle esperimento. Aumentò la velocità del motorino e svanì dietro a una curva.
Ancora oggi, i triestini non sanno spiegarsi le cause dell’incendio esploso nell’area industriale della città quel mattino del 2006. Le fiamme avevano divorato gran parte della struttura e nulla di significativo era stato trovato al suo interno, tranne uno strano aggeggio deformato dal rogo: sembrava una grossa cabina telefonica in metallo, ma nessuno seppe dire a cosa fosse servita.

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