10 Marzo 2023

La collina degli scoiattoli

el sunto Ottavo appuntamento con la rubrica dedicata a dei brevi racconti horror ambientati a Trieste. La rubrica ha cadenza mensile

Alla fine degli anni Novanta ero solito recarmi con mio padre e mia madre nel Parco di Miramare a Trieste.
Si andava lì agli inizi della primavera e ricordo le passeggiate interminabili lungo i sentieri asfaltati, ammirando la lussureggiante vegetazione che componeva il parco. Questo si estendeva su una superficie di ventidue ettari sul promontorio carsico di Grignano e venne progettato dall’architetto austriaco Carl Junker per volere dell’Arciduca Massimiliano; per la progettazione botanica venne incaricato il giardiniere Josef Laube, successivamente sostituito dal boemo Anton Jelinek.
Bisogna sapere che, prima del 1856, la zona del parco era del tutto spoglia, con solo alcuni arbusti e cespugli spinosi. Solo con i lavori voluti da Massimiliano venne piantata una vegetazione di origine non europea. Entro un periodo di dieci anni, cedri del Libano, del nord Africa e dell’Himalaya, abeti rossi provenienti dalla Spagna, cipressi dalla California e dal Messico, varie specie di pino dell’Asia e dell’America vennero aggiunti e si svilupparono dando vita al parco odierno, un’autentica delizia per gli occhi e per l’olfatto.
Prima di lasciare il parco, non mancavamo mai di visitare quella che avevo definito “la collina degli scoiattoli”, un piccolo promontorio non distante dalle due gallerie scavate nella roccia carsica. Ci si arrivava prendendo dei piccoli gradini sulla destra, poco distante dall’ingresso principale del parco, e si risaliva la parete cespugliosa che conduceva alle due gallerie; si prendeva poi un sentiero sulla sinistra che si snodava tra la vegetazione e ci si ritrovava in un piccolo spiazzo di terra brulla, formato da piccoli arbusti fra le cui fronde si poteva intravedere il mare del golfo.
Mia madre si portava spesso, nella tasca della giacca, un sacchetto di noccioline. In quel punto del parco me lo consegnava e io ne afferravo una e la battevo con forza sul tronco di un albero. E loro arrivavano. Erano sempre accompagnati da un frusciare di foglie e un cigolio di rami, e le loro sagome sfuggenti si rincorrevano scattanti nelle chiome degli arbusti. Ne ammiravo la forza, l’agilità, l’intraprendenza, le acrobazie. Erano come spiriti liberi del bosco. Ed ecco che l’esemplare più impavido scendeva il tronco dell’albero, si avvicinava cauto alla mia mano protesa e, dopo aver annusato la nocciolina, apriva la bocca e me la prendeva risalendo rapido l’albero. Per me quello era un momento magico. Uomo e animale che si incontrano e l’uno nutre l’altro. Ricordo quel suo manto rosso fuoco, rischiarato dai riflessi del sole, le piccole orecchie a punta, la grossa coda sferzante l’aria e i suoi occhietti rotondi. A ogni nocciolina presa dall’animale, sentivo un flusso di gioia riempirmi il petto.
Avrei potuto restare lì con loro per ore e ore, ma appena finivo le noccioline dovevamo andarcene. Ce ne restavamo ancora qualche minuto, a osservarli scattare fra le fronde, disperdersi tra i rami e svanire come fossero stati dei folletti dei boschi.
Quella zona del parco non era un mistero. Spesso vi si radunavano altre famiglie con i loro bambini e tutti eseguivano le mie movenze, dando da mangiare ai piccoli abitanti delle fronde.
A metà degli anni duemila, quand’ero ormai adolescente, dopo una lunga giornata di mare trascorsa in compagnia di alcuni amici, decisi di tornare in quel posto a me tanto caro e magico. Ricordavo molto bene la strada da seguire, perciò raggiunsi il piccolo promontorio in breve tempo. Avevo premeditata la cosa, perciò nella tasca dei pantaloni tenevo un sacchetto di noccioline.
Raggiunto lo spiazzo in terra battuta, alzai lo sguardo alle fronde, ma non intravidi nessun movimento, nessun guizzo di pelo che avrebbe rivelato la loro presenza. Così, estrassi una nocciolina dal sacchetto, la battei contro il tronco di un albero e rimasi in attesa. Non aspettai molto. Un fruscio sopra di me indicò la presenza di un esemplare. Quando apparve, notai trattarsi di una specie diversa: aveva il corpo tutto grigio e la coda folta dello stesso colore. Ne riconobbi la specie, era di origine europea. Battei ancora la nocciolina contro il tronco e lui si mosse rapido; lo discese fino all’altezza della mia mano. Per un attimo, i nostri sguardi si incrociarono. Fiutò col nasetto il cibo, poi aprì la bocca e lo prese, si girò su sé stesso e svanì nella fitta chioma dell’albero. Mentre lo ascoltavo sgranocchiare la sua nocciolina, venni attratto da un movimento alla mia destra.
Girai lo sguardo e mi paralizzai.
Una ragazza, mia coetanea, mi stava guardando con un debole sorriso. Aveva i capelli bruni sciolti sulle spalle e agitati in modo selvaggio sulla testa; il volto aveva dei lineamenti dolci; gli occhi le scintillavano di riflessi verde-acqua. Indossava una sottile veste estiva e nera, con un motivo a fiori gialli. La trovai subito incantevole, e per un lungo attimo non seppi cosa dirle.
Lei non disse una parola, il suo sorriso si spense quasi subito e alzò una mano indicandomi la vegetazione che si spalancava dietro il promontorio.
Guardai in quel punto, trovandovi solo un muro di cespugli. E quando rigirai lo sguardo per chiederle cosa intendesse, lei era svanita. Ricordo di essermi guardato intorno inebetito. La cercai lungo il sentiero, ma non la trovai. Sembrava essersi dissolta nell’aria.
Allora mi decisi ad addentrarmi tra i cespugli. Ne scostai le fronde con le mani e mi infilai nel pertugio creato. Avanzai nella zona est del parco, quella più selvaggia. Non v’erano sentieri da seguire e i pini marittimi si alternavano a perdita d’occhio abbracciati alla base da grossi cespugli puntuti. Non sapevo dove stavo andando, né cosa stavo cercando esattamente. Però, dopo qualche minuto, un odore acre mi invase le narici. Era un olezzo mai sentito prima, di qualcosa di marcescente misto all’odore forte e selvatico del sottobosco. Mi fermai un attimo, respirando a fondo. Poi, decisi di seguire l’usta per capirne la fonte. Aggirai un intrico di cespugli e l’intensità di quell’odore si fece più intenso. Mi coprii il naso con una mano. Mi abbassai e scostai alcune fronde, rivelando una scarpa da ginnastica bianca. Feci vagare lo sguardo e, a pochi passi da essa, notai le dita di un piede nudo fare capolino dalle basse foglie di un cespuglio.
Rimasi di pietra.
La spensieratezza che tenevo stretta al petto defluì via subito. Lasciò il posto a un senso di amaro denso che mi risalì la gola, che si insediò in bocca e che fece rallentare i battiti del mio cuore.
Ricordo di aver compiuto qualche passo incerto, barcollante verso l’arto scoperto. E quando smossi le fronde del cespuglio, un nugolo di mosche si alzò nell’aria, avvolgendomi in un ronzio acuto che non dimenticherò mai. Come non dimenticherò mai il macabro spettacolo che mi si parava davanti agli occhi.
Il corpo, o ciò che ne rimaneva, era snello ed emanava un fetore insostenibile. Il volto celato da un altro intrico di cespugli che non ebbi il coraggio di toccare. E la cosa peggiore fu riconoscere il vestito che lo avvolgeva: una sottile veste estiva e nera, con un motivo a fiori gialli.
No, non poteva essere vero.
Ciò che stavo vivendo doveva trattarsi di un incubo e pregai per destarmi subito. Tuttavia, l’odore della putrefazione mi riportava in modo prepotente alla realtà.
Lasciai cadere le fronde del cespuglio, a coprire in parte il cadavere. Ricordo di aver sollevato il cellulare e in modo automatico di aver composto il numero delle forze dell’ordine.
Strano a dirsi, non provavo quasi nulla. Lo sgomento iniziale aveva lasciato posto a una fredda razionalità. Era come se ogni pensiero avesse abbandonato la mia mente. In modo altrettanto automatico, tornai sui miei passi. Lasciai il piccolo promontorio e arrancai verso l’ingresso principale del parco, in attesa della polizia. Avrei guidato gli agenti sul luogo del ritrovamento e poi me ne sarei tornato a casa, esausto.
Da quel giorno, i media locali bombardarono le menti degli spettatori con il caso di Anita Ferluga, la ragazza trovata in avanzato stato di decomposizione nel Parco di Miramare. Io decisi di rimanere anonimato. Fornii tutte le indicazioni agli agenti, che mi sottoposero a un lungo e interminabile interrogatorio. A loro raccontai di avere sentito uno strano odore e di averne risalito la fonte, fino allo scoprimento del corpo. Tralasciai la visione della ragazza, e quel suo sorriso debole, perché di certo non mi avrebbero creduto e forse mi avrebbero giudicato come uno squilibrato o visionario.
Le indagini si protassero per mesi, ma l’assassino di Anita Ferluga non trovò mai né un nome né un volto. L’alone di mistero che avvolge la sua morte echeggia ancora nella mente di alcuni triestini. E io sussulto ancora nel cuore della notte, senza avere la benché minima percezione di cosa avessi sognato, e mi ritrovo madido di sudore e con la gola secca.
Due giorni fa, sono ritornato al piccolo promontorio nel parco. Con me avevo un sacchetto di noccioline. E quando mi sono trovato alla base di un albero, battendone una contro il tronco, non ho sentito alcun fruscio, non ho visto nessuna sagoma sfuggente balzare tra i rami. Solo dopo diversi minuti, mi sono ricordato che anche loro, col passare del tempo, se n’erano andati nei recessi del parco e compresi che non li avrei più rivisti.
Il caso Anita Ferluga rimane tutt’ora irrisolto.

Qua trovi i libri dell’autore Davide Stocovaz.

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Un commento a La collina degli scoiattoli

  1. Ludovica ha detto:

    Bellissimo! Molto ben scritto e molto, molto suggestivo!

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