6 Aprile 2021

Bora al Silos: intender non lo può chi non la prova!

el sunto La bora, il vento più amato e più odiato a Trieste. Ecco un bellissimo racconto di Annamaria Zennaro Marsi, autrice del libro "Vita a Palazzo Silos"

Cominciava ad albeggiare. Al SILOS il silenzio regnava ancora sovrano e il buio pure. Già da qualche giorno la bora imperversava sulla città, costringendomi ad abbracciare il tronco degli alberi del giardino di piazza Libertà, davanti alla stazione ferroviaria, che dovevo attraversare per recarmi a scuola.
Attendevo l’attenuarsi di una raffica per procedere velocemente ed abbracciare il successivo tronco, cercando di non vacillare e cadere.
Quella malandrina mi si insediava tra i piedi, cercando di spingermi verso l’alto, di sollevarmi, frustandomi la schiena, mi percuoteva sadica sul collo e non c’era modo di sfuggirle se non aggrappandosi a qualche sostegno.
I calzettoni di lana, che lasciavano nude le cosce, non rappresentavano una valida difesa dal freddo e la cuffia di lana, abbottonata sotto il mento, era solo una debole protezione per le congelate orecchie, la sciarpa si spostava e i lembi del cappottino si sollevavano assieme alla gonna, tentando di scardinare pure i bottoni che tappavano precariamente il mio doppiopetto.
Le mani gelate erano protette dalle manopole che la mamma confezionava sferruzzando della lana grossa, dividendo il pollice dalle altre quattro dita, in quanto il lavoro era più facile e veloce. Dover confezionare dei guanti con le dita distanziate, oltre ai 4 ferri che
dovevano realizzare i tubicini per inserire le 5 dita, richiedeva già un’abilità raffinata e laboriosa che poche possedevano, per cui era diffuso l’uso delle manopole, magari come le mie, foderate con la flanella. C’era pure il problema per la mano che doveva reggere la
cartella che, come una banderuola al vento, contribuiva a farmi barcollare, dato che non esistevano gli zainetti odierni da infilare sulle spalle.
D’inverno quel pur breve tragitto era per me insopportabile.
La bora gelida mi faceva lacrimare gli occhi e mi toglieva il respiro, tanto da costringermi, nei momenti più critici, a camminare a ritroso per non subire la sua dispotica prepotenza.

S’infiltrava e profanava tutte le parti del mio corpo, predisponendo i piedi e le orecchie alle buganze. Non esistevano i giubbotti antivento impermeabili con cerniera e cappuccio, né gli stivali imbottiti, né l’uso di pantaloni per le femmine e talvolta le scarpe, sotto la suola di cuoio, come le mie, avevano anche qualche buco, oltre al micidiale ferretto a forma di mezza luna, inchiodato sul tacco per non consumarlo, che favoriva la scivolata.
SilosAl secondo piano del SILOS, dove abitavo, si era completamente protetti da quel vento prepotente, in quanto, essendoci poche finestre e solo perimetrali, non giungevano all’interno né rumori, né spifferi che potessero in qualche modo rivelarne la presenza.
Anzi, era una gioia poter mantenere tutti i nostri giochi in un ambiente privilegiato, riparato dal freddo intenso, dove la bora, da noi bambini e ragazzi era brillantemente snobbata, soprattutto in quelle giornate in cui si scatenava anche con la pioggia e la neve, rafforzandosi con raffiche che raggiungevano e superavano i 150 km/orari.
Giocavamo spensierati, ignari e inconsapevoli che lei covasse la sua furiosa vendetta!
Si presentò improvvisamente nell’inverno del 1954, mentre tutti stavano ancora dormendo. Un terribile boato, seguito da un fragore assordante, fece sussultare e balzar dal letto gli abitanti del Palazzo.
Seguì un fuggi fuggi generale, grida di spavento, urla e tanta paura: “Cossa xe nato? “ Una bomba?”” Nooo!. “Un lastron…. xe cascà un lastron! Dove”?” Al terzo pian! Mammamia! “Qualchidun se ga fato mal?…”E intanto continuavano a volare pezzi di vetro, carta d’impacco, cartoni, assi di legno, in una baraonda di confusione e panico generale.
Lei, la bora, aveva trovato il suo varco attraverso un lucernario e l’aveva sollevato, scardinandolo dal tetto e scaricando una valanga improvvisa d’aria impetuosa sui corridoi, su alcuni box e sulla zona dei servizi igienici posti sotto di esso. Fortunatamente non ci furono feriti anche perché, essendo il SILOS senza alcun tipo di riscaldamento, erano
tutti ben annidati a letto, sotto a delle spesse coperte imbottite.

Solo ad alcuni le “schegge” procurarono lievi ematomi e qualche scalfittura, mentre i vetri più grossi erano planati all’esterno, nella zona dei vecchi binari abbandonati sotto alla terrazza.
Gli abitanti di tutta l’area centrale del terzo piano vennero sistemati provvisoriamente al pianterreno nell’ampio spazio dove si svolgevano le feste e ci volle una settimana affinchè i vigili del fuoco potessero riparare quella ululante bocca spalancata che procurava intensi giri d’aria, incanalandosi sulle scale, come un’ondata furiosa, ogni qualvolta si apriva il portone principale d’ingresso.
Anche se alcune massaie invocavano la terapeutica bora che asciugava velocemente il loro bucato, cacciava l’umidità di certe giornate piovose, allontanava i reumatismi, infondeva energia e purificava l’aria, io la sentivo e la sento tuttora, una temibile nemica.
Negli ultimi anni sembra sia diventata più ragionevole o forse io più paziente e con mezzi di difesa più adeguati, ma nonostante ciò, soprattutto quella tosta, continua ad arrecarmi tanta inquietudine e malessere, e, nel timore che si approfitti della mia fragilità non più di
bambina, ma di nonna, preferisco evitarla.
“Intender non lo può chi non l’ha provata!”

Annamaria Zennaro Marsi

 

 

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Un commento a Bora al Silos: intender non lo può chi non la prova!

  1. Avatar Mario Fragiacomo ha detto:

    Splendida descrizione, tutta. Anche quel dettaglio delle scarpe con la suola di cuoio con i buchi e i ferretti a mo’ di luna che all’epoca le persone povere facevano inchiodare sotto le suole delle scarpe dei ragazzi anche in punta e sul tacco verso l’esterno per cercare di far durare di più le uniche scarpe che si avevano a disposizione. Le portavo anch’io quelle scarpe, mio padre aveva fatto anche il calzolaio e mi vergognavo un po’ alla scuola elementare di via Ruggero Manna, la stessa che frequentavano gli alunni che abitavano al Silos, miei compagni di classe, perchè nei corridoi della scuola e sulle grandi gradinate di pietra da un piano all’altro, provocavano un rumore piuttosto marcato che si attenuava quando raggiungevo l’aula con il pavimento in legno a spina di pesce.

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