25 Novembre 2019

Una radio trasmetteva sotto gli occhi dei tedeschi

el sunto Sbarcarono da un sommergibile e impiantarono la stazione in via Ireneo della Croce: furono denunciati e quattro morirono

Soldati tedeschi giravano per le strade di Trieste nel fosco inverno ‘44 manovrando un misterioso strumento, una specie di bussola munita di una lunga bacchetta.
Pareva saggiassero l’aria.
Invece cercavano di impigliarsi nell’onda di una radio che gracidava chissà dove, invisibile, ma in continuo sussulto fra la scontrosa bora. Una “Schwarzsender”, secondo quanto era dattilografato nella circolare diramata dal Controspionaggio tedesco; cioè onda nera, radio clandestina.
Doveva trovarsi, secondo i calcoli, “nel raggio di un chilometro dalla fabbrica Dreher”. L’angolo era stato goniometrato con teutonica esattezza. La radio, infatti, ciarlava da un’antenna murale tesa nel cortile di una casa di via Ireneo della Croce, a qualche centinaio di metri da quella fabbrica Dreher: e lo stridente ticchettio discorreva petulante con il Comando Alleato di Brindisi.
Dava notizie varie, così come pervenivano a radiotelegrafista: in particolare segnalava i movimenti della squadriglia di motozattere tra il porto di Trieste e l’Adriatico.
E quel sillabare con gli impulsi elettrici generati da un accumulatore ( nascosto in un lavandino ) era quanto mai funesto per il Comando Marina del Supremo Commissariato tedesco installato a Trieste: chiamava stormi di uccellacci sull’Alto Adriatico, sospendendo in permanenza un soffitto di bombe sulle unità che facevano spola fra la Dalmazia, l’Istria e la base.
Ma non furono i captatori muniti della ingegnosa bacchetta tedesca a individuare il nido della ronzante cassettina che parlava con Brindisi.
Fu uno strumento più delicato e subdolo, anche se nato molto prima che la fucilata di Pontecchio annunciasse al mondo la nascita della radio; fu un uomo, uno sporco uomo, una spia.
Confiderà più tardi alle autorità alleate un sotto ufficiale della Wehrmacht già addetto al Controspionaggio, che la scoperta fu dovuta a una “segnalazione fiduciaria”.
Altri tenteranno di precisare che si trattava di certo “Angelo” non meglio identificato.
Chissà quanto prese costui per quel servizio; certo che egli ha aperto un grosso conto davanti a Dio: quattro persone mandate a morte, due altre internate ad Auschwitz, per dire solo delle conseguenze più gravi seguite a quella “segnalazione fiduciaria”.

Due italiani avevano portato quella radio a Trieste alla fine del gennaio ‘44, il capitano dei Bersaglieri Valentino Molina, di 42 anni,veneziano, e il radiotelegrafista della Marina Enzo Barzellato, di 26 anni, da Pola, elettricista di professione.
Si erano tutti e due offerti volontari al comando alleato di Brindisi per missioni segrete oltre le linee; e avevano accettato con entusiasmo di essere portati a operare nella Venezia Giulia, che allora soffriva in pieno il tallone tedesco, tanto da essere divenuta un “Gau” del Reich.
Le persone parevano scelte bene: il capitano Molina era stato per lungo tempo, sino all’ 8 settembre, al servizio del cosiddetto Ufficio Statistica presso il Comando di Armata di Trieste che era in realtà una dipendenza del S.I.M., sì che, presumibilmente, egli poteva riprendere contatto con i suoi vecchi collaboratori; il Barzellato, a sua volta, conosceva i luoghi in quanto istriano di nascita. ( Un’inchiesta militare condotta di recente ha stabilito che fu un errore mandare a Trieste il Molina: se conosceva molte persone, era a sua volta largamente conosciuto, con tutto il margine di imponderabile rischi).
Li portò sulla costa istriana, alla destra di Umago, un sommergibile italiano al comando del capitano Cavallina, che aveva a bordo pure un’altra coppia di informatori da abbandonare in diverso sito.
Sbarcarono dal sommergibile nella notte tra il 26 e il 27 gennaio, il Molina e il Barzellato, per salire sopra un canotto di gomma; e con propri mezzi si diressero verso una delle tante insenature che aprono parentesi di un verde trasparente fra la costa sabbiosa.
Era ancora notte allorché misero piede a terra; e secondo le istruzioni affondarono il canotto ( Sì dirà più tardi che il canotto riemerse e andò vagando sino ad essere ripescato dai tedeschi: da ciò il primo allarme dell’invasore. Circostanza dubbia e non confermata ).
Il capitano Molina sapeva dove andare. Era diretto al convento di Daila, in un’ansa colma di pace tra Umago e Cittanova, un candido dado vegliato da solenni cipressi.
Frati benedettini, nel convento, coltivatori di ubertose vigne, alle dipendenze di un Priore romano, di ardente intelligenza. E’ a lui che si rivolse il Molina, mentre il Barzellato attendeva fuori dal convento.
Aveva a presentazione una commendatizia dal Principe Umberto.
Ospitalità sì, a tutti i pellegrini; ma non con quella pericolosa cassettina, la radio.
Il priore parlò schietto e fu irremovibile. I due uomini venuti dal mare dovettero andarsene, separatamente, per destare meno sospetti.
I tedeschi avevano occhi e orecchie dappertutto. Smontarono in un campo la radio, se ne divisero i pezzi, nascondendoli parte addosso parte in un sacchetto di farina. E “arrivederci a Trieste”.
Uno da una strada, uno da un’altra, giocando d’astuzia e – bisogna convenirne – mettendo continuamente all’asta la propria pelle. Molina e Barzellato raggiunsero la città con 2 giorni di distanza l’uno dall’altro.
Il Molina poteva contare su un rifugio accogliente e discreto: la famiglia di certi suoi vecchi conoscenti, i signori Hahn di Campogallo, di nobile origine ungherese, dimorante in via Machiavelli 3.
Il Barzellato andò in casa di un suo zio, Pietro Gentile, la cui figlia, Liliana doveva poi diventare sua moglie. Ma già all’indomani l’ufficiale sistemava a dovere il suo radiotelegrafista nell’abitazione di una vecchia signora, Clementina Tosi, vedova Pagani, in via Ireneo della Croce, 5.
Qui, finalmente, il Barzellato poteva montare la sua preziosa e pericolosa macchina, installandola in un tavolino circolare apribile, a pareti cave.
Cifrari e i documenti sulle lunghezze d’onda, vennero nascosti in casa Hahn, nel pedale di un tavolinetto per radio.
L’antenna murale venne tesa nel cortile della casa di via Ireneo della Croce. Fu questa la maggiore delle imprudenze?
Il Barzellato, allorché sarà chiamato a scolparsi, a guerra finita, dirà ai giudici che “un uomo sconosciuto osservava spesso l’antenna”.
Fatto, insomma; e, la prima parte della rischiosa avventura riuscita in pieno.
E ora al lavoro, a pescare notizie. Non era difficile averle: bastava drizzare convenientemente le orecchie per via, sui tram, al cine, dovunque.
I Triestini non ne potevano più, soprattutto dei tedeschi che se la facevano da padroni con quel loro Gauleiter Rainer.
Molina, del resto, rintracciava uno per uno i suoi vecchi informatori, intesseva nuovi più sensibili legami.
A sua collaboratrice diretta egli ebbe sin dall’inizio un’intrepida donna, la figlia di quei suoi conoscenti, la dottoressa Hahn di Campogallo, di sottile intelligenza e di nutrita cultura.
Il grave rischio quotidiano legò i due di una calda amicizia, nella quale la Hahn portava anche il dolore e l’orgoglio per la perdita di un fratello, ufficiale della Marina italiana scomparso in azione di guerra nel mediterraneo.
Fu lei a far scudo al Molina, riparandolo fin dove possibile contro pericolose indiscrezioni ed esponendosi senza risparmio in quella guerra che era ormai una lotta mortale.
I due furono assecondati da altri coraggiosi, tra i quali anzitutto il tenente colonnello Sante de Fortis e il sergente Gino Pelagalli.
La rete degli informatori fu tesa alla perfezione, forse giocando troppo da audacia e fidando eccessivamente nella buona stella. Il Molina e la Hahn erano sempre in giro senza guardare troppo per il sottile; e, passato il primo mese, si credevano invulnerabili.
In casa Hahn fioccavano le telefonate degli informatori – seppure trasmesse con un vago e trasparente linguaggio convenzionale – Il Pelagalli andava e veniva da una località all’altra, tra trieste, Udine e Venezia, sondava tutti i settori, guardava, fotografava, riferiva.
Pareva cosa da niente, un gioco un poco emozionante sotto il naso del nemico, dei tanti nemici.
Il Barzellato riceveva regolarmente i messaggi dal Molina e li trasmetteva, quasi sempre di mattina o nel primo pomeriggio; e il Comando Alleato di Brindisi li captava, traduceva, agiva.

Durò esattamente tre mesi. Il 29 aprile, intorno a mezzogiorno, il capitano Molina e la dottoressa Hahn, mentre si recavano alla Mensa di guerra nella Stazione Marittima, dove usavano prendere i pasti ( lui diceva sempre: “ E’ peggio nascondersi: anzi dobbiamo stare in mezzo alla gente, che ci vedano tutti, anche i tedeschi ) a pochi passi dall’ingresso venivano circondati da 10 gendarmi tedeschi.
In una frazione di secondo, la Hahn vide un tale che faceva un segno con il capo, come a dire:sono quei due. Era il famoso “Angelo”? Mani in alto, mitra puntati, manette.
Uno portato da una parte, uno dall’altra.
E alla stessa ora, altri gendarmi piombavano in casa dei genitori della Hahn: arrestavano padre e madre, rovistavano tutti, trovavano a colpo sicuro quello che cercavano: i cifrari nascosti nel pedale del tavolino.
Un’altra squadra infine, irrompeva nella casa della vedova Pagani, trovavano subito la radio, arrestavano poco dopo il marconista Barzellato.

Scoperti insomma; e con tutte le prove schiaccianti, inconfutabili dell’attività clandestina.

Chi aveva cantato? Ecco il grande dubbio. Fu il Barzellato? C’era una grossa taglia ( centomila lire ) sul capo del servizio spionaggio a favore degli Alleati; e centomila lire possono incantare le coscienze deboli.
Ci sono due gravi elementi di fatto a carico del Barzellato ( emersi nel processo celebrato nei giorni scorsi davanti alla corte straordinaria di Assise di Trieste): l’avere egli guidato la gendarmeria tedesca a rintracciare in un paese dell’Udinese il sergente Gino Pelagalli, e l’ essere passato egli, apparentemente in qualità di autista, al servizio dell’autorità germanica, e proprio del capitano Pettersson che comandava il Controspionaggio.
Dirà il Barzellato che il Pettersson si era affezionato a lui in quanto somigliava a un suo giovane figlio caduto sul fronte orientale, e che un giorno si sentì fare questo discorso:
“Se vieni con noi starai bene; altrimenti agiremo col sistema russo: colpo alla nuca.”
Non tutti gli uomini sanno essere eroi fino in fondo: e il Barzellato lo fu in ogni caso solo a metà. E seguendo questo criterio i giudici triestini hanno mandato Barzellato in carcere per 6 anni e 8 mesi.

La notte sul 21 settembre ‘44, nelle carceri triestine del Coroneo, si stava allestendo uno dei soliti convogli della morte.
Un gruppo di detenuti si apprestava a lasciare il carcere per raggiungere la stazione, dove attendeva un treno che li avrebbe portati al campo di annientamento di Auschwitz.
Di questo gruppo faceva parte anche la dottoressa Hahn.
Intorno alla mezzanotte ( la partenza era fissata per le 4) ella chiese di poter dare un saluto di congedo al capitano Molina, rinchiuso in un altro settore. Una suora rese possibile l’incontro.
Si videro, si abbracciarono, per pochi istanti. Il Molina appariva stranamente in animo: diceva che non sarebbero andati a morte ma in un campo di concentramento; il generale Globocnik, capo delle S.S., gli aveva dato la sua parola di soldato!
Mentre il gruppo dei detenuti, destinati ad Auschwitz, qualche ora dopo, raggiungevano la stazione, su un’altra macchina isolata prendevano posto quattro persone:
il tenente colonnello Sante de Forti, il capitano Valentino Molina, il sergente Gino Pelagalli, la signora Clementina Pagani ( colei che aveva ospitato in casa la radio).

Nessuno ha più saputo nulla dei quattro: fucilati o bruciati nella Risiera di San Sabba, presumibilmente.
Da Auschwitz, nel giugno 1945, torna la dottoressa Hahn: con il numero 88.746 tatuato sul braccio sinistro e una la lesione alla radice del naso. Il segno di una frustata di Irma Greese.

E la radio di Molina continuò a trasmettere, per parecchi mesi, manovrata dai tedeschi.
I messaggi diretti con il cifrario di Barzellato venivano scritti a Berlino, alla Centrale del Controspionaggio germanico e inoltrati a Trieste per tramite della sezione di Salisburgo.
Gli alleati, a Brindisi,se ne accorsero solo dopo qualche tempo.
I tedeschi smisero di trasmettere ( secondo un sottufficiale tedesco già appartenente al servizio ) solo quando furono persuasi di non avere più notizie credibili.

Disse un giorno, a Brindisi, un nostro ufficiale, esaminando i messaggi: continuano a trasmettere da Trieste, ma lassù debbono essere morti tutti. Era vero.

FONTE:
di Ugosar
Cronache di Trieste
25 gennaio 1947

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