4 Ottobre 2016

Triestini a Scampia

el sunto Ogni anno un drappello di triestini organizza a Scampia un torneo di calcio a 5 aperto a squadre amatoriali di tutta Italia.

foto di Fulvio E. Bullo

Esco dalla stazione della metro e, in quella che credevo essere zona pedonale, vengo quasi investito da uno scooter pilotato da due ragazzini; sotto a un cielo appesantito da nuvole grigie, sulla facciata di uno dei tanti palazzoni popolari troneggia una scritta sbiadita: “Welcome to Scampia”.

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I due militari armati all’ingresso sono incuriositi da qualcosa: è un gruppo di ragazzi seduti sul marciapiede, un fritto misto di accenti che evidentemente non si sente spesso da queste parti. Sono i primi partecipanti del torneo Libera in Goal, organizzato dall’associazione triestina Rime assieme alla napoletana VodiSca – Voci di Scampia, giunto alla sua quinta edizione. Una voglia di sport e conoscenza che supera i limiti geografici di mezzo Stivale.
– Quest’anno i partecipanti sono ottanta – mi informa Giovanni Dedenaro, uno degli organizzatori triestini, mentre il furgoncino che ci porta al circolo Arci Scampia macina metri di asfalto al cospetto delle Vele. Ottanta partecipanti: un numero che, finora, non era ancora stato raggiunto.

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Vengono da Bologna, Torino, Genova, Udine e, ovviamente, Trieste e Napoli: tra le igloo piantate qua e là intorno ai campi si incrociano i dialetti diversi delle 10 squadre iscritte al torneo. Un torneo amatoriale, senza arbitri, probabilmente l’unico al mondo in cui vige la regola di avere almeno una ragazza per squadra. Alcune di loro sono macchine da guerra, con più forza e tecnica di tanti loro colleghi maschi.

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Il torneo di Scampia è nato per ricordare Antonio Landieri, un 25enne disabile ucciso dalla Camorra il 6 novembre 2004: lui e i suoi amici erano stati scambiati per un gruppo di spacciatori da eliminare. Antonio, impossibilitato alla fuga dalla sua disabilità, non era riuscito a salvarsi. Alle amministrazioni locali c’erano voluti 40 mesi per capire che Antonio non era un camorrista ma una vittima innocente della faida, che negargli i funerali pubblici era stato un errore, che meritava una sepoltura adeguata e non quella di un boss. Dopo tutto questo “non capire” si era sentita l’esigenza di correggere le negazioni. Ecco perché un torneo e l’invito esteso a tutta l’Italia.

Era zona di guerra – mi racconta F., una ventina d’anni, nato e cresciuto a Scampia. Fianco a fianco osserviamo il gioco delle altre squadre mentre fuori riprende a piovere. F. fa il muratore da quando aveva 15 anni, suo padre era stato chiaro: finita la scuola dell’obbligo, o vai a lavorare o vai a lavorare. Il suo obiettivo, oltre a quello di trovare un’altra entrata economica, era quella di tenere il figlio adolescente il più occupato possibile, così da non finire nel “brutto giro”.
– C’era il coprifuoco, la sera. Ogni giorno sentivo sparare, qualche volta scoppiava una bomba. Non pensi a una guerra perché sei in Italia, ma era come se ci fosse – mi racconta senza staccare lo sguardo dal pressing di centrocampo – Dovevo chiedere il permesso per entrare a casa mia.
Il portone del suo condominio era zona di spaccio. Ogni volta che F. rincasava doveva chiedere il permesso, aspettare che finissero lo scambio e che qualcuno venisse ad aprirgli. Dal lavoro tornava a casa distrutto, ma con energia sufficiente per correre al campo di calcio. – Durante la faida, avere tempo libero può essere letale – ride, come svelando un trucco – molti miei amici non ce l’hanno fatta. Io posso dire che il calcio mi ha salvato la vita.

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Al torneo si incrociano vite diverse. È come passeggiare su un campo minato in cui all’improvviso rischi di saltare in aria e volare molto lontano.
Idrissa, ad esempio, è uno di quei tipi riservati che però non lesinano risposte. Ha 21 anni e viene dal Gambia, e dopo un viaggio estenuante di un mese attraverso il deserto arriva in Libia e si ferma per 7 mesi in una casa con altre 65 persone. Al telefono la sua famiglia lo implora di rientrare, ma la paura della polizia lo spinge a imbarcarsi come clandestino e affrontare il Mediterraneo. 3 giorni di navigazione sopra a un gommone, 3 giorni seduto senza spazio per distendersi. Lo racconta mentre arrotola una sigaretta e mi mostra alcune foto sul cellulare per rendere meglio l’idea, con la tranquillità di un turista consapevole della propria fortuna. Sopravvissuto al più vasto campo di battaglia d’Europa, approda in Sicilia e riparte alla volta di Torino.
– Sono il portiere della squadra – mi dice con orgoglio. Fa piacere sapere che c’è qualcuno su cui puoi contare, che ti guarda le spalle, pronto a riparare alle tue sviste e ai tuoi errori.

Invece il nostro portiere, nuovo quanto imprevisto, ha 9 anni e non credo sia mai uscito da Scampia. Si è presentato armato di guanti, incurante della pioggia. Sorride poco e si atteggia da adulto, con sfida, il viso fosco di un pugile diffidato; quando nota le due Guardie Forestali, in uniforme per l’apertura del torneo, mi domanda turbato cosa ci faccia lì la Polizia. Incita la squadra senza il minimo filtro sociale, applaude alle buone giocate, impreca come un marinaio ai buchi di difesa, e quando ci informa che suo padre è in carcere da 12 anni e lui ne ha 9, lo fa con la nonchalance di chi ci è abituato, o finge di esserlo. Non ha mai nascosto la sua diffidenza verso la regola della ragazza obbligatoria in squadra, ma quando loro, a fine torneo, lo coinvolgono nei selfie, lui finalmente sorride, lasciando intravedere il bambino nascosto.

Di ragazze in campo, però, ce ne sono. La Dream Team è una Scuola Calcio di sole donne che affonda le proprie radici proprio tra quei palazzoni dalla brutta fama. Avanzano sull’erba con passo da calciatore, i musi bassi che sopportano la pioggia, le cosce e i colli tatuati, e i sorrisi brillanti di chi sta bene. La presidente, Patrizia Palumbo, mi prende a braccetto per fare quattro passi, quanto basta per separarci dagli schiamazzi della curva.
Il calcio è uno strumento – puntualizza subito – la squadra, le regole, possono fare molto.
Tra le adolescenti di Scampia, infatti, il calcio va alla grande, ma vige una regola precisa:
– Hanno l’obbligo di andare a scuola.
L’abbandono degli studi era un problema da arginare e i risultati sono stati sorprendenti. Pur di dare qualche calcio a un pallone, le ragazze si sono fatte andar bene le lezioni dei professori.
– È tutto retto sulle nostre spalle. Mancano i soldi – confessa nascosta dietro agli occhiali da sole.
– Che dobbiamo fare? Resistiamo.
Si resiste insieme, come una squadra.

Per la prima volta la coppa va ai padroni di casa, la squadra di Scampia “Landieri”. Ripartono i pulmini, si addentrano tra le case popolari fiutando le statali che riconducono verso Nord. In un periodo di muri e diffidenze, sapere che Trieste e Scampia si stringono la mano ogni anno per tirare quattro calci a un pallone e approfondire la conoscenza fa sperare bene per il futuro.
Chi vuole conoscere il mondo, deve cominciare allacciandosi le scarpe

Scritto ascoltando “Never talk to strangers” di Tom Waits

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7 commenti a Triestini a Scampia

  1. Avatar Vanna pecorari

    Bellissima storia! Ma perché non se ne parla? Sono a Trieste da una vita e non ne ho mai sentito parlare. Forse è colpa mia ma queste cose vanno pub
    blicizzate di.più

  2. Avatar MartyMcFly

    Perché sennò a Trieste no saria più valido el NO SE POL 🙂
    Adesso se ne parlerà de più o per lo meno speremo! Sto anno xe uscido anche sul Piccolo, pian pianin…

  3. Avatar giorgio (no events)

    …la faccia pulita del pallone. Complimenti davvero

  4. Avatar Fiora

    “sapere che Trieste e Scampia si stringono la mano ogni anno per tirare quattro calci a un pallone e approfondire la conoscenza fa sperare bene per il futuro.”
    …Non lo sapevo. (eh , bugiardello ,altro che diffondersi su sponsali cinghiale maialina! )Apprenderlo mi scalda il cuore. Contestuale l’ ai hevve e drimme:
    Uè guagliò a quando una trasferta per un partitone Scampia vs Melara?

  5. Avatar Fiora

    …appena becco il superDiego made in Napulè, anema &core della scuola di windsurf di Barcola gliela butto.
    Chissà che in questo senso non ne sorta qualche cosa di buono.

  6. Avatar Diego

    Che iniziativa meravigliosa.
    NON RESTA CHE UNIRSI E PARTECIPARE!!

    VIVA RIME E LIBERA

  7. Avatar Fabio Marson

    Uniti sempre! 🙂
    Grazie Diego!

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