13 Ottobre 2014

Malala Yousafzai, una ragazza per la pace

el sunto Celebriamo la giornata che le Nazioni Unite dedicano alla ragazza parlando di istruzione, violenza, e del Nobel per la pace a Malala Yousafzai.

Malala Yousafzai, il 10 ottobre 2014 ha ricevuto il premio Nobel per la pace 2014, congiuntamente con Kailash Satyarthi. La prima è una ragazza pakistana diciassettenne, il secondo un maturo signore indiano. Lei si batte da anni per affermare il diritto allo studio di ragazze e ragazzi in un paese dove imperversano i talebani (che due anni fa hanno tentato di ucciderla), lui contro la piaga del lavoro minorile da cui ha salvato almeno ottantamila bambini, sottraendoli alla schiavitù e reinserendoli nella società. “Questo premio è una vittoria per tutti i bambini”, ha detto il segretario delle Nazioni Unite Ban-Ki-Moon.

La stampa italiana, nel riportare la notizia il giorno successivo, ha commentato la scelta sottolineandone la saggezza politica. Il Nobel per la pace, infatti, è spesso fonte di polemiche, ma questa volta è difficile trovare di che eccepire. I premiati sono una giovane e un uomo maturo, una pachistana e un indiano, un’islamica e un induista che si occupano di temi molto vicini, pur provenendo da due paesi sull’orlo della guerra. Sembra quasi una felice (o furba) trovata pubblicitaria.

Ciò di cui sulla stampa italiana abbiamo trovato scarse tracce è il riferimento alla Giornata internazionale della Ragazza (ricorrenza stabilita nel 2012 dalle Nazioni Unite e che cade l’undici ottobre) al fine di porre fine a discriminazioni e disuguaglianze di genere tra ragazze e ragazzi, bambine e bambini, per promuovere i diritti umani e lo sviluppo delle potenzialità di bambine e ragazze in tutto il mondo. Neanche a farlo apposta, il tema di riflessione di quest’anno è “porre fine al ciclo della violenza”. La storia di Malala Yousafzai parla anche di questo.

Non ce ne vorrà Kailash Satyarthi se ora ci soffermiamo a parlare della più giovane vincitrice del Nobel. Malala vive in un paese dove pochissime risorse economiche sono destinate alla scuola pubblica, e dove le cosiddette scuole coraniche impartiscono istruzione solo a giovani maschi, al fine di farne dei combattenti per la causa talebana. Nel 2009 Malala studia, sogna di diventare medico e inizia a raccontare la situazione della sua regione, durante la battaglia dello Swat, in un blog della BBC. Presto la sua fama cresce, l’anonimato del blog non la protegge più: nell’ottobre del 2012 un talebano sale sull’autobus che la riporta a casa da scuola. “Chi è Malala?” chiede minaccioso. E quando individua il suo obiettivo, le spara alla testa.

Se fossimo ne Le mille e una notte, alla domanda “Chi è Malala?”, un vecchio saggio poserebbe la mano sull’arma del guerrigliero, e risponderebbe raccontando la storia di una famiglia pakistana dove i genitori musulmani si amano e si rispettano, e dove figlie e figli hanno il medesimo diritto di credere nei loro sogni e di impegnarsi per realizzarli, dove alla povertà materiale si contrappone una ricchezza di valori condivisi; una storia dove i lunghi viaggi in autobus per arrivare a una scuola rappezzata sono una fatica sopportata con gioia, nella prospettiva di riscattarsi dall’ignoranza e dalla miseria.

E se fossimo ne Le mille e una notte, sarebbe questa storia a far tremare il braccio irrigidito del talebano, e a fargli mancare il colpo fatale mentre lei lo fissa. Malala viene salvata all’ospedale militare di Peshawar mentre il portavoce dei talebani tuona rivendicando l’attentato, la definisce “simbolo degli infedeli e dell’oscenità”; lei viene curata a Birmingham dove oggi vive con la famiglia. E studia, con tenacia e passione. Di storia in storia, la vediamo parlare alle Nazioni Unite, vincere il Premio Sakharov, ricevere infine il premio Nobel. Se non è una favola, a tratti ne ha davvero l’aria.

Di solito, si parla di “ciclo della violenza” riferendosi ad abusi domestici, o alla violenza all’interno di una relazione. Si indica con questo nome le catene psicologiche che iniziano con l’abuso fisico o verbale usato per controllare e opprimere una persona e proseguono con i sensi di colpa, le “razionalizzazioni”, le fantasie di punizione da parte di questa. Ma vi è anche un altro ciclo della violenza: quello che strappa i bambini alle cure della famiglia e alimenta la loro aggressività, quello che insegna loro chi è il nemico, come lo si combatte e perché, quello dove in nome di principi dogmatici si decide chi è un essere umano e chi no. E, quasi sempre, si prescrivono i ruoli che spettano all’uomo e alla donna. Fuori dall’Asia, in Nigeria, Boko Haram si muove seguendo questo medesimo schema, non a caso.

Malala Yousafzai è rimasta presa (come tutto il suo paese) in questo secondo “ciclo della violenza”, ma non ha sofferto per il primo. Protetta dalla famiglia, è cresciuta sviluppando fiducia in se stessa, senso della giustizia e rispetto per gli altri. Senza l’esempio e l’amore dei genitori, in breve, non le sarebbe stato facile diventare quella che è oggi. E il secondo ambiente che ha fatto crescere Malala così è senza dubbio la scuola. Lo si vede dal suo impegno per l’educazione delle bambine, e dalla serietà che dedica al proprio studio. Oltretutto, il suo attivismo politico si svolge solo nei periodi in cui è libera dagli impegni di studio!

Insomma, ci piace pensare che questo intreccio di storie e azioni, di amore e responsabilità abbia mostrato come si possa spezzare un pericoloso “cerchio della violenza” e abbia portato il Nobel per la pace nelle mani di questa giovanissima pakistana. E nel ringraziarla per il lavoro svolto e complimentarci per il suo coraggio (nell’affrontare un assalitore armato come nel dire a Barack Obama di smetterla con i droni e di usare l’educazione come arma per sconfiggere il terrorismo), le auguriamo di veder realizzato presto il suo sogno: quello che esista per ogni bambino del pianeta un banco di scuola, dove possa crescere e imparare.

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