5 Marzo 2014

“Non ho, né ho mai avuto padrini”. Intervista ad Assunta Signorelli, ex direttora del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste

Appena pensionata l’unica cosa che ci aveva detto la Dottoressa Assunta Signorelli era stata “Vorrei prima concludere la mia vicenda della pensione. Non ritengo corretto, finchè sono una dipendente dell’Azienda esprimere giudizi! Poi da libera cittadina sarà diverso! Ho ancora un senso della res pubblica!“ (Vedi articolo). Ora che la sua uscita dal Dipartimento di Salute mentale di Trieste, sostituita dal Dottor Roberto Mezzina, Assunta Signorelli ci racconta e si racconta in questa chiacchierata.

Partirei da una cosa che mi ha colpito: Beppe Dell’Acqua, che ho visto per caso, dopo il mio primo articolo, l’ha definita “Braccio di Camber e Menia”, forse provocatoriamente rispetto alle cose che avevo scritto. In ogni caso, dopo aver vinto perché questo astio?

Perché hanno vinto male, non hanno vinto sicuramente bene. Sono consapevoli che nel dipartimento  il personale del comparto e parte  della dirigenza non ha gradito.

In realtà lui ha detto invece “Non era benvoluta da tutti quanti, basta chieder in giro” 

Non è vero, appunto basta chiedere in giro. Ovviamente non si può essere benvoluta da tutti, ma sono sempre stata rispettata e riconosciuta come persona capace di correttezza nei rapporti di lavoro. So, perché me l’hanno direttamente detto, che i sindacati, trasversalmente e indipendentemente dalle sigle, si sono espressi in modo positivo sulla mia pratica, riconoscendola fondata sull’interazione e lo scambio con il personale nella sua complessità. Quando ho dovuto scegliere, così come prevede la legge, la persona che mi avrebbe sostituito nella mia funzione di responsabile di struttura complessa per prima cosa ne ho parlato con il personale perché ritengo importante, per un buon andamento del servizio, che le decisioni sull’organizzazione vengano condivise dal gruppo di lavoro e non calate dall’alto.

Nel lavoro, poi, cosa significa essere benvolute?  A me piace pensare che, come dice Hannah Arendt: “.. amo solo i miei amici”, sentimento al di là dell’appartenenza e dell’identità perché “la politica non è occuparsi degli uomini ma occuparsi insieme agli altri delle cose del mondo”. Certo esistono rapporti di simpatia, di antipatia, alcuni facili altri difficili ci sarà chi non ti sopporta, chi ti ammira e così via, ma la questione è un’altra: quando si dirige e si è responsabili del funzionamento di un servizio pubblico importante è il reciproco rispetto e riconoscimento e questo, anche nei momenti più difficili, non è mai venuto meno. Tutti e tutte, anche chi non mi sopporta, mi riconoscono chiarezza, coerenza e sincerità: le cose non le mando mai a dire, le dico direttamente. Certo sono una che rende evidenti le contraddizioni, quello che non va bene, m’interessa la parte vuota del bicchiere mezzo pieno e su questo vuoto continuamente interrogo me stessa e chi con me lavora, talvolta forse in modo un po’ duro e ripetitivo mai offensivo o delegittimante.

Partendo dall’inizio, lasciando perdere Menia e Camber, la tesi è che lei sia stata messa lì da chi vuol distruggere i servizi di salute mentale

Io non so quello che voleva fare chi mi ha messo lì, il processo alle intenzioni non mi piace. Di fatto e di diritto il posto spettava a me.

Beppe Dell’Acqua dice si confrontano i due curriculum e Mezzina ha più titoli internazionali

E’  sempre antipatico parlare di sé ma io ho più titoli istituzionali e di carriera, quelli cioè riconosciuti dalla legislazione italiana: direttora sanitaria in Calabria (3 anni), direttora del dipartimento di salute mentale a Siena (2 anni). Tutto qui nulla di personale. In merito poi ai titoli internazionali bisognerebbe chiarire di cosa stiamo parlando. L’Atto Aziendale (approvato in tempi non sospetti) stabilisce che il Direttore del DSM dell’ASS1 triestina è anche direttore del Centro Collaboratore dell’OMS: io questo titolo, proprio per il rispetto del lavoro altrui, non l’ho mai né usato né preteso anche se, quando bisognava firmare le determine e, o le delibere del Centro Collaboratore la firma doveva essere quella della Direttora F.F. e io ho sempre firmato!

Anche sui contatti e sull’apertura del DSM alle questioni internazionali ci sarebbe da discutere: dal 2000 fino al momento del mio pensionamento, sono stata responsabile della collaborazione con il Comitato dei Diritti Civili delle prostitute per l’attuazione dei progetti articolo 13 e art 18 (legge sull’immigrazione) per la messa in atto di interventi sociali e sanitari destinati a persone straniere vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e sul lavoro. Dal 2006 ho collaborato, come referente aziendale, con l’ICS-onlus in un progetto, finanziato dal Ministero degli Interni, rivolto ai rifugiati e richiedenti asilo con problemi di vulnerabilità psichica. Proprio a partire da questo mio lavoro ho più volte chiesto al dr. Dell’Acqua, quando era direttore del DSM, di poter far parte del gruppo dipartimentale che, a livello di centro collaboratore dell’OMS,  attuava scambi istituzionali con i paesi extraeuropei, ma questa mia richiesta è sempre stata ignorata! Eppoi, sia a Trieste, sia in giro per l’Italia e anche all’estero ho partecipato come docente-esperta a corsi di formazione sulla tratta e sui rifugiati rivolti ad operatori ed operatrici sia del servizio pubblico sia dell’associazionismo e della Cooperazione sociale. Forse c’è un altro significato di internazionalità Forse ho scelto gli stranieri sbagliati, quelli brutti sporchi e cattivi. Ho scelto la internazionalizzazione dei poveri Cristi. Io mi sono internazionalizzata con gli sfigati, loro con l’Organizzazione Mondiale della Sanità!

Ci sono state reazioni nell’ambiente al suo pensionamento?

Tantissimi mi hanno mostrato vicinanza soprattutto nel dipartimento. Qualcuno, qualcuna mi ha mandato dei messaggi dicendo che lo mandava in segreto per paura di farlo diventare pubblico. Mi intristisce molto il fatto che la gente sia terrorizzata dal prendere posizione, per evitare di subire conseguenze, questo è vergognoso. Anche le cooperative sono dispiaciute, perché in quest’anno ho lavorato sul rafforzamento e la stabilizzazione degli appalti del DSM con la cooperazione sociale, consapevole che la cosiddetta revisione della spesa avrebbe molto penalizzato e indebolito la cooperazione sociale. E questa mia attenzione l’ho indirizzata a tutte le Cooperative Sociali presenti nel territorio cittadino senza distinzioni e, o discriminazioni di tipo amicale e, o personale.

Ma lei quando è stata chiamata all’incarico un anno fa se lo aspettava.

No, anche se nella mia testa stavo valutando la possibilità di far ricorso perché l’articolo 18  parla di “chi ha più titoli”, di carriera e istituzionali, fra gli aventi diritto (in questo caso i 4 responsabili dei CSM e del SPDC del DSM), senza lasciare discrezionalità a chi deve decidere. La discrezionalità è legittima quando il direttore generale, com’è avvenuto questa volta, nomina secondo quelle che sono le sue valutazioni. Cioè il dg può dire “per me valgono di più le esperienze internazionali” e dichiarare, come recita la delibera di nomina “ è importante che il dipartimento si apra all’esterno e ai rapporti internazionali”, definizione che, dico la verità, mi è sembrata un po’ strana proprio per la sua genericità e mancanza di contenuti reali!

Torniamo alla reazione di Del’Acqua quando lei ha sostituito il Dott. Mezzina.

Io penso che quella reazione, scomposta e del tutto gratuita, sia stata causata dal fatto che, nel momento in cui io venivo nominata direttora,  il dr. Dell’Acqua  ha realizzato che era arrivato il momento di andare in pensione. Fino al giorno prima aveva continuato a frequentare la Direzione da protagonista. Più volte, Dell’Acqua ha sostenuto che, durante il mio mandato, non poteva mettere piede in Direzione, anche se io direttamente non mi sono mai espressa in merito né lui mi ha mai posto la questione! Non c’è mai venuto probabilmente perché non ci voleva venire da ospite ma  solo da capo e sapeva che, con me, ciò non sarebbe stato possibile.

La storia della riunione..

Si riferisce alla riunione del Forum salute mentale per giovani operatori?
Beh, già dagli ultimi giorni di gennaio girava una mail in cui il dr. Dell’Acqua fissava, presso la Direzione del DSM, una riunione nazionale per giovani operatori della salute mentale nei giorni 21 e 22 febbraio. Istituzionalmente a me non è mai arrivata nessuna richiesta relativa alla possibilità dell’utilizzo degli spazi della Direzione.  Spazi pubblici e non privati e il cui utilizzo prevede la messa in atto di passaggi istituzionali necessari per il rispetto delle leggi dello stato. (dal riscaldamento alla chiusura ed apertura dei locali alle questioni della sicurezza dei luoghi più strutture aziendali devono essere coinvolte). Dell’Acqua invece, manda in giro la mail senza coinvolgere la direzione del DSM, forse, è una mia ipotesi, ha coinvolto la Direzione Generale ma anche di questo nessuna notizia è arrivata in Direzione DSM.

Il problema è che si considera la Direzione come casa propria e, quindi, non gli viene nemmeno in testa che per legge, per regolamento,  quando si utilizza uno spazio pubblico bisogna fare dei passaggi burocratici e non per il capriccio di qualcuno ma per necessità di trasparenza!
Ad esempio da gennaio presso la Direzione del DSM a fine settimana alterni si tiene un corso organizzato dal Laboratorio di Filosofia che fa capo al prof Rovatti e ai suoi collaboratori e collaboratrici. Perché questo accadesse in modo trasparente e legittimo, è stato messo in moto un percorso istituzionale, durato un paio di mesi, che ha coinvolto la Direzione Aziendale e il DSM e che ha prodotto una convenzione che individua chi fa cosa e come la fa. Dall’apertura alle pulizie sono stati considerati tutti i passaggi necessari e gli interlocutori istituzionali e si è stilata una convenzione: l’azienda mette a disposizione le strutture, il Laboratorio si assume il pagamento delle pulizie e mette a disposizione cinque posti per il personale del DSM. Ammetto che, forse per la mia esperienza in Calabria, quando si tratta di spazi e denaro pubblico sono addirittura ossessiva ma dall’essere ossessivi al far finta di niente forse c’è una via di mezzo che bisogna percorrere.

La stessa cosa è avvenuta per il corso di perfezionamento postlaurea sugli OPG, corso il cui programma gira in questi giorni, organizzato dall’università di Trieste, Clinica Psichiatrica Universitaria e la COPERSAM, la conferenza permanente per la salute mentale di cui è presidente Franco Rotelli. All’interno di questo corso di formazione per operatori ed operatrici della salute mentale il programma prevede la “Visita  ai Servizi di Salute Mentale di Trieste”. Anche di questo nessuna richiesta, informazione è mai stata inviata alla Direzione del DSM. Devo dire che di questo passaggio ero già a conoscenza, per vie traverse e informali già dallo scorso dicembre e questo mi aveva fatto intuire che, come direttora,  avrei avuto vita breve! Né vale il dire che si è parlato con il direttore generale in attesa che lui prendesse le decisioni relative al DSM. Che significa? Le procedure sono richieste alla figura istituzionale del direttore del DSM e non alla persona fisica che quella funzione svolge. Semplicemente mi si voleva tenere fuori dalla cosa, forse si temeva qualche mia reazione, anche se non riesco a immaginare perché avrei dovuto dire di no una volta che tutto fosse stato chiaro e trasparente. Nei giorni precedenti il mio pensionamento a tutela del mio operato, ho mandato una lettera in azienda, nella quale dichiaravo che non essendo al corrente delle cose nulla avevo fatto di quanto istituzionalmente previsto! Una provocazione, forse, ma tant’è: non si può sempre essere come Alice nel paese delle meraviglie!
Se si entra nel merito del corso, poi, da anni mi sto occupando del rapporto tra perizia psichiatrica ed esito dei processi nei casi di femminicidio, perché c’è una alleanza tra un certo uso della psichiatria con la seminfermità o col moto di passione che, in qualche modo, protegge e, o giustifica gli uomini che ammazzano le donne. Mi sono occupata di manicomi criminali. Insomma non sono una che non ne sa, ma a nessuno viene in testa di interpellarmi come una delle formatrici!.
Dal punto di vista giuridico e sociale ci sono persone preparate, sul versante psichiatrico la scelta è quanto meno discutibile sono sempre gli stessi, quelli della parrocchietta, come diceva Sordi. Manco a dirlo fra i relatori figura l’attuale direttore del DSM. Una domanda: è stato inserito, secondo una prassi italiana, a sua insaputa o anche lui si ritiene al di sopra delle regole istituzionali che prevedono, quando si accetta un incarico, gratuito o pagato non importa, che il dirigente chieda l’autorizzazione al suo diretto superiore? Siamo sempre lì, come per la riunione.  In entrambe le vicende ho percepito solo arroganza e violenza! Sapevano già quale sarebbe stata la scelta del direttore generale, autonoma, imposta chissà, certo erano sicuri che io sarei stata messa fuori dalla scena (capacità divinatorie!?) e allora hanno agito in modo, secondo me, stupido e arrogante. Si poteva aspettare qualche settimana, ma no, bisognava darmi una lezione perché mi fossero chiari i rapporti di forza e che il potere è di chi “ce l’ha più lungo”.

Sul “chi ce l’ha più lungo” quanto conta il fatto di essere donna?

Conta tantissimo, perché sono una di quelle strane donne che non ha mai accettato di diventare come gli uomini per esercitare il potere. Io ho sempre rivendicato la mia autonomia. Sono una donna anche nella gestione del potere e lo faccio in maniera molto femminile, me ne rendo conto: non ci sto a diventare uomo, non ci sto ad essere subalterna agli schemi maschili. Non m’interessa essere come loro per gestire il potere. Loro scelgono le donne a loro uguali e queste donne sono veramente terribili quando gestiscono il potere. Da sempre penso che non c’è peggior padrone dell’operaio che diventa padrone: intanto si deve far perdonare di essere stato operaio e poi conosce tutti i trucchi necessari per sopravvivere all’esercizio del potere. Per le donne è la stessa cosa.
A me, di diventare la Tatcher di turno, che, nel suo modo di gestire il potere, era maschile, non mi va. C’è un modo diverso, io non so se giusto o sbagliato ma so che c’è. La Boldrini, secondo me è donna nel bene e nel male e su di lei si concentrano tutti gli insulti sessisti del linguaggio politico! Gli uomini non sopportano l’autonomia della donna perché questa mette in evidenza una loro mancanza: “c’è uno spazio nel quale io, uomo, non ho il potere perché è altro da me e ciò è, per me, insopportabile!”. In fondo anche per noi donne è la stessa cosa: ci sono spazi che non percorriamo perché a noi estranei ma, per noi, questo non è un problema!

Parliamo del Centro donna, che è il preambolo dello scontro.

Dell’Acqua non l’ha mai sopportato, era passato perché c’era Rotelli alla guida del dipartimento, perché eravamo un forte gruppo di donne. Ricordo che quando si discusse di Centro Donna in una riunione di dipartimento Dell’Acqua disse: se passa questo progetto io mi dimetto! Evidentemente una boutade visto che il progetto allora passò nonostante la sua contrarietà. Poi, da quando è diventato direttore ci ha fatto sempre, a volte in modo soft altre duro, guerra. Io comunque, oggi come allora penso che abbiamo sbagliato noi, perché quando si perde una battaglia vuol dire che si è sbagliato qualcosa! Se perdi vuol dire che non sei stato capace  di difenderti.

Perché Dell’Acqua  non lo voleva?

Perché la presenza del Centro Donna segnala che c’è un limite al maschile, segnala un posto nel quale tu, uomo, non puoi entrare e lui che è un patriarca, di quelli, anche buoni ma che devono poter controllare tutto, non poteva sopportare questa esclusione. In ciò è molto coerente con se stesso. Ma su questa questione, sull’errore commesso da noi come donne, il problema è a monte e prescinde dalle singolarità individuali in gioco. Cerco di spiegarmi: noi donne ci distinguiamo per una cosa dall’uomo: mettiamo al mondo i figli. Quello è il segno del nostro potere perché mettere al mondo dei figli ti dà un potere, nel senso di possibilità di poter fare, da posse, latino. Ma questo che è il nostro carattere distintivo e fondante ancora oggi nella nostra società non ha valore legale se non viene riconosciuto dal padre, il nome del figlio lo dà il padre. Fino a pochi anni fa i figli che non portavano il nome del padre erano figli naturali ma non legittimi:  la legittimazione della cosa più importante che la donna fa passa attraverso il maschile. E questo è qualcosa che noi ci portiamo dentro. Il fatto che, rispetto al Centro Donna,  questa legittimazione non ci fosse, ha portato a fratturarci fra noi e allora prima di sfasciarci, si è chiuso. L’ostilità di Dell’Acqua era forte ma altrettanto forte è stata la nostra incapacità di contrastare questa, ovvia, mancata legittimazione. Dovevamo farci i conti e non ne siamo state capaci!

Un altro dei punti è su chi sia più basagliano…

Questa è una grande cretinata, io non so se sono più o meno basagliana e poi che vuol dire, oggi essere basagliani? Franco Basaglia non ha costruito una scuola, quindi chiunque può dirsi basagliano. In giro per l’Italia ho incontrato gente che si definisce basagliana che “ocio de soto”, come si dice a Trieste.
Franco ha sempre sostenuto che bisogna tener presente la contraddizione con l’altro, altra da te, che noi non possiamo vincere ma solo convincere e che non si può mai tagliare di netto, che si deve continuamente assumere il conflitto e gestire i due poli che poi, in psichiatria, sono rappresentati dai due estremi abbandono/controllo. Franco era, a volte, verbalmente molto violento ma sempre assumeva il conflitto, la contraddizione, era possibile rompere con lui su alcune cose ma poi c’era sempre uno spazio per la ricomposizione, per spostare, come si diceva allora, la contraddizione in avanti e riprendere il discorso comune.

Oggi non è più così: o sei dentro o sei fuori, da una parte c’è il bene e dall’altra il male e chi è nel male va colpito e affondato!
Mi viene una cattiveria, Franco all’università non l’hanno voluto: gli universitari di allora, gli avevano dato una cattedra di Igiene mentale a Parma per un anno, ma di fatto non lo avevano mai considerato come uno di loro. Oggi si parla di lui come di un personaggio carismatico e come uno degli artefici dell’unica rivoluzione compiuta del ’900 ma finché era vivo non aveva ricevuto né premi né riconoscimenti di sorta! il potere politico e intellettuale lo aveva sempre considerato un personaggio scomodo! Certo alcuni giornalisti, come Zavoli, Pintor, Costanzo, Cederna, Inwinkl, Testa e qualche altro che ora mi sfugge, e alcuni fotografi importanti come Berengo Gardini, Lucas e altri avevano compreso la forza e il carisma dell’uomo ma l’establishment, di destra e di sinistra, aveva sempre mostrato ostilità nei suoi confronti. Lo stesso non mi pare che oggi accada nei confronti di quelli che si dichiarano i soli autentici successori!

A proposito di potere: quando è stato eletto Franco Rotelli, lei ha capito che aveva i giorni contati?

Certo anche se in alcuni momenti ho pensato che la politica di un governo di centrosinistra potesse essere una politica di contenuti e non di personalismi. Ma così non è stato e di questo ho avuto molti segnali: mi hanno raccontato che, il giorno dopo la vittoria del centrosinistra, c’era chi andava al lavoro dicendo “noi non facciamo prigionieri”. Nonostante ciò ho scelto di continuare il mio impegno lavorativo, e di fare le cose che ritenevo giuste sperando che si potesse discutere di risultati e di progetti e non di vendette, ritorsioni e così via. Non so se ho sbagliato ma comunque in quest’anno di lavoro, pur se tra mille difficoltà e attacchi più o meno sotterranei, ho lavorato con soddisfazione e impegno, costruendo relazioni, progetti e nuove iniziative che in molti, fuori e dentro il DSM hanno apprezzato e riconosciuto e ciò mi basta!

Ma San Giovanni è aperto?
Dal punto di vista spaziale è aperto, ma è chiuso sul versante del confronto e dell’apertura a nuove possibilità di esistere e lavorare. A volte ho avuto la sensazione che ci fosse una setta chiusa e barricata dentro, sempre tesa a riconoscere il possibile nemico e, quindi, a chiamare tutti e tutte a raccolta per difendersi da attacchi più o meno concreti. Questo è stato l’atteggiamento degli ultimi 3-4 anni.
Bisognava sempre e, comunque difendersi: certo la giunta Tondo aveva più volte dichiarato, soprattutto tramite l’assessore Kossich, la sua ostilità all’esperienza triestina ma io non credo che un atteggiamento chiuso e sempre in difesa sia vincente. Anzi, soprattutto quando sei istituzione pubblica devi saperti misurare e confrontarti con la classe politica che governa: Basaglia in questo è stato maestro e quando ha capito, come a Gorizia e a Parma che non c’erano più spazi si è dimesso, non ha mai trasformato il lavoro nell’istituzione in una guerra ai politici o in una specie di fortino da cui sparare contro chi governa. Ha sempre spinto fino in fondo il conflitto, ha cercato in tutti i modi possibili di far valere la sua posizione e le sue idee ma ha sempre mantenuto un atteggiamento istituzionalmente corretto! Penso che quando sei in un’istituzione devi essere responsabile e rispettare le leggi, certo puoi lavorare per cambiarle, introdurre contraddizioni, porre questioni ma non puoi essere sempre e comunque fuori o al di sopra delle leggi.

Quando siamo arrivati a Ts c’era la legge del 1908 e, proprio su indicazione di Franco, l’abbiamo sempre rispettata! Abbiamo individuato varchi, contraddizioni, ci siamo assunti la responsabilità d’interpretazioni allargate ma non abbiamo mai agito contro la legge. E di questo testimonia il fatto che, nonostante i numerosi processi a cui Basaglia e molti di noi furono sottoposti fummo sempre assolti. E poi questo atteggiamento di chiusura e sempre sulla difensiva si è rivolto anche verso l’interno nella direzione che bisognava comunque essere sempre tutti e tutte d’accordo, ogni contestazione e critica veniva interpretata come un tradimento una complicità con il nemico! Un tanto non ha giovato all’esperienza triestina nel suo complesso anzi ha vieppiù spento ogni possibilità di confronto e di dibattito interno, dibattito  molto stentato dacchè il pensiero unico da tempo la faceva da padrone. Questa assenza di confronto, quest’appiattimento ed esclusione di ogni dissenso e, o autonomia interna credo che in qualche modo si riallacci a quanto dicevo prima intorno alla questione della differenza di genere. Le madri mettono al mondo i figli e le figlie e si preoccupano che se ne vadano, che crescano, che facciano delle cose altrove. I padri hanno bisogno di controllare i figli e le figlie e, soprattutto, che questi continuino il percorso e l’esperienza paterna.

Attualmente percepisco il discorso  della salute mentale come chiuso e autoreferenziale nel senso che unica referente è la tecnica e, o la scienza psichiatrica, esiste un’incapacità di confrontarsi con le trasformazioni sociali di questi ultimi anni e di modificare alcuni percorsi; questo  non vuol dire modifiche dei principi di fondo, ma, semplicemente, confrontarsi con le nuove forme di espressione che lo star male delle persone assume e, a partire da questo, capire come oggi la nostra pratica debba cambiare. E, come sempre accade nella psichiatria se non siamo capaci di misurarci nel praticamente vero è facile che si cominci ad inseguire il miraggio delle soluzioni “scientifiche e tecniche”. Ma devo dire che il miraggio dei modelli anglosassoni come il nuovo da apprendere mi lascia alquanto perplessa e mi ritrova sostanzialmente contro perché sarà anche vero che ci sono servizi più belli ed efficaci dei nostri ma alle spalle di questi servizi continuano a proliferare ed esistere grandi istituzioni chiuse, contenitori dei fallimenti dei servizi avanzati ed iperspecialistici! Ho difficoltà allora a pensare che loro siano più avanzati dei nostri, sicuramente ci sono delle forme o dei modi di trattamento che bisogna conoscere e sui quali riflettere ma nulla di più! In questo inseguire tecnicismo e scientismo vedo una chiusura, una ricaduta in una congregazione psichiatrica, e questo, certamente  è poco basagliano.

Un’ultima riflessione sulla situazione triestina: fino inizi degli anni ‘90 qualunque movimento che si poneva obiettivi sociali e di cambiamento assumeva l’esperienza della deistituzionalizzazione come punto di riferimento e di confronto. Negli ultimi dieci, quindici anni questo non è stato più vero, è giusto o no interrogarsi sul perché questo accade o basta continuare a dire che noi siamo unici e che sono loro che non capiscono? Secondo me, invece, oggi su questo bisogna interrogarsi, dobbiamo capire se la spinta al cambiamento che è principio fondante della deistituzionalizzazione va in qualche modo riattivata e cosa dobbiamo fare per riaprire lo spazio del confronto con un sociale che, mai come oggi, è in condizioni di grave sofferenza.

Il suo rapporto con Trieste quando inizia?

Nel 1971, arrivo con Franco Basaglia, tra l’altro ero già stata con lui a Parma. Da questo punto di vista sono veramente la più vecchia. Per lavorare con lui mi sono trasferita dall’università di Roma all’università Parma dove, vivendo come volontaria in manicomio, ho frequentato il quinto anno della facoltà di medicina e poi mi sono trasferita a Trieste dove ho frequentato l’ultimo anno d’università e  mi sono laureata. Per uno strano gioco del destino sono iscritta nel libro della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Trieste perché faccio parte dei primi dieci laureati a Trieste, il 72 era, per l’Università di Trieste, l’anno conclusivo del primo corso di Laurea in Medicina.

E adesso?

Continuerò nei modi possibili il lavoro che ho sempre fatto sulla salute mentale delle donne e sulle perizie psichiatriche. Ho avuto già una chiamata a Bologna, come perita di parte per una donna che ha subito violenza. Il rapporto col servizio pubblico è terminato, sono in pensione, sicuramente non mi metto a fare il privato, né mi riciclo in qualche altro ente o consiglio di amministrazione,  a conferma che, diversamente da quanto qualcuno sostiene, non ho, né ho mai avuto padrini. Con calma, poi, valuterò come continuare il mio impegno e la mia attività in riferimento alle questioni che ritengo importanti come quelle relative ai diritti delle persone che non sono perché non hanno!

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