20 Febbraio 2014

Esodo, le parole pesano. Cristicchi e dintorni.

Dopo aver visto in due giorni due incontri sull’esodo, specularmente opposti seppur con meccanismi simili, si ha la sensazione che in entrambi ciò che emerge, più che quanto sentito, sono le parole che non sono state dette.

Ieri sera Simone Cristicchi ha iniziato il suo incontro al Savoia leggendo l’incipit del suo libro sul magazzino 18. Si parlava di tragedia, di dramma, di persone cacciate e che avevano perso tutto. E’ mancata, così come in tutto l’incontro, la parola “sconfitta”. Il punto di partenza che non rende meno dramma ciò che è successo dopo, ma che rappresenta il suo incipit. La sconfitta dell’Italia fascista, alleata alla Germania nazista, ha portato alla perdita di quelle terre. Da qui parte l’esodo, da quella sconfitta di cui non si fa cenno. Non nasce dal nulla.
Il giorno prima invece, presso la sede di Rifondazione Comunista, in una conferenza della storica Claudia Cernigoj di analisi critica dello spettacolo di Cristicchi, mancava del tutto la parola dolore, sofferenza.

Il primo incontro, una cinquantina le persone presenti, in una sede che la notte prima è stata sporcata da schizzi di vernice rossa, mentre la casa di fronte è stata “decorata”con scritte “Partigiani Infoibatori”, “Pahor Kapò” (Coretto) decorate con croce celtica. Cristicchi il giorno dopo nel suo incontro la definirà “una ragazzata”.Al centro dell’incontro una relazione dettagliata della storica Claudia Cernigoj con una analisi critica del lavoro teatrale di Cristicchi. Molte delle critiche appaiono fondate, dietro c’è un lavoro serio, è il contorno che non convince. La sede, i commenti del pubblico danno una connotazione ideologica che mal si adatta alla neutralità dello studioso. Ne risulta un racconto “fastidioso” anche per chi sa che il racconto delle vicende del confine orientale non è quello dei nazionalisti. Dire, parlando degli oggetti del magazzino 18 che “gli esuli li hanno lasciati lì strafregandosene” o che “i titini hanno agito con i guanti di velluto” sminuisce in qualche modo il lavoro storico, lo rende facilmente attaccabile in uno scontro ideologico che continua oramai da decenni.

La Cernigoj dice di fare solo storia, Cristicchi, dall’altra parte dice di aver fatto solo uno spettacolo. Entrambi fanno ed hanno fatto altro.

L’ambiente di ieri, pur nella neutralità di una sala congressi di un hotel, non sembra molto dissimile da quella del giorno prima. La politicizzazione appare palpabile dai commenti degli spettatori e da alcune presenze, la destra ben presente. Milos Budin, presidente del Rossetti, che era stato invitato prima della conferenza a dire qualche parola ha declinato, pur essendo presente all’incontro. Interviene invece, sembra quasi improvvisato, Piero Delbello, direttore dell’IRCI. Dico “sembra” perchè in tutti gli inviti online che annunciavano l’evento, è elencato tra i protagonisti dell’incontro.
In tutto Cristicchi si defila in secondo piano, legge qualche brano,accompagna alla chitarra delle letture fatte dall’attrice Maria Grazia Plos, da qualche risposta alla docente Cristina Benussi che alla fin fine, sarà quella che avrà parlato di più del libro dell’autore, presente ricordiamolo. Non era prevista alla fine alcuna domanda del pubblico.

E’ forse troppo offensiva la definizione data dalla Cernigoj il giorno prima di Cristicchi “testa di legno”, certo la sensazione è quella di un autore che si è innamorato del raccontare una tragedia, un Nabucco contemporaneo, si è innamorato dell’impatto emotivo del magazzino 18, ma che non ha capito dall’inizio che chi lo accompagnava nel suo percorso di conoscenza non aveva una visione neutrale degli episodi. Cristicchi appare non capace di poter affrontare il tema, si difende dicendo che ha dato priorità alle storie delle persone, che ad esempio non parla di numeri. Difende il suo diritto a raccontare le storie della gente e d’altra parte a non fare lo storico. Non tiene conto, o forse lo ha scoperto tardi quando la macchina era già in moto, che queste storie sono ancora per molti, a maggior ragione da queste parti, scontro politico, ideologico.

Cristicchi anche nelle poche parole che dice mostra di aver colto poco gli equilibri/squilibri sottili del pantano in cui si è ficcato. Alla fine della lettura della storia di una famiglia polesana la cui morale è che lo zio rimasto “ateo e socialista”, alla fine deluso si pente e va a confessarsi, dice che ha riportato anche la maniera di esprimersi di chi gli ha raccontato la storia. Ed allora si scusa di aver riportato la parola “slavi”, perchè “può sembrare una offesa”. Si scusa perché “le parole pesano”.
Pesano si, quelle dette e quelle non dette.

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