11 Febbraio 2014

Le sedie del Magazzino 18 – Camminare tra le masserizie degli esuli istriani

Ha ragione il direttore dell’IRCI Piero Delbello: “Dovranno passare ancora un paio di generazioni prima che si possa parlare di esodo, di campi profughi senza che ci sia scontro politico o di esagitati“. Si riferisce agli episodi di vandalismo di ieri, al teatro Vittoria di Roma. dove si stava rappresentando “Magazzino 18” di Simone Cristicchi.

Che le vicende degli istriani siano ancora strettamente condizionate dal ideologie appare evidente anche da piccoli frammenti di discorsi colti tra coloro che questa mattina hanno visitato il magazzino portuale dove sono state raccolte ed ordinate le masserizie abbandonate dagli esuli e salvate da distruzione dell’IRCI. “Quei continua a far danni ancora adesso“, e il “quei” comprende chiunque sieda alla sinistra del parlamento. Difficile del resto uscire da un meccanismo di scontro ideologico che per molti decenni è stato ciò che ha costruito carriere politiche da una parte e dall’altra. “Pro esuli” e “contro esuli”. Permangono le falci e martello rosse che imbrattano teatri e monumenti, e dall’altra parte saluti romani a manifestazioni, ma sono oramai rimasugli di un passato per fortuna sempre più distante.

La masserizie che nel 1978 erano destinate alla distruzione, dopo un ultimo appello prefettizio ai proprietari, vennero invece donate all’IRCI. Prima stavano al magazzino 22, demolito per far posto all’Adria Terminal, poi portate al magazzino 18 dove per organizzare una serie di visite bisogna scomodare la presidente del porto e attivare tutta un serie di procedure. Il progetto dell’IRCI è di farne un museo, magari al magazzino 26 che possa raccontare l’esodo e le fasi della permanenza nei campi profughi.

Ciò che e certo che la visione delle masserizie ordinate per tipo dai volontari, i libri e quaderni, le stoviglie, gli arnesi di lavoro, i mobili rendono difficile parlare come accade di “colpevoli”, usare parole come “optanti”, ossia persone che hanno scelto di andarsene via. Alla fine la visione del mucchio di sedie, “una catasta di quotidianità” la chiama Delbello, una opera di Arman amplificata nelle dimensioni e nelle emozioni fa capire il dramma, le cose che passano al di sopra della gente, che pagano colpe di altri. Gli esuli non hanno perso la guerra, hanno perso le loro cose, hanno pagato una guerra voluta dal fascismo.

Forse è tempo che un museo racconti questa storia, che rappresenta anche una pagina nera della storia italiana, se nei campi profughi nell’inverno del 1956 bambini ed anziani morivano di freddo, come si racconta durante la visita.
Servirà anche a ragionare su profughi, su persone che perdono o lasciano tutto. Magari servirà ad evitare di sentir dire da un signora, che stamattina ha visitato il magazzino 18, dire al marito indicando il silos “Vedi, lì avevano trovato quello schifo di dormitorio con i materassi gettati a terra“. Era dove dormivano i profughi afghani.

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