20 Dicembre 2013

Trieste, cohousing nelle vicinanze della stazione. Astenersi non rifugiati politici

Viaggiare da Kabul a Trieste costa più o meno 850 euro, ci si mette circa 24 ore, scalo a Dubai e Roma. Ali invece ci ha messo 13 mesi, spendendo 17.000 dollari ed arrivando a Trieste due settimane fa. Ha viaggiato via terra, partito da Aqcha nel Nord dell’Afghanistan, passato per Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Austria. Ogni passaggio di confine un costo. Tra Afghanistan ed Iran 3500 dollari, altri 3000 il passaggio in Turchia e così via. In mezzo mangiare, dormire, pagare qualche poliziotto ed il conto è fatto.

Ali è figlio di un talebano, il padre è morto 2 anni fa in uno scontro. Per i talebani avrebbe dovuto prendere il posto del padre, ha scelto di fuggire dall’Afghanistan perché “Se stai con i talebani se ti prendono gli americani ti fanno una puntura e muori, se non stai con i talebani ed hanno deciso che devi stare con loro se ti prendono ti ammazzano”. Ha un fratello che è in Pakistan, ma non può raggiungerlo perché “non ha i documenti”, non dice di più se non che suo fratello è talebano “ma tranquillo”. Ali parla inglese, lo ha imparato in Afghanistan, perché “ con l’inglese posso andare ovunque”, il suo sogno è aprire un Internet Point a Trieste, “Perchè a Trieste sono tutti gentili, aiutano, parlano, ti stanno a sentire”. “Anche la polizia?”. “Si anche la polizia, non come da altre parti”.

Ali è arrivato due settimane fa a Trieste, dormiva assieme ad una cinquantina di persone tra Pakistani ed Afghani, a due passi dal centro “vicinanze stazione” come si dice negli annunci immobiliari. Un villaggio costruito all’interno delle rovine del Silos, bruciato oramai vent’anni fa. Delle casette in cartone, una amaca fatta con una rete appesa con delle funi al soffitto, una cucina comune ed una moschea fatta con dei sassi e delle porte di legno ricuperate chissà dove, fuori un improvvisato campo di cricket delimitato da qualche pietra.

Ali oggi è tornato al “villaggio” al Silos a recuperare una giacca ed una coperta. L’altro ieri un blitz, una retata della polizia che ha svegliato alle 5 del mattino 50 Afghani, così la descrizione del Piccolo. Le parole hanno un peso, ha un peso anche essere attenti a ciò che si scrive. Le persone che avevano avuto asilo politico non avrebbero dovuto essere lì, da settimane gli era stata promessa una sistemazione, un luogo degno dove dormire provvisoriamente. Per fortuna da poco si era installato nelle vicinanze delle loro “abitazioni” un luna park ed allora, complici forse due parole di troppo dette da dei ragazzi pakistani ai giostrai, sono stati sgombrati, o meglio la sistemazione promessa è stata trovata a coloro che avevano richiesto asilo, tutti quelli provenienti dall’Afghanistan. Ora sono presso la Caritas, a Trieste o a Gorizia. Alcuni pakistani che avevano il decreto di espulsione oramai saranno lontani, a cercare una nuova sistemazione.

Lascia qualche perplessità la modalità dello sgombero. Sul terreno, ammassati oggi in un container dagli operai che stano demolendo il villaggio, sono rimasti vestiti, scarpe, oggetti personali ed anche libri, i libri con cui alcuni imparavano l’inglese. Per due mesi era noto ed era comodo che quelle persone vivessero lì, che non ci fosse bisogno di sistemarle. Non è degno di un paese civile averli lasciati a vivere in quel modo. Forse lasciar loro prendere le poche cose che possiedono sarebbe stato doveroso.

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