16 Agosto 2013

Chiudere i CIE è una questione di dignità

La prima, ed anche unica volta, che ho messo i piedi all’interno di un CIE, per ragioni professionali, è accaduto a Bologna. Mai dimenticherò le sensazioni vissute, la speranza che tu rappresentavi per quelle persone, rinchiuse in un luogo che ha in molti casi maggiori restrizioni rispetto ad una normale galera.
Telecamere ovunque, barriere di ferro ovunque. Poi la sala d’attesa, un tavolo ove far firmare atti e richieste, uno sguardo, una stretta di mano ma l’udienza al giudice di Pace, nella quasi totalità dei casi una formalità, ha definito il suo corso ancor prima di iniziare. Potrai sollevare tutte le eccezioni di questo mondo, ma la volontà politica dominante è univoca, dunque richieste respinte.
Non persone, ma numeri, numeri da espellere. Basaglia dichiarava che « Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione.»
Con la Legge 180 del 1978, il cui promotore è stato proprio Basaglia, quelle istituzioni chiuse sono state superate da un diverso approccio, certamente più umano nelle intenzioni, rispetto ai malefici manicomi.
Siamo riusciti a chiudere i manicomi, perché non riusciamo a chiudere i CIE? In Italia esistono i Centri di accoglienza (CDA), Centri di accoglienza richiedenti asilo (CARA), Centri di identificazione ed espulsione (CIE). In questi ultimi la legge esistente consente la detenzione fino a 18 mesi nell’attesa di essere identificati ed espulsi. Quello di Gradisca è classificato come uno dei peggiori. Non che vi possa essere un migliore tra i CIE, ma certamente un peggiore all’interno di una situazione indegna per un Paese civile e democratico, deve indurre certamente alla riflessione ma anche all’azione immediata.
Non volendosi abrogare oggi, il concetto di cittadinanza, nonostante siamo tutti figli dello stesso cielo e mare, si deve trovare una situazione conciliante con la dignità umana ed il non essere cittadino di quel Paese ove per ragioni diverse si mette per la prima volta piede.
La maggior parte delle persone rinchiuse all’interno dei CIE, non hanno alcuna intenzione di rimanere in Italia, e forse è questo anche il vero problema della situazione.
L’Europa con la sua carta fondamentale in tema di diritti umani esplica principi di grande valenza riconoscendo l’inviolabilità della dignità umana, nella consapevolezza del suo patrimonio spirituale e morale, fondando se stessa sui valori indivisibili e universali della della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà; della democrazia e sul principio dello Stato di diritto.
D’altronde la domanda sorge spontanea, come pretendere l’estensione di questi principi a favore dei cittadini non europei, quando non vengono neanche pienamente applicati ai cittadini europei? Già, un dilemma risolvibile in modo semplice, ribaltando i valori da tutelare, prima la persona, prima la dignità, poi il resto.
Non può essere un problema solo dell’Italia quello della così detta immigrazione clandestina, ma deve essere una questione da affrontare, in modo dignitoso ed organico,da parte dell’Unione Europa.
Ma l’Unione Europea è ostaggio della Germania, Germania ove la maggior parte dei rinchiusi vorrebbero recarsi. In Europa, nonostante esista una direttiva, quale quella dei Rimpatri, esiste una situazione pressoché simile a quella italiana, salvo rari casi.
Nel prezioso rapporto dei medici per i diritti umani si evince che, in tema di immigrazione clandestina, in Germania l’assistenza legale è assente o carente e le prigioni vengono utilizzate frequentemente come luoghi di trattenimento dei migranti irregolari.
Nel Regno Unito non è prevista una durata massima della detenzione. La quasi totalità dei centri è gestita da agenzie di sicurezza private. In Spagna l’assistenza sanitaria è affidata a personale sanitario di imprese private. Però è stato istituito a Barcellona un Tribunale incaricato di gestire le denunce presentate dai trattenuti. In Francia il Ministero dell’Interno fissa le quote annuali di stranieri irregolari da espellere. Il rimpatrio volontario e altre misure alternative vengono applicate in rari casi. Le famiglie e i minori possono essere detenuti. Dal 1997 la gestione dei centri di detenzione è passata dalle agenzie di sicurezza private ai servizisociali. Vengono spesso applicate misure alternative alla detenzione. Sono garantite la libertà di movimento all’interno delle strutture, la libertà di accesso da parte di organizzazioni esterne, la possibilità di ricevere visite senza limitazioni. I trattenuti sono in alta percentuale richiedenti asilo. E’ possibile trattenere i minori (anche se per massimo 72 ore, prorogabili di ulteriori 72).
A Gradisca si segnala, nel citato rapporto pubblicato nel maggio del 2013 che “articolarmente critico è il rapporto di forte tensione esistente tra trattenuti ed operatori, dominato da un costante e quasi ossessivo clima di sospetto. Le norme di sicurezza appaiono particolarmente restrittive e trovano riscontro nel profondo malessere dei detenuti. A tempi di trattenimento che sembrano essere sensibilmente più lunghi rispetto alla maggior parte degli altri centri corrisponde una grave mancanza di attività ricreative, la totale chiusura al coinvolgimento di organizzazioni esterne e la carenza di assistenza legale. Aspetti, questi ultimi, che certamente contribuiscono a rendere ancor più oppressive le condizioni di vita all’interno del CIE. In base ai casi direttamente rilevati, destano infine forti perplessità i criteri in base ai quali viene stabilita l’idoneità sanitaria al trattenimento”.
Abbiamo chiuso i manicomi, ora chiudiamo i CIE.
E’ una questione che riguarda tutti e non soli i diretti interessati, è una questione di dignità collettiva e di civiltà e Stato di diritto complessivo.
Le soluzioni proposte dai medici per i diritti umani, che condivido, nell’attesa di arrivare ad una diversa regolamentazione della cittadinanza ma anche fine del concetto della cittadinanza, possono essere diverse, dalla regolarizzazione per categorie vulnerabili,alla protezione per le vittime di tratta, all’identificazione in carcere, rilevato che i migranti che provengono dal carcere rappresentano almeno la metà del totale dei trattenuti all’interno dei CIE, al rimpatrio volontario, alle misure di limitazione della libertà personale alternative alla detenzione,al ritorno assistito.

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