17 Giugno 2013

My Bloody Valentine a Kino Siska, ovvero come far suonare una band noise al proprio matrimonio

Io ho il sistema per salvare l’economia italiana.

E l’idea ha come stuzzicante effetto collaterale il fatto di salvare anche il giornalismo italiano.

 

Tassiamo gli aggettivi.

Sì, dico sul serio, tassiamo gli aggettivi, 20 centesimi per ogni aggettivo usato.

Ecco, verso volentieri i miei 20 eurocent nelle

casse di Pantalone per

iniziare questa recensione del concerto dei My Bloody Valentine aKino Siska con l’aggettivo “sconvolgente”. già che ci siamo, crepi l’avarizia, aggiungo “spiazzante”. Mi spiego: non è che non mi aspettassi quello che poi ho trovato e se anche io mi fossi imprudentemente presentato quella sera pensando di assistere ad un quartetto d’archi, c’era un cestino di paglia per la distribuzione dei tappi per le orecchi

e alla cassa accrediti a riportarmi alla realtà. Ma un po’ come quando cerchi di entrare in mare e ci sono onde molto forti e sai che l’onda ti travolgerà e sai che dopo quell’onda ce ne sarà un’altra uguale, ecco, così è che ci si sente assistendo ad un concerto come quello di Lubiana. Sei lì che attendi che arrivi l’onda, barcolli, vedi arrivare l’onda successiva e per quanto tu sia preparato, barcolli nuovamente. Sono gli attacchi delle canzoni a spiazzarti; fortunatissima la descrizione del mio socio, sanguecattivo: “Se le canzoni durassero 30 secondi sarebbero il mio gruppo preferito”. al 31 secondo quell’uragano che ti arriva addosso, ti piega la gambe, ti spezza il fiato.

 

Avete presente la millefoglie? ecco, immaginate che ogni sottile strato di pasta della millefoglie sia una linea di chitarra, dilatata da un uso totalizzante di delay e riverberi. Il suono dei My Bloody Valentine è una millefoglie di chitarre espanse, trasfigurate ed amplificate, fra le quali fa capolino saltuariamente una spruzzata di zucchero a velo, la voce flautata e quasi subliminale della cantante.

 

Ecco, adesso in una recensione normale ci starebbe bene la scaletta ma, che ve lo dico a fare, non ha senso parlare di scaletta in un concerto che è un continuum di riverberi riverberati che rendono i pezzi sostanzialmente irriconoscibili ed indifferenti nel loro susseguirsi, tanto la performance è incentrata sul flusso, sull’impatto. Un impatto che è prima di tutto fisico e appena successivamente mentale. Per spiegare ciò basta citare il finale, il celeberrimo “reattore” con cui si chiudono tutti i concerti dei My Bloody Valentine, un pezzo che cresce d’intensità e di volume fino a sfociare in un’onda di rumore bianco che dura imperterrita per gli utlimi cinque minuti del live.

Piccola nota di colore: adesso che ho visto una donna graziosa, vestita come per andare ad un matrimonio con la sua vezzosa gonnellina a pieghe in tessuto damascato ed il sandalo-gioiello, fare 5 minuti di noise puro posso ben dire di aver visto tutto. Se non si era capito questa era un po’ una dichiarazione d’amore.

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