4 Febbraio 2013

Rinarrate 7. L’ultimo degli uomini

Qual è il momento esatto in cui si riesce a dire no alla violenza? E cosa entra in gioco in un momento così decisivo? La storia che Aurora racconta è la sua risposta a questa difficile domanda.

header rinarrateBisogna trovarsi pronti nei momenti importanti. La frase mi batte in testa. L’ho sentita da qualche parte ma è ridicolo ricordarsela ora, che sono per terra, sull’asfalto di una strada.

E’ una visuale strana, quella dei bambini e degli animali. È successo tutto in fretta ma, pur bloccata dalla paura, i jeans strappati e le ginocchia brucianti non possono farmi sbagliare di ricordare.

Ero stanchissima ma tu hai insistito per venire a prendermi dopo il lavoro. Da sola torno a casa prima, ma tu che mi aspetti dona quella piacevole sensazione di appartenenza. Dovrebbe, se fosse davvero così. Purtroppo tu reclami un diritto di possesso non solo sui soldi che ho appena guadagnato ma anche su tutta me stessa. Lascio fare, da troppo tempo. Speravo solo fossi di luna buona e all’inizio sembrava.È difficile ricordarsi il motivo per cui abbiamo (hai) iniziato a litigare. Può essere successo qualcosa, come anche solo un’inflessione della voce che ti ha irritato, un’espressione del mio viso mal interpretata. Ormai siamo questo noi. Due combattenti sul ring che prendono un po’ di fiato tra un incontro/scontro e l’altro, ovviamente sempre più ammaccati dentro e fuori. Io, che per natura mi sento sempre erosa prima dentro, con te mi sono ritrovata a contare e a ricontare i pezzi di me fuori. Mai successo prima. Non a me. Com’è possibile?

Caduta a terra, gli occhiali sfilati – oddio, mi sa che son rotti – e un cellulare nato per le emergenze ma che ti sfugge dalle mani in un punto indefinito.

Come quest’attimo che sto vivendo.

Ti sei lanciato per aggredirmi sul ciglio della strada, proprio nel momento in cui sopraggiungeva l’autobus in corsa. Facendo resistenza ho perso l’equilibrio ma almeno sono finita provvidenzialmente sul marciapiede. Ti ho dietro le spall e. Stai trafficando con la bici, ma ti conosco, mio pericolo, e so che ti sei allontanato solo per gli istanti necessari a prepararti di nuovo alla carica. Stai gridando, l’urlo di chi cerca vendetta. Sei mio marito. Eri l’uomo che ho scelto. Eri l’ultimo degli uomini da scegliere.

Abbandonato dalla madre in tenera età e adottato in seguito da una famiglia impreparata a riceverti. Mi sembri piuttosto concepito da un mare in burrasca, sempre agitato, dove le tue emozioni vengono cavalcate come onde perenni. Quei vapori che vedevo in superficie ero sicura fossero solo il riverbero di un mondo subacqueo fervido e vitale. Non mi sbagliavo. Solo che quel mondo mi ha risucchiata e non posso più uscire.

Eppure, da piccola, hanno cercato di insegnarmi a farmi trovare pronta per i momenti importanti. I grandi attorno a me, ovvero le due donne della mia vita: la nonna e la mamma. Due madri assolute che si contendevano il mio bene. Il campo scevro da assalti maschili.

Insieme, componevamo un triangolo di perfezione esoterica come le forme che danno vita al Paradiso Terrestre. Loro avevano bisogno di me, io avevo bisogno di loro.

Vestita con gli abiti cuciti apposta per una bambola di carne, educata al bello in ogni sua espressione. Non per vanità o ambizione ma solo per fame di bellezza. Ricambiavo con ardore tutte queste attenzioni e, all’apice di questa fiducia, troneggiavo come un piccolo lare, interpellata in ogni questione domestica. Semplicemente perché io ero una delle tre.

Tutta questa presunta frivolezza era uno scudo parato contro destini che non facevano sconti.

La vita dei vecchi procedeva con i suoi ritmi e i suoi riti e mi infondeva un estremo pudore su ciò che vedevo provare attorno a me e in me. C’erano frequenti funerali con i loro morti da piangere, adunanze che mi riempivano d’innocente stupore ma che non mi toglievano la voglia primitiva di vita se, dalla porta chiusa del bagno, spiavo la nonna intenta a fare pipì.

La mamma andava e veniva per esigenze di sopravvivenza (una mamma sola) e soffriva vedendosi usurpare il posto da altri, costretta a recitare la parte della signora-della-domenica. Ero diventata un po’ più grande quando a questo privato banchetto s’accomodò un mai gradito ospite: la morte. Si portò via sia l’una sia l’altra delle due dolci madri.

E l’amore-di-mamma-nonna fu spinto a intraprendere il suo viaggio. Alla scoperta di tutto. Soprattutto, come tornare a quel posto di bellezza e verità, sparito come per magia, ma dove mi ricordavo bene essere cresciuta. Stavolta, però, dovevo trovarlo con le mie sole forze per non abbandonarlo mai più.

No, non ero pronta per tutto questo dolore, ma era ugualmente uno dei momenti più importanti della mia vita. La mia ricerca dell’Amore era cominciata, sostenuta peraltro da una personale meta-speranza.
Ed eccomi arrivata a te, amore mio, mio uomo impalmato, mio sposo infelice. Ero certa tu fossi il mio porto sicuro perché ciò che m’interessava non era la tua immagine esteriore ma ciò che rappresentavi per la mia anima: la trasposizione maschile di me, quella che voleva rimanere abbarbicata all’infanzia senza i segni della lotta.

E mi ritrovo a lottare con te.

Lotto per non essere sopraffatta dal tuo tono di voce prima, dalle tue parole umilianti dopo e via via sempre più giù e lotto sempre di più, in un abisso di intimidazioni, colpi, schiaffi, morsi, pugni, secchi d’acqua gelida, mesi di notti con la luce accesa; a rifugiarsi, io e il cane, in qualche metro quadrato scampato al suono del tuo bastone.

Ho lasciato, strada facendo, le pendici dell’inferno e, man mano che scendo, la notte si fa sempre più buia. Ah! Le azioni punitive per non aver ottemperato agli ordini (no, prego: suggerimenti). Tua moglie chiusa a chiave nel bagno, lei sulla tazza del cesso tutto il giorno. Tua moglie lasciata in terrazzo con le tapparelle abbassate certe mattine d’inverno, perché mediti sui suoi errori. Lei che si domanda se ci sia un altro modo per scappare che non sia quello di lasciarsi cadere.

Sei il mio bambino, molto, molto arrabbiato e sicuramente e perversamente sei anche la mia anima gemella. Tu, elemento di un inferno esistenziale che brama conoscere la luce. Io, essere luminoso attratta dall’oscurità.

Vorrei portarti a vedere il sole con me e risalire una volta per tutte quelle pendici scivolose. Resta aggrappato (resto aggrappata) alla parte di te più dolce e arrendevole. Mi dedichi poesie, canzoni, bigliettini emozionanti sotto la porta d’ingresso a tutte le ore. Sei anche colui che sorveglia il mio riposo, sistemando premuroso le coltri che mi coprono.

Il mio amore è più profondo del luogo dove ti nascondi e mi hai strappato la promessa che mai ti abbandonerò. Tutto passa: ogni ferita, ogni lacrima, ma non noi. Non esiste nome per descrivere un legame come il nostro. Io sono la bussola del tuo orientamento sul mondo, tutto passa attraverso di me, e su questo corpo per te così prezioso ti permetti di lasciare solchi.

Sono tanto stanca di questa vita dove esisti solo tu. Sono nata non per te né per nessun altro e nessun’altra ragione se non quella di cercare e di trovare la bellezza e la verità che ancora (mi) si nascondono. Non me ne sono mai scordata, sai?

Solo che indosso queste fottutissime manette da così tanto che, se anche avessi la chiave, sarei terrorizzata all’idea di sentirmi libera.

Da questa visuale così strana, in ginocchio, vinta, chiedo scusa all’Amore di essermi persa, di aver vissuto alla sua periferia.

Mi fosse data un’ultima possibilità…

Dietro le spalle, però, ora sento un’altra voce. È quella di una donna. Sta parlando con Lui e lo sta affrontando a muso duro.

“Fatti i cazzi tuoi! Io sono il Marito.”

“Ah, sì?! Ancora peggio, allora! Ti sembra questo il modo di trattare tua moglie?”

Parole forti, le mie. Intimamente connessa anche se scollegata dal tempo reale.

A quel punto, lei si china su di me e mi sollecita ad alzarmi. Oh, ciò che i miei occhi annebbiati intravedono: una ragazza bella, soda e dispensatrice di vita!
È un giorno importante e adesso sono pronta. Non lo immaginavo così, da Principessa Stracciona.

A quanto pare posso vivere, se lo voglio, se oso. Se seguo lei, che mi indica la strada.

Ho paura, un’immensa paura, ma è ciò che una farfalla prova quando, tremante, tende e scuote le sue fragili ali prima del volo.

* * *

NOTA: nel progetto Rinarrate verranno accettati solo commenti firmati con il vostro nome e cognome, indipendentemente dal contenuto.

A questo link trovate l’indice di tutti i testi del progetto Rinarrate

Per contattare il centro antiviolenza GOAP: 040-3478827
http://www.goap.it/

Per contattare lo staff di Rinarrate: rinarrate@gmail.com

Tag: , , , .

5 commenti a Rinarrate 7. L’ultimo degli uomini

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.