24 Gennaio 2013

Scampoli di storia: come si parlava a Trieste nel Medioevo e soprattutto come ci si insultava

Rubrica a cura di Paolo Geri

Nel 2010 avevo scritto uno “scampolo di storia” dedicato al turpiloquio nel dialetto triestino del Trecento che era stato piuttosto apprezzato dai lettori di bora.La. Come nelle peggiori abitudini della cinematografia vi propongo un “sequel” dell’ argomento ben consapevole che i seguiti non raccolgono mai lo stesso successo dell’ “opera prima”.
Non vi sono molte testimonianze sulla lingua parlata a Trieste nel Medioevo. In realtà tutto quello che sappiamo sul “volgare” tergestino lo apprendiamo dai quaderni del “Banchum Maleficiorum”, il Tribunale del Maleficio, cioè in sostanza i verbali dei processi e bisogna ammettere che si trattava di un linguaggio a dir poco colorito, anzi decisamente volgare. Evidentemente il reato di oltraggio alla corte non era all’ epoca previsto. Mi scuso pertanto con tutti per i termini, decisamente volgari, che qui di seguito compaiono ma così si parlava nei tribunali a Trieste nel Medioevo usando una forma mista di veneto e di ladino, il “tergestino” appunto.
Sono noti gli studi di Graziadio Isaia Ascoli che esaminò le “reliquie ladine” raccolte a Muggia nel 1893 da Jacopo Cavalli preceduto, nel più lontano 1828, dai “Dialoghi piacevoli in dialetto vernacolo triestino” di Giuseppe Mainati. Raccolte, tutte, di scarso valore scientifico perchè risultano in realtà essere soltanto dei “sentito dire” senza alcuna annotazione critica o documentaria e comunque riferita a tempi a noi assai più vicini . La questione della parlata dei tergestini del Trecento resta dunque aperta vista la scarsità di testimonianze scritte. Marino de Szombathely, a seguito della pubblicazione del “Liber Reformationum” o “Libro dei Consigli”, propose alcuni estratti da quest’ opera nei quali si potrebbe leggere una forma di volgare locale, ma siamo già nel Quattrocento e rimane il dubbio se questo volgare non sia in realtà altro se non quello dei notai e dei triestini a volte originari da altre località e spesso per così dire “suggestionati” dalla loro cultura sicuramente superiore a quella della maggior parte dei concittadini dell’ epoca. Anche nei “Quaderni dei Camerari”, che si occupano di entrate ed uscite del Comune, il volgare appare nel Quattrocento secolo e precisamente nel 1426.
Uniche testimonianze della parlata del Trecento, se si eccettuano esempi rari e quasi sicuramente lontani della parlata quotidiana dei triestini, sono dunque le brevi frasi che si possono trovare nei verbali del “Banco dei Malefici”, nei quali vengono riportate “de verbo ad verbum” le ingiurie oggetto di denunce penali.
Nel volgare triestino compaiono impasti linguistici assolutamente originali: uno dei migliori esempi in merito che ho trovato è “…. Tu dedisti un morsum in digito !” e questo dialogo fra due querelanti “…. Chi te par che io sia ? …. E tu me par un bon homo ! ….. E tu me pari uno corno !”. Ma il massimo si raggiunge nell’ esclamazione di un convenuto, ovviamente verbalizzata, nel 1384: “Pota de sancta Chatarina !” da cui mi sembra evidente tragga origine il ben più recente “la mona de zia Cati”. Gli insulti volavano liberi in tribunale: “Tu mentici per gulam becho fratre dona putanam !”, “Traditor março”, Traditor março che tu saravi degno squartari”, “Carmerol bruto, portapej marz”, “Ego scanabo te sicut unum castronum” e il sempre attuale “Fiol de un chan !”. Ma si andava giù ancora più pesante: “Bruto traditor buçeron março vostu defender chostoti” (buçeron aveva il significato di omosessuale ….), “Bruto manigoldo servo cativo puçilente vignu non so donde !”. Infine il classico: “Tu es un becho futu” e “Tu me dixisti becho futu”. Anche i temi escatologici erano ampiamente presenti: “In nome del diavol io te in chago ne le chane de la gola !”, “Io tincago a ti ed a lui: che me polo far che non è più capitano !”. Da notare in quest’ ultima frase come la perdita dell’ incarico di capitano del “lui” fosse ritenuta una garanzia di sicurezza da parte dell’ altro convenuto.

Ma anche le donne erano accusate di mentire: “Bruta famina pleina de desonor et de vitupieri tu mensi per la gola”. Il moderno “va a cagare” era frequente e articolato in varie forme alcune decisamente ammirevoli per la loro fantasia creativa: “Ego cacho te in gula asinus stercoris !”, “Vade ostendi culum fratris tue fratribus Sancte Marie Crociferorum”, “Tu eris futura drossa. Vade et scarica culum fratrum Sancte Marie sicut facit soror tua”. Gli insulti rivolti alle donne non si discostavano molto dal classico “puttana” in tutte le sue varianti: “Bruta putana vade scavie cullos fratrum Sancte marie Cruciferorum !”, “Bruta puttana vade offende cullos fratrum Sancte Marie Cruciferorum” (i triestini ce l’ avevano decisamente con i frati di Santa Maria dei Crociferi ……). E poi ancora: “Bruta mata, glota, ed invriaga”, “Meretrix desliale falsam !”, “Tu es una bruta putana de burdel e de chani”, “Bruta putana vedrana”, “Est putana, rufiana, vedrana”, “Puttana, rufiana vecchia, puttana vedrana”. Da notare qui l’ uso del termine friulano – tutt’ ora in uso – di “vedrana” per “vecchia zitella”. Ma alle donne delle famiglie dei convenuti erano dedicati alcuni degli insulti più articolati e spesso sbrigativi: “Tu sons figla de una bruta putana e putana tu istesa”, “Bruta putana esone una man de putanes e sons putana del vicario de Cavodistria” (essere “putana del vicario di Capodistria” doveva essere un insulto sanguinoso per una triestina in quanto Capodistria era in mani veneziane). E a volte l’ insulto di gruppo: “Una man de brute puytanis”, “Voi sone una man de brute putane”. Finisco questo “excursus” nel turpiloquio triestino del Trecento con due bestemmie decisamente pesanti che nulla hanno da invidiare alla fantasia creativa dei mitici bestemmiatori toscani: “Soça la pota de la verçene Maria !” e lo straordinariamente creativo “Pota de San Piero e de San Polo !”.

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38 commenti a Scampoli di storia: come si parlava a Trieste nel Medioevo e soprattutto come ci si insultava

  1. Avatar ivan crico

    Si tratta certamente di un lavoro lodevole e di testimonianze interessanti, ma purtroppo, come giustamente si ricorda nel testo, in questi casi pesa fortemente la mediazione del linguaggio tosco-veneto, in uso in buona parte dei territori influenzati (anche se non sempre direttamente dominati) dalla vicina Repubblica di Venezia. Frammenti molto simili si conservano anche negli “Acta Criminalia” conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Monfalcone. Per cui è difficilissimo affermare se le frasi riportate descrivono in modo corretto la parlata locale del tempo. Il giudizio sulla inattendibilità degli studi dell’Ascoli e del Cavalli, invece, mi sembra ingiustificato: su questi lavori (e su numerose testimonianze scritte presenti negli archivi storici e nella toponomastica locale) si sono basati e si basano ancor oggi, senza distinzioni di tipo geografico o campanilistico, autorevolissimi professori dell’Università di Trieste e Udine, come Doria, Frau, Vicario, serissimi studiosi come Zudini e Merkù. Per cui, oltre a sminuire il lavoro dell’Ascoli e collaboratori, è necessario anche smontare scientificamente, su riviste o con pubblicazioni accreditate dal mondo accademico, anche le tesi di questi studiosi. La presenza antica di un originario sostrato ladino, lungo la fascia costiera che collega Aquileia a Capodistria e alle località dove ancor oggi si parla l’istroromanzo, non esclude comunque la possibilità – come più volte ho del resto sottolineato in diversi saggi già pubblicati – di una compresenza di una lingua franca di tipo veneto, forse a partire già dai primi anni del Duecento, anche a Trieste e nel monfalconese. Se vogliamo parlare di un consolidato e diffuso radicamento sul territorio di parlate di tipo veneto, gli ultimi studi scientifici ci portano a spostarlo nella zona di Monfalcone tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Seicento, come a Marano, con insediamenti forzati di coloni e pescatori veneti, mentre a Trieste e dintorni in epoca più tarda, con l’apertura del Porto Franco. Il triestino moderno è, anche per la sua storia di stratificazioni ed incontri tra genti di diversa provenienza, un linguaggio straordinariamente ricco ed interessante, di cui ho chiesto (assieme ad altri studiosi ed associazioni attraverso un’apposita legge di riconoscimento regionale) ed ottenuto la tutela e valorizzazione. L’unica località del Friuli Venezia Giulia in cui sicuramente l’uso di una parlata veneta risale ad un età molto antica, come hanno dimostrato gli studi di Cortellazzo ed altri, è certamente la città di Grado, dove sopravvive ancor oggi una parlata di tipo squisitamente medievale, molto simile ad attestazioni coeve che si trovano negli archivi veneziani.
    Bisogna sempre ringraziare tutte quelle persone che, come Paolo Geri, cercano di studiare (in modo disinteressato e con grandi sacrifici e tempo sottratto alla loro vita privata) e tramandare alle nuove generazioni gli aspetti meno indagati e noti della nostra storia.

  2. un applauso a Paolo Geri per l’attività che sta portando avanti. bravo! 😉

  3. Avatar bonalama

    si sono basati e si basano ancor oggi, senza distinzioni di tipo geografico o campanilistico, autorevolissimi professori dell’Università di Trieste e Udine, come Doria, Frau, Vicario, serissimi studiosi come Zudini e Merkù:
    E ALLORA????? che significa? possono sbagliarsi TUTTI.

  4. Avatar Bibliotopa

    La mostra sul Medioevo a Trieste del 2008 riportava i codici al riguardo, con passi come questo “Bruta putana, vade stare cullos fratrum Sancte Marie Crucisferorum et eris meretrix sicut sorores tue et facturadresse.
    Vade ostende culum sororis tue fratribus Sancte Marie Crucisferorum
    Tu eris faturadressa sicut fuerunt sorores tue Bruneta et Laurençia.
    Vade et sterie culum fratrum Sancte Marie sicut fecit soror tua.”
    che mescolavano sti frati e le accuse di essere una strega

  5. Avatar Jasna

    Bellissimo!!! Complimenti per il lavoro!

  6. Avatar Fiora

    ” Sao che chelli fini…” Che barba,ara. QUESTO,sì che xè dialogar ruspante…
    ‘VANTI POPOLO! che xè come dir dopiamente
    ‘VANTI PAOLO! 😉

  7. Avatar saverio volpi

    Ottimo lavoro. Non ho capito però il riferimento all’escatologia in “In nome del diavol io te in chago ne le chane de la gola !”. Mi sembra una frase che poco ha che fare con i fini ultimi dell’esistenza: un semplice “scatologico” starebbe a pennello. Evidentemente un refuso, scusate la battuta.è molto interessante. Lavori come questo, focalizzati su diversi periodi storici, sarebbero di grandissima utilità per una migliore comprensione dello sviluppo della città, e dei sui cittadini, anche nel quadro delle vicende europee.

  8. Avatar effebi

    ottima ricerca, ma sti veci triestini originali… in che lingua parlava ? 🙂

  9. Avatar Fiora

    @9
    ” IN NOME DEL DIAVOL io in te chago per le cane dela gola”
    escatologico? scatologico? o…. de centrodestra? ZUM TEUFEL zà quela volta,ciò!
    😀

  10. Avatar luftanze

    Notevole il fatto che si riesca (finalmente)a citare apertamente anche delle bestemmie. la l;ingua italiana e’ una delle rare lingue dove si bestemmiano pesantemente e direttamente le divinita'(a tal punto che le bestemmie in italiano vengono addirittura utilizzate all’estero) ma guai a parlarne. In tanti le adoperano, ma resta praticamente impossibile menzionarle per iscritto in un articolo o opera letteraria …ipocrisia? pressione psicologica dovuta all’indottrinamento “cattolico”?

  11. Avatar AnnA

    @12: No, puro buon gusto.

  12. Avatar Fiora

    @14
    e no luftanze, finché si fa, come questa di Paolo Geri una ricerca filologica, “mirata” , sia pure della terminologia la più greve e persino scusandosene in anticipo con carineria come fa lui, questo è cultura.
    Quando si portino questi termini nella parlata quotidiana…è sciocco turpiloquio.

  13. chissa se esisyeva un termine per v in m…….xx

  14. Complimenti per la river a
    un Grande e faticoso studio
    Un Grande e immenso amor per Trieste

  15. Intendevo complimenti per la ricerca

  16. per chi che pol interesarghe sul mio sito ghe xe i statuti della città di trieste http://www.fluido.tv/book/statuti-della-citt%C3%A0-di-trieste-1727

  17. Avatar Fiora

    @Paolo Geri
    rilegendo el tuo godibilissimo lavor,me vien de far sta considerazion:
    l’insulto più getonà xè PUTANA in tute le declinazioni posibili… come parente streta, come operatrice,coi santi,coi eclesiastici, coi comuni mortali. chi più ne ha!
    Se trata oviamente de insulti che più laici no poderìa esser…
    Come la metemo con l’evoluzion(per mi forzosa) che portava el nostro hobo e tanti altri a batagliar con mi sul fato che QUEL mestier xè “un lavor come un altro” ????
    Mutua e ricevuta fiscale occhei! ma pel resto…Historia magistra vitae , o no?! 😉

  18. Avatar ufo

    Cussì per sport ve cito le parole del Merkù scopiazzando dal Primorski de ogi (l’omo ga presentà ieri el suo dicianovesimo libro: Nomi di persone e luoghi nei registri medioevali del Capitello di San Giusto a Trieste). Testuale: “Dobbiamo anche considerare che nel Medioevo nel centro cittadino la maggioranza degli abitanti era rappresentata da Friulani. Al secondo posto gli Sloveni, e dopo pochi Italiani. El periodo de riferimento andassi dal 1307 al 1406. Gavessi mai dito.

  19. Avatar effebi

    ma almeno i furlani iera furlani originali ?
    quanto gin ? e quanto campari ?

  20. Avatar porto

    ostia ciò! bel dei!

  21. Avatar bonalama

    -Friulani. Al secondo posto gli Sloveni, e dopo pochi Italiani- ma che significava essere sloveni???? nel 1300? nulla, friulani forse, italiani nulla. Quale era il concetto di sloveni? popoli che parlavano lingue slave? e friulani si riferisce al patriarcato di aquileia? o cosa. Italiani che significava NEL 1300?

  22. Avatar Pegasus2012

    Questo conferma che gli slavi sono arrivati molto tardi e che di slavo Trieste non ha nulla!

  23. Avatar Pegasus2012

    bonalama te se rampichi su speci…

  24. Avatar bonalama

    25 : no stelaza domando, perchè no so e magari qualchidun me illumina

  25. Avatar Fiora

    Bonalama, no cruziarte, qua de noialtri iera sempre mis mas e parolaze …a biondodio!

  26. Avatar Fiora

    pitosto legio e rilegio sta colorida compilescion vintage creativa e trovo sempre nove sugestioni.
    per esempio la streta conession tra sacro e profano.
    Come se più in “alto” se ‘ndava a porconar e più eficace fussi l’invetiva.

  27. Avatar bonalama

    te ragion fiora e el mis mas devi esser porta’ come un vanto, ma qua semo sai distanti!!!

  28. Avatar Fiora

    Bonalama,personalmente dele mie contaminazioni PatocTaliane mi ME VANTO!
    Come Italo Svevo, nel mio picio 😀

  29. Avatar Fiora

    …e come che ga dichiarà in un memorabile post da standing ovation, la nostra Diretora.

  30. Avatar Fiora

    mi dela mia duplice apartenenza fazo come pel porco: NO SE BUTA VIA GNENTE!

  31. Avatar saverio volpi

    Per Fiora: “Come se più in “alto” se ‘ndava a porconar e più eficace fussi l’invetiva”
    Il geniale Ambrose Bierce aveva probabilmente radici triestine, infatti insegnava: Non nominare il nome di Dio invano. Aspetta il momento di maggiore effetto per farlo.

  32. Avatar Fiora

    @33
    Grassie dela drita,Saverio! subito ‘ndada a documentarme sul personagio… Caspita,che se te me disevi prima quasi me metevo Ambrose Pierce per nick! 😉

  33. Avatar bonalama

    #35 su – quasi me metevo Ambrose Pierce etc- no capisso el post: el nick xe libero o no? Un’ assonanza no basta a dimostrar che l’autrice ga sbaglià de scriver. Ipotesi tutta da dimostrare!!! Fiora scusa se me missio ma el rigor logico devi esser in primis rispetà 😉

  34. Avatar Fiora

    ahiahai,mia cocola paladina!
    el 34 &35 Son sempre MIIII! go trovà sta formula per coreger el mio svarion…scopo morbin…e autoironia che mi perseguo come el più meritorio dei traguardi!
    chi te vol che me daghi de “cavra patòca” impunemente?????!!!! Fulminà lo gavessi!
    Aprezo comunque la tua iniziativa…a bon render! 😉

  35. Avatar bonalama

    ah meno mal! sempre in gamba!

  36. Bellissimo ed interessante articolo.

    Sinceri complimenti !!! 🙂

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