7 Gennaio 2013

Rinarrate 5: Il padre ideale dei miei figli

La Protagonista di questa vicenda non riceve mai un singolo schiaffo o un calcio, non viene mai sfiorata dal proprio compagno. Eppure, questa è indubbiamente una storia di violenza. Purtroppo.

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Io e lui.

Lui me lo presenta un mio ex. Alto, carino, educato, intelligente, di buona famiglia: una bella persona… e dopo un po’ che stiamo assieme, lui mi chiede di sposarlo. Io penso: “Questo è il padre ideale dei miei figli”. Quella è stata la mia prima impressione…

“Uniamo le nostre forze e sposiamoci”, dice lui. Entrambi desiderosi di costruire una famiglia e di avere due bambini. “Finalmente!!!” penso io, che ho sempre amato i bambini. Avevo fatto le magistrali e lavorato per anni come baby-sitter, amata da questi e stimata dai genitori. “Ma ora ne avrò di miei, il mio sogno si realizza”.

Cerchiamo casa, un po’ di risparmi miei e un’aiuto economico dei suoi, il suo lavoro agli inizi e il mio in prova… troviamo un appartamento alla nostra portata, iniziamo i lavori; facciamo molto da soli, ci aiuta un operaio solo per poche cose. Pian piano, quando più avanti nel tempo la nostra casetta è quasi finita e noi siamo prossimi alle nozze, alcuni malintesi e litigi fanno crescere in me la voglia di dire no.

SE SOLO AVESSI ASCOLTATO DI PIÙ ME STESSA! Se solo non avessi voluto scappare da una realtà che mi stava scomoda da tempo… ora non sarei qui tra le macerie del disastro che lui ha fatto.

Ci sposiamo. È una splendida giornata di sole e vento: amici, parenti e noi, giovani e belli come il sole. C’è anche tensione nell’aria però, e all’improvviso lui esplode, mi urla di tutto, sbraita in macchina per una sciocchezza. E il tutto in presenza di un un amico, il suo testimone.

Con difficoltà e pressioni della sua famiglia arriva il primo figlio, e con lui nuovi segni di violenza psicologica su di me. Quella di cui avevo avuto un assaggio il giorno del matrimonio. Il giorno che esco dall’ospedale dopo il parto ancora provata, lui mi urla nel corridoio: “Ma come cammini? Ti rendi conto? Muoviti dai…”

Pochi giorni dopo, mentre allatto esausta il piccolo, una sera lui esplode: “Che minestra di m…. che hai fatto!” È il periodo più felice della mia vita, ma proprio ora mi sento anche molto vulnerabile: stanca, fragile e con una creatura piccola da difendere: queste sue esplosioni di ira mi fanno paura.

Il bambino è sempre bravo, non piange quasi mai. A otto mesi però ha una crisi di pianto e non smette più, lui gli toglie il pannolino e lo sculaccia ripetutamente. Quanto sono stata male IO e quanto mi fa male ricordare quell’episodio… che è stato solo il primo di una serie di atti violenti.

Inizia a darmi fastidio anche il solo stare vicino a mio marito e mi capita di pensare sempre più spesso: “questo è un pazzo squilibrato, i suoi lo sapevano e non mi hanno detto niente… per toglierselo di torno”.

Dopo poco scopro di essere nuovamente incinta: mi sento impaurita, il piccolo ha iniziato a dormire da poco tutta la notte. Penso che non ce la farò! Ma lui insiste, “Ti aiuterò io!” e aggiunge: “Ti immagini? Se fosse una femmina… lui è così bello, lei lo sarebbe ancora di più…” Sculacciava il neonato, però sognava la famiglia del Mulino Bianco!
“Mah,” ho pensato “se quando è nato il primo mi aveva promesso di stare a a casa dal lavoro qualche giorno per aiutarmi, anche se poi non l’ha fatto, lo farà di sicuro questa volta…”

La piccola nasce e presenta subito dei problemi: rimaniamo ricoverate una decina di giorni. Le preoccupazioni ci attanagliano, il futuro non sarà semplice. Al mio ritorno a casa mi ritrovo sola con la piccola attaccata al seno e l’altro bimbo appiccicato al mio fianco: lui torna subito al lavoro. In breve tempo resto isolata dalla sua famiglia, che non accetta la bambina e prospetta di allontanarla.

Lui in macchina mi urla in presenza dei figli: “Facciamo gli esami! Vediamo di chi è la colpa, e si tiene la bambina!” Iniziano una serie di aggressioni verbali a tutti e tre, e in particolare alla piccola di pochi mesi che non vuole ovviamente stare mai con il papà; pure il maschio più avanti mi accompagnerà fino al portone per rientrare in casa con la baby-sitter pur di non restare solo con il padre. “Mamma,” mi dice il bambino (tre anni) “voglio un papà vero”!

Altro episodio: la piccola (due anni e mezzo) piange tutte le volte che mi allontano e una mattina esco per recarmi al lavoro, lui resta coi bambini, dopo poco sarebbe arrivata la nonna (mia mamma) per stare con i bambini. La nonna trova pipì e popò sul tappetino del bagno… quando torno, il bambino più grande (tre anni e mezzo) mi racconta che appena sono andata via il papà ha picchiato Grazia e l’ha lanciata sul divano. Io sono furiosa! Ma lui mi promette in lacrime: “Non succederà più, mai più… è solo che non sopporto i pianti!”

Spero, spero e continuo a sperare che lui non rifaccia queste orribili cose, e mi ripeto come per convincermi che sarà così perché non può che essere un periodo, di poca pazienza, forse di stress…  Lui in fondo so che vuole bene ad entrambi i bambini, magari a modo suo. E infatti, lui alterna momenti di comprensione e di aiuto in cui si dimostra partecipe e complice ad altri di scatti di nervosismo.

Poi poco dopo mi capita di ritrovare il sedere della piccola segnato: “Cosa è stato?” chiedo al ‘papà modello’ che mi ritrovo davanti: lui di sangue nobile, figlio di una famiglia molto in vista della sua città! “Sono stato io!” dice lui senza guardarmi negli occhi. “Bene,” penso io, “anzi male”. Il grande dorme già, prendo la piccola così come sta con il pigiamino, vado all’ospedale, lui tenta di fermarmi con delle telefonate, io spengo il cellulare e questa volta non mi ferma più nessuno: parte la prima denuncia!

La seconda arriva qualche anno dopo (perché nel frattempo ho continuato a sperare di tenere assieme la famiglia, quella che io non avevo avuto, e ho voluto credere a lui alle sue stupide promesse). Avviene dopo un’episodio di ceffoni: loro urlano, giocano, insomma fanno i bambini… e caspita, lui i bambini proprio non li sopporta eh!!! Succede però che la bambina, fragile di corporatura, cada dopo il ceffone e sbatta la fronte sul calorifero riportando un grossa botta sulla fronte: denuncio.

Dopo la denuncia chiedo aiuto al GOAP, perché tutte le volte che accennavo a lui di volermi separare succedeva il finimondo in casa ed ero terrorizzata per i bambini e per me. Piglio due stracci miei e dei bambini. Vado a prenderli dai nonni paterni con la scusa del dentista, la nostra meta è la casa protetta. Né loro né io immaginiamo che ci saremmo rimasti per quarantacinque giorni, nel timore di essere scoperti da lui, ma costantemente sostenuti dai nostri angeli, le signore del GOAP.

Il tutto per liberarmi dal padre ideale dei miei figli, che per me era diventato un mostro.
Che abbaglio mi ero presa…

Sto ancora combattendo. Quando ero nella casa protetta con i miei due figli ho passato un momento difficile di dolore, ma al tempo stesso mi sentivo fiera della mia decisione. Ho riacquistato la cosa più importante: la libertà.

In tutti questi anni lui ha continuato con la sua violenza psicologica nei nostri confronti.
I ragazzi mostrano segni di disagio. Speravo di esserne uscita in tempo. Ma i primi input che riceve un bambino sono quelli che lasciano i segni.

Io sono libera. Ma ancora oggi lui non ha pace.

* * *

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Per contattare il centro antiviolenza GOAP: 040-3478827
http://www.goap.it/

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