23 Luglio 2012

Rigassificatore: Passera passerà?

Roma locuta causa soluta? O Roma doma? Il rigassificatore è cosa fatta, “questo” rigassificatore, s’intende, non un impianto più moderno e sicuro? Il quotidiano locale di lingua italiana accredita la tesi a piene colonne, pubblicando con grande risalto  un’intervista a Corrado Passera, titolare del dicastero per lo Sviluppo economico e le Infrastrutture. Guarda caso, gli dedica lo stesso spazio di una paginata di pubblicità Gas Natural di pochi giorni prima.

Il ministro “chiude la partita”, recita il titolo  (non “afferma”, “pone una pesante ipoteca”,  ma “chiude la partita”. Dov’è finito il giornalismo)?
Sotto sotto, il messaggio sembra essere: siano pronti i triestini alla scelta dolorosa, ma necessaria, che comunque porterà anche sviluppo e lavoro al territorio.
Il tutto in nome degli interessi dell’Italia (rispetto alla quale siamo diventati, udite udite, baricentrici). E soprattutto, andrebbe aggiunto per completezza di informazione, di chi  rivenderà il gas in Europa, o non lo farà, ma percepirà ugualmente i contributi del FGL. Perché il fattore di garanzia – peccato originale mai abbastanza sottolineato – assicura all’imprenditore, per vent’anni, l’80% del provento stimato. Con danari pubblici, va da sé.

Bene, con buona pace della testata, di Passera, del presidente della Regione Renzo Tondo, e degli industriali friulani cui è stato promesso l’impianto, le cose non stanno così. Stiamo ai fatti.

Nell’intervista non c’è il minimo accenno, ad esempio, alla diatriba con la Slovenia, e alla discrasia tra il ministro e il Presidente del Consiglio Mario Monti. Questi, reduce dall’incontro con il suo omologo sloveno Janez Janša, ha testualmente detto (intervista in voce alla Rai) «Abbiamo preso atto di quanta importanza rivesta, per la Slovenia, la questione del rigassificatore nel golfo di Trieste. E’ un punto su cui i ministri si potranno confrontare nell’incontro bilaterale di Lubiana».
Anche il responsabile dell’Ambiente Corrado Clini, pur prudente, ha richiamato la “valutazione degli enti locali e i vincoli per la sicurezza” la “scelta del destino che si vuole per l’area portuale”, le “controverzie interna. Ma Passera dice che la cosa è fatta («e Passera è un uomo d’onore», avrebbe aggiunto il bardo di Stratford).

A detta poi dei tecnici della Regione (pur vivamente stimolati dalla giunta per un parere positivo) esistono ancora zone d’ombra sulla compatibilità del progetto con la sicurezza umana, l’operatività del porto e la tutela dell’ambiente marino.
Ma Passera taglia corto «a qualunque costo». Perché il costo lo pagheranno i triestini, non altri. Numericamente, un pugno di voti, politicamente, un’enclave non tutelata dai suoi rappresentanti triestini in sede regionale e nazionale. Anzi.

Sarà ora di chiedere pubblicamente ragione della vergognosa latitanza sul tema a chi dai voti cittadini ha avuto il mandato – lautamente retribuito – di rappresentare gli interessi di Trieste. Non è un fatto di destra o sinistra. Una discarica esplosiva nei pressi del centro abitato, una coltellata al cuore del porto, un vagone di tossine gettate a mare ogni giorno non suono cose di colore partitico. E poi, quando sono in ballo interessi da centinaia di milioni di euro, le coloriture sfumano sino a un’indistinta opacità. Perché la vicenda è tenuta nascosta al limite della secretazione.

Eppure la pubblicizzazione, il cioé coinvolgimento della popolazione, a livello informativo è prescritta dalla normativa Seveso valida a livello europeo.
Seveso, come il Vajont prima e il caso Thissen Krupp poi ci dovrebbero aver insegnato ad abundantiam come, quando ci sono in ballo grandi interessi economici, la pelle del cittadino vale poco.
Sono state fatte, per questo, delle leggi. Ma  Passera non è uomo di legge. Né di politica. E’ un grande manager bancario (già, di quel sistema che tanto bene ha fatto alla nostra economia, nel periodo recente). Da manager, è abituato a decidere e comandare: «Si fa e basta». Esistono delle espressioni della volontà popolare con cui i manager forse no, ma i politici sì che devono confrontarsi. Il voto, ad esempio (Passera non lo ha eletto nessuno, ma si tornerà alle urne presto, vivaddio). E poi, come diceva il notaio del Krebsmühle, ci saranno bene dei giudici a Berlino.

Sulla vicenda Gas Natural ci sono già dei ricorsi pendenti presso la magistratura amministrativa e quella ordinaria. E, a detta dei giuristi, esistono appigli per configurare azioni legali collettive nei confronti dei portatori di responsabilità. Le scelte ancora non sono attuate, ma, una volta formalizzate, permetterebbero di chiamare in causa gli amministratori pubblici come i funzionari (che poi sono quelli che rischiano di più: si sa che alla fine a pagare è il piantone).
Gli imprenditori interessati, supportati da molti politici probabilmente pensano di poter mettere la città di fronte al fatto compiuto.

Negli anni ’70 Roma e la Regione con il suo presidente Adriano Biasutti, volevano imporre a Trieste una megacentrale termoelettrica a carbone. Vista la contrarietà dei cittadini Biasutti cambiò idea. E si disse pronto ad impugnare la specialità regionale contro il Comitato interministeriale per la programmazione economica.

Certo, Renzo Tondo è di un altro stampo. Certo, l’età media da allora e cresciuta, e il fronte pro rigassificatore si è convinto che Trieste reagirà con un mugugno rassegnato.

Forse non sarà proprio così. Forse – come dice qualcuno – Passera non passerà.

 

 

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