18 Maggio 2012

Ci raccontate i sapori dei vostri viaggi?

Le memorie di un viaggio sono catalogate in parte nel nostro cervello, in parte nel nostro cuore, in parte nel nostro archivio fotografico o cinematografico ( che alleggerisce lo sforzo dell’uno e dell’altro…): luoghi, paesaggi, colori,luci, i compagni di viaggio, le persone incontrate, le disavventure, le scoperte…
I sapori, e la relativa esperienza olfattiva, stanno magicamente un po’ qua e un po’ là: appunti di viaggio decisamente razionali,oppure squisitamente emotivi, catalogati con ordine oppure lasciati liberi di evocare, quando meno te lo aspetti , atmosfere e sensazioni che vanno oltre la sfera del sensibile. Fatto sta che spesso sono la guida principale per srotolare il gomitolo dei ricordi, esperienze caratterizzanti del viaggiare , volentieri prolungate sia dall’essersi portati a casa qualcosa che continui a testimoniarle ( un alimento, una spezia, un vino, il seme di una aromatica…) sia dall’essersi impadroniti di una ricetta o di un’usanza riproponibili nel quotidiano.
Vi invitiamo a raccontare i ricordi legati al gusto e all’olfatto che sono rimasti nella vostra memoria indissolubilmente legati ad un viaggio: e mentre ci pensate, uno spunto ce lo facciamo dare da una interessante coincidenza letteraria.
Mi riferisco a due libri, lontanissimi tra loro: “ Costantinopoli”, scritto da Edmondo De Amicis nel 1875 al suo ritorno dalla capitale ottomana e “ La città che profuma di coriandolo e di cannella”, di Rafik Schami e Marie Fadel.
Il primo – che ho scoperto grazie alla citazione che ne fa Oran Pamuk nel suo “Istanbul “ – dedica alcune pagine alla tradizione di servire a tavola decine di portate diverse, così che invece di “satollarsi di poche cose” si mangi “ un tantino di moltissime”. La descrizione, non scevra da diffidenze, del desinare rigorosamente turco assomiglia tantissimo a quella che nell’altro piacevolissimo libro (annotato di tantissime ricette molto dettagliate!) vien fatta della maaza, una tavola imbandita per gli ospiti con un’infinità di pietanze.
Mentre il profumo delle spezie e delle erbe ( probabilmente le stesse citate genericamente come aromatiche da De Amicis) si diffonde come un fascio di “ mille e uno scialli di seta trasparente”, sulla tavolata vengono disposti una moltitudine di piatti ( meglio due per ogni pietanza), ciotole, vassoi, e tra le stoviglie vengono “ sparsi petali di rosa e gelsomini”.
Fascinose anche le descrizioni dei liquori e delle acque profumate, secondo un’arte che a Damasco si fa risalire ad oltre mille anni fa, quando si ottenne per la prima volta alcol tramite distillazione.
De Amicis invece, a proposito di bevande, ci parla del vino servito alla sua tavola, guardato con concupiscenza dagli altri avventori musulmani della trattoria, che in barba al divieto coranico comunque “trincavano generosamente”. Curioso, osserva, che la dinastia regnante di un popolo per cui è un’offesa a Dio bere vino sia quella che registra in Europa ( proprio così c’è scritto) il maggior numero di ubriaconi. E tutto a causa della moglie del sultano Baiazet I: figlia del re della Serbia, fu lei che offrì al “ marito il primo bicchiere di Tokai”.

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