29 Agosto 2011

Di fama e di sventura – un romanzo “triestino” alla finale del Campiello

A 5 giorni dalla finalissima che a Venezia assegnerà il premio Supercampiello intervistiamo Federica Manzon, autrice presente nella cinquina con il romanzo Di fama e di sventura, ambientato per buona parte a Trieste. Anziché soffermarci sulla trama, per altro ricca di personaggi memorabili e svolte impreviste, chiediamo alla scrittrice di svelarci alcuni segreti della sua scrittura…

Federica Manzon: non ancora trentenne, lavori full time per Mondadori come editor, leggi moltissimi manoscritti e, diciamo così, trasformi i manoscritti migliori in libri veri e propri. Nel mezzo di tanti testi altrui, dove hai trovato il tempo per scrivere un romanzo così lungo e corposo? 

– Non è stato facile, anche perché, oltre a occupare buona parte delle mie giornate, le scritture con cui mi confronto per lavoro hanno ciascuna una voce propria che devo ascoltare con attenzione, e che per forza lascia un’eco anche nei miei pensieri, nei miei giri di frase. Appena me ne sono accorta ho capito che la soluzione migliore era quella di dedicare alla scrittura delle mie cose le primissime ore del mattino, subito dopo la sveglia e il caffè.

Allora posso scrivere che incontri i personaggi delle tue storie appena uscita dal mondo dei sogni?

– È una bella immagine, ma non rispecchia il mio modo di lavorare. Anche se ripeto sempre che sono innamorata dei personaggi del mio romanzo, c’è ben poco di onirico nel modo in cui scrivo. L’incontro avviene al mattino presto, ma è piuttosto un’osservazione amorosa di ambienti e caratteri, che mi porta verso le parole che sento più giuste il racconto. E poi non scrivo in trance: veglio sulle scene e sulle frasi fino a quando non sono soddisfatta del loro aspetto.

Quindi, per un romanzo così lungo, avrai impiegato molto tempo per arrivare alla stesura finale.

– Molto, parliamo di più di tre anni. Oltre al processo di scrittura e riscrittura, oltre alle fasi di editing che anche il mio romanzo ha attraversato, ci sono state anche delle lunghe pause tra le varie parti del romanzo. Di fama e di sventura segue Tommaso e gli altri personaggi in varie età della vita, e io sentivo con forza che, finita una fase, dovevo staccarmi dal testo per lasciarli crescere e invecchiare, prima di riprendere a osservarli e raccontarli.

Anche se i nomi delle città non vengono mai detti, è facile capire che il romanzo si svolge fra Trieste e Montreal. Come mai proprio queste due città?

– All’apparenza sono due città molto differenti, ma io ci vedo varie analogie. Soprattutto, sono entrambe città dal respiro cosmopolita, città accoglienti dove si arrivava da “fuori” per fare fortuna – anche se questo è accaduto in momenti storici ben diversi. E poi, sono simili ma c’è un oceano in mezzo, e questo elemento era un simbolo davvero importante, uno di quelli che mi ha fatto capire che in un certo senso il protagonista Tommaso era a modo suo un novello Ulisse.

Bello, appunto, di fama e di sventura, come vuole la poesia di Foscolo da cui viene il titolo del libro. Ma le avventure di Tommaso si rivelano, alla fine, un’Odissea che ha per teatro il mondo della finanza. Come mai?

– Io trovo che nel mondo della finanza di oggi si vivano le stesse passioni, tensioni e conflitti che gli antichi greci mettevano in gioco nell’Agorà. Affari, certo, ma anche destini di individui, di fazioni se non di intere città dipendevano da ciò che avveniva allora nelle piazze, come oggi nelle Borse dei principali mercati mondiali. E in più, Tommaso è un talento puro, si fa avanti grazie alle sue capacità senza avere un nome o una famiglia alle spalle. E queste ascese vertiginose e solitarie nel mondo della finanza sono davvero possibili, così come le cadute improvvise. Ho dovuto studiare parecchio per narrare in modo convincente il mondo della finanza, ma credo fosse la cosa migliore da fare, per permettere al destino di Tommaso di compiersi.

Ma secondo te, cos’è che ha portato il tuo libro al Campiello, cosa ha convinto la giuria “tecnica” dei letterati? 

 – Un romanzo è un tutt’uno, e in un romanzo riuscito storia, scrittura, personaggi e tutto il resto cospirano insieme per catturare i lettori e incollarli alle pagine: non saprei davvero dire se un elemento possa aver trascinato gli altri. Ma bisogna anche dire che ogni buon romanzo è un tutt’uno fatto secondo ricette e con ingredienti diversi, quindi è molto difficile fare paragoni e credo che alla fine ogni voto sia istintivo, non dato con il bilancino. Anche quando è un voto tecnico. In più, la parola ora va alla giuria popolare del Supercampiello, che è anonima, imprevedibile e diversa ogni anno. Uno dei pochi casi in cui la minima trasparenza offre la massima garanzia di obiettività.

***

Anche se dall’intervista non traspare, Federica è un po’ in ansia per l’esito del premio. Pare che in questi casi scaramanzia consenta di dire “in bocca al lupo”. Fate voi…

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