11 Dicembre 2010

Dalla Metafisica all’Arte: gli oggetti si vestono dei “sentimenti che ci avvolgono”

Statici silenzi dove gli oggetti “parlano” allo spettatore  e si spogliano del loro significato quotidiano per porsi come immagine dell’esistenza. Questa l’affascinante poetica delle  esposizioni ospitate  presso le Scuderie del Castello di Miramare di Trieste dal 3 dicembre 2010 al 27 febbraio 2011, “Un maestoso silenzio” e “Un sognatore della ragione”, dedicate rispettivamente a Giorgio De Chirico e Fabio Mauri.

Le inziative sono parte del progetto “Dalla Metafisica all’Arte”, proposta promossa da Galatea Arte Asssociazione Culturale  sia  per celebrare il centenario della Metafisica, ma anche per riflettere sui continui stimoli che essa è in grado di trasmettere ai nuovi impulsi artistici. Lo stesso allestimento, accostando dei due artisti nello stesso spazio espositivo,  mira infatti a suggerire un continuum.

L’ampio percorso su De Chirico ( 190 i pezzi esposti, tra disegni e dipinti) lo pone come personaggio multiforme, ora slanciato verso la raffigurazione dei sentimenti “che ci avvolgono e poi proiettiamo sulle cose”, ora volto al ritorno a forme più solide. Anche nelle opere classicheggianti, comunque, sono presenti elementi stranianti:  i cieli delle nature morte si tingono di  rosa e  le vedute paseaggistiche, come  “Venzia – San Giorgio” (1950),  appaiono sospese, fuori dal tempo. E la chiave della mostra è certamente l’elemento temporale, che si  dilata fino a sparire in tele quali “L’enigma della partenza”, dove la piazza diviene palcoscenico su cui rappresentare il mistero umano.

L’arcano è dramma dell’esistenza nelle installazioni di Mauri, sovrapposizioni di oggetti  quotidiani e immagini che, interagendo l’uno con l’altro, creano  icone con cui mostrare la storia della follia umana.  Così delle valigie diventano un muro su cui raccontare le drammatiche vicende di Piazza Tienanmen a Pechino nell’opera “Cina ASIA Nuova” (1996). O che, in “Rebibbia” (2006), la vecchia cassettiera di un carcere è lo schermo per la proiezione di un film che, comunicando con i cassetti semiaperti, si deforma, quasi trasformandosi in un racconto nuovo.

La collocazione di questa esposizone, quindi, è una “rivincita” sulla storia: la diversità si fa base di una nuova fecondità.

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Un commento a Dalla Metafisica all’Arte: gli oggetti si vestono dei “sentimenti che ci avvolgono”

  1. Alice ha detto:

    Scritto bene anche questo! Hai uno stile non alla portata di tutti, però la tua descrizione mi ha involgiato a vedere la mostra. Brava!

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