5 Agosto 2010

Scampoli di Storia: Alma Vivoda – la prima donna italiana caduta nella Resistenza

Alma (all’anagrafe Amabile) Vivoda nacque a Chiampore, una località nei pressi della cittadina di Muggia, il 23 gennaio 1911. Iscritta al Partito Comunista, negli anni Trenta gestì assieme al marito Luciano Santalesa (anche lui comunista) l’osteria “La Tappa”, che divenne un punto di ritrovo per gli antifascisti della zona. Santalesa fu arrestato nel 1940 e l’anno dopo la polizia impose la chiusura del locale. A quel punto Alma Vivoda iniziò a tenere i contatti con le formazioni partigiane italiane e slovene. Alma, nonostante avesse frequentato soltanto le elementari, era una donna di vivida intelligenza. Attenta ai problemi dell’emancipazione femminile e dell’internazionalismo, aveva promosso la diffusione della stampa clandestina ed era arrivata a curare di persona la redazione del foglio “La nuova donna”. Anche per questo Alma era braccata dalla polizia fascista, che aveva posto sulla sua testa una taglia di 10.000 lire dell’epoca. Nel gennaio 1943, dopo la spiata di un delatore, fu costretta ad entrare in clandestinità; aiutò il marito ad evadere e a raggiungere le file partigiane in Istria dove sarebbe caduto combattendo di lì a poco. Alma fu uccisa il pomeriggio del 28 giugno 1943, mentre, assieme a Pierina Chinchio, si recava ad un appuntamento con la staffetta partigiana Ondina Peteani della “Brigata Proletaria” che raccoglieva fra le sue file centinaia di operai dei cantieri di Monfalcone (allora Cantieri Riuniti dell’ Adriatico).

Il battaglione Alma Vivoda

All’indomani della morte di Alma Vivoda, il nome della prima donna italiana caduta nella Resistenza fu assunto da un battaglione autonomo della 14. Brigata “Garibaldi Trieste”, composto da partigiani italiani, sloveni, russi, da marinai romagnoli e da diverse compagne di lotta di “Maria”. La brigata “Alma Vivoda” partecipò fra l’altro fra il 4 ed il 25 novembre 1944 alla battaglia di Kucibreg, nei boschi attorno alle località di Hrvojj in Slovenia e Kucibreg in Croazia, a pochi chilometri da Trieste.

Kucibreg manifestazione commemorativa

Gran parte dei centoventi caduti partigiani di quegli scontri, riposano oggi in una fossa comune in un piccolo cimitero in territorio sloveno, mentre i prigionieri vennero deportati nei campi di sterminio nazista, dai quali solo pochissimi ritornarono. Gli scampati prima si aggregarono alle altre formazioni italiane e jugoslave della zona, per poi ricostruire il battaglione “Alma Vivoda” inquadrato nella divisione “Garibaldi-Natisone” che giunse fra i primi reparti partigiani a Muggia il 1 maggio 1945.
Dopo la Liberazione, ad Alma Vivoda sono stati intitolati il Circolo di cultura popolare di Santa Barbara (Muggia) ed una strada di Chiampore. Nel 1971, nel luogo dove Alma fu colpita, è stato eretto un monumento a suo ricordo. Alma Vivoda non ha ricevuto nessuna medaglia alla memoria; a Trieste nessuna via le è stata dedicata; la lapide che ricorda il luogo del suo sacrificio è stata ripetutamente imbrattata.
Così Pierina Chinchio ricorda quel tragico pomeriggio del 1943.
“… Alma ed io salivamo per la via Pindemonte. Incontrammo un milite della Polizia Ferroviaria, voltammo il viso per non essere riconosciute. Scorgemmo allora, tra i cespugli, un carabiniere a noi ben noto, di servizio a Muggia. Tutto accadde repentinamente. Il carabiniere cominciò a sparare, per fermarci. Alma estrasse una pistola e una bomba a mano, forse per dare anche a me un’arma per difenderci. Il carabiniere continuò a sparare all’impazzata e colpì Alma alla tempia. Io ero a terra, insanguinata. Egli mi affrontò (forse per eliminare l’unico testimone). Gli gridai se fosse impazzito. Intervenne il milite della Polizia Ferroviaria; il carabiniere gli ordinò di tenermi sotto tiro. Arrivò la Croce Rossa. Ritrovai Alma all’ospedale. Fino all’ultimo le restai vicina, tenendole la mano. Il suo sguardo in quell’istante non era di odio verso il suo assassino, ma di profonda tristezza, come di una madre che vede un proprio figlio su una mala strada …”.
Il carabiniere si chiamava Antonio Di Lauro e fu insignito, per questa azione, della medaglia di bronzo al valore militare: ma non fu l’Italia di Mussolini a dargli questa onorificenza, bensì la Repubblica Italiana nata dalla Resistenza, addirittura nel 1958.

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