23 Dicembre 2009

Tanti Auguri Bilal

Trieste
“Io lavoro con le parole – dice Gatti – E le parole in un Paese civile dovrebbero bastare”.
“Invece ti verrebbe voglia di prendere un bastone e spaccarlo sui denti a uno di quei caporali”. Replica il curdo Bilal. “Non sui gomiti come fanno loro con noi immigrati, sui denti e vederli sanguinare”.

Bilal è Fabrizio Gatti. Fabrizio Gatti è Bilal. Un nome per cambiare identità, diventare un clandestino infiltrato e vivere in prima persona delle esperienze che di persona – umanamente intesa – non hanno nulla. Un viaggio che dal golfo di Guinea porta Bilal fino alle coste della Libia, passando per il Sahara e per il Ténéré, il “deserto dei deserti” racconta Gatti. Un viaggio disumano in autobus, tir, camion di disperati, con un epilogo incerto. “Il 12 per cento delle persone che partono dalle coste della Libia e dalla Tunisia non arriva in Europa. Il 12 per cento” spiega il giornalista “significa che tra 182 passeggeri su questo camion, 22 moriranno. E se di questo si salveranno tutti, del prossimo ne moriranno forse 44. Oppure 66 di quello che verrà dopo”. Ecco le cifre della moderna tratta degli schiavi.

Le analizza Fabrizio Gatti in “Bilal: Viaggiare, Lavorare, Morire da clandestini”, uno spettacolo teatrale, pensato con il musicista Gualtiero Bertelli, che mette sul palcoscenico le righe del libro omonimo, edito da Feltrinelli. La trasposizione da carta a teatro è folgorante. Lo sanno gli spettatori presenti al Miela, ormai due settimane fa. Lo sanno gli spettatori tedeschi, visto che una troupe televisiva di Berlino, presente al “teatro instabile” sulle rive, sta pensando di proporre la piece in Germania. Gli italiani, lo sanno meno.

Tanto del merito va ai musicisti che si alternano alla narrazione di Gatti. Struggono “le navi disperate” di Gualtiero Bertelli (chitarra e fisarmonica) e gli urli Rachele Colombo (voce, percussioni, elettronica) anima materna, con quel “figlio che parte e che rimane sulle labbra”. Lo zio spirituale è Maurizio Camardi, sassofonista suonatore di duduk e di flauti etnici, che ti fa pulsare l’Africa dentro. Anche se non ci sei mai stato.

Viaggiare, morire e lavorare. Sì perché Fabrizio Gatti, famoso ai più per l’inchiesta realizzata per L’Espresso al CPT di Lampedusa, ha anche lavorato nelle piantagioni di pomodoro pugliesi. Gomito a gomito con romeni, polacchi e “gli africani”, etichetta unica usata dai caporali per definire “quelli neri”, indiscriminatamente. E’ come se – spiega la voce critica Gatti – “si facesse un unico calderone di noi bianchi europei: francesi, italiani, spagnoli, austriaci, romeni”. E’ proprio l’episodio di linciaggio subito da un 60enne romeno, uno che ha passato Caucescu e la svolta liberista, a far tracollare l’idealismo di Bilal. Neanche Gatti ne è escluso. Neanche tu che sei nel pubblico, e quel bastone, ad un certo punto, vorresti cacciarglielo in gola al caporale. Tu, Bilal e Gatti siete una persona sola, pronta ad uccidere.

Ma poi ti fermi. A pensare. Bertelli prega “Dio non darmi l’indifferenza verso questi sventurati che pagano solo per la loro differenza”. Una differenza minima che, come spiega Gatti, ritornato in se’, è appesa ad un cartocino. Il passaporto.

E il cerchio alla fine si chiude: “Libia-Italy = Nazi” e la scritta fotografata su un muro libanese. Perché da quando gli sbarchi sono diminuiti grazie agli accordi tra Tripoli e Roma, l’odio è aumentato. A nessuno importa dell’energia vitale degli africani immigrati in Libia che devono mollare tutto, anche la famiglia, per il reato di clandestinità. Così il fondamentalismo contro i “cristiani italiani” può dilagare, conclude Fabrizio Gatti, vincitore del premio Terzani.

“Il nostro mondo globalizzato – disse, un giorno, il grande reporter polacco Ryszard Kapuściński – è fatto di molte province, di tante culture diverse. Tiziano Terzani con il suo lavoro di giornalista ha saputo davvero creare quel ponte tra le diversità e le differenze che poi dà modo anche agli altri di capire il mondo, un mondo che cambia velocemente e drammaticamente. Lo ha potuto fare perché sapeva guardare, i suoi occhi sapevano guardare nel modo giusto. In tanti scrivono. Oggi siamo sommersi da un diluvio di parole, ma poco di quello che viene scritto rimarrà”. O forse, come insegna Bilal, le parole in questo Paese non bastano più.

Questo è un commento allo spettacolo.
Per approfondire rimando all’articolo, pubblicato su questa testata da Gaetano Porro, sulla condizione degli immigrati del CIE di Gradisca
Mentre, per la questione degli accordi italo-libici sull’immigrazione clandestina, rimando a questo articolo di Fulvio Vassallo dell’Università di Palermo.

Auguri

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