18 Dicembre 2009

La vera storia dell’Omo Vespa

Oggi ospitiamo questa eccezionale ricostruzione storica fatta da Renè, che ci narrerà, grazie anche ai bei pupoli fatti da lui, la storia dell’Omo Vespa, che nelle notti triestine di ormai tantissimi anni fa si divertiva a pungere il sedere alle ragazze, ispiratore di una delle più famose canzoni popolari triestine, consacrata nella versione definitiva folk-rock del noto cantautore nostrano Lorenzo Pilat (che la incise nel suo 3° lp folkloristico “Io Trieste” del 1978) e rivisitata addirittura da Marilyn Manson in una precedente puntata del Quel dela Quela. Chicca: a chi ghe somiglia l’omo vespa?

Iniziò tutto una mattina di quasi ottanta anni fa, con un articolo di giornale piuttosto allarmante, benché ad una prima lettura il tutto risultasse alquanto buffo e singolare..

BARISTA FERITA DA UNO SCONOSCIUTO MENTRE IMBOCCA VIA CARDUCCI
Nelle prime ore di stamane, mentre usciva dal bar Procuratie di piazza Goldoni, ove aveva lavorato nel corso della nottata, la barista Maria Forza di 56 anni si accorse che un individuo la pedinava. Impressionata, affrettò il passo ma l’individuo la raggiunse proprio all’angolo di via Carducci, la colpì al fianco sinistro con un oggetto appuntito, per fortuna non producendole che una leggerissima ferita superficiale ledente appena la prima cute. Quindi l’individuo si diede alla fuga senza che la donna potesse scorgerlo in viso. All’ospedale Regina Elena, ove si recò ad ogni buon conto per farsi visitare da un sanitario, la Forza escluse che l’individuo avesse agito a scopo di rapina, escludendo d’altro canto che si trattasse di vendetta. La piccolissima lesione da lei riportata è stata esaminata dai medici che però non hanno potuto stabilire se sia stata prodotta con un coltello o un altro oggetto appuntito.
(da “Le ultime notizie”, 7 marzo 1932)

Il giorno dopo, tale notizia venne riportata per sommi capi, sempre dal quotidiano “Il Piccolo” sotto l’inquietante titolo: “Squilibrato o malvagio ?”
Dopo due settimane circa, l’empio essere si ripresentò sulla scena cittadina. Il Piccolo scrisse di ben sei ragazze ferite da un tizio avvolto in un mantello scurissimo, che armato di punteruolo non esitò ad infliggere ai posteriori di queste povere fanciulle, un bel punturone tutt’altro che Pic indolor !! Anche queste azioni si svolsero in notturna, confidando nel buio impenetrabile della notte.

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In brevissimo tempo in città, si diffuse una vera e propria psicosi dell’omo vespa (come fu ribattezzato dal popolo) e simultaneamente iniziò anche una vera e propria caccia all’uomo, da parte delle forze di polizia. Il giro delle notizie arrivò persino al di fuori dei confini di Trieste, visto che della tragicomica vicenda ne parlò ampiamente persino “Il Corriere della Sera”. Molti giovanotti che per scherzo avevano osato tormentare alcune ragazze con finte punzecchiature, furono presi di mira da folle impazzite, in una specie di semi linciaggio pubblico.
Intanto le malefatte dell’inafferrabile omo vespa continuavano ormai senza sosta, ogni notte, destando sempre più preoccupazione da una parte della popolazione ed ilarità dall’altra. Molti giornali satirici locali come “Il Marameo”, iniziarono a pubblicare sulle proprie pagine dei veri e propri sfottò a più non posso riguardo al fenomeno. E intanto il maniaco continuava sempre di più a mietere vittime..

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Gli articoli del Piccolo si susseguivano uno dopo l’altro, con titoli come: “L’uomo-vespa, altre quattro ragazze punzecchiate!” (da “Il Piccolo”, 24 marzo 1932). “L’uomo-vespa acciuffato?” (da “Il Piccolo delle ore 18”, 24 marzo 1932).
Le autorità di pubblica sicurezza si misero a scandagliare persino i sotterranei cittadini, allora molto estesi, poiché all’epoca molti sbandati, ladri, rapinatori e persino contrabbandieri usavano spesso e volentieri questi vani e questi camminamenti (di origine perlopiù medievale, antiche gallerie di mina e contromina che dal Castello di San Giusto si diramavano fino sotto la Cittavecchia), per sfuggire alla cattura o semplicemente per nascondersi e progettare ogni sorta di crimine e malefatta.

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“Il bandaio Giacomin, capobanda del casin !!!”
Ad un certo punto, nella farsa entrò di soppiatto un nuovo personaggio. Un bandaio di nome Giacomo Ziuch, detto dagli amici Giacomin el capobanda del casin. Un tipetto basso, sulla cinquantina, molto particolare, che aveva creato uno stampo di lamiera zincata, a forma di sedere, per protezione anti omo vespa! Con questo lamierino di foggia inusitata, Giacomin si presentò sia in Comune, sia alla redazione del Piccolo, per proporre ed eventualmente “brevettare” questa sua notevolissima invenzione. Ecco il colloquio tra il Giacomin ed il redattore del giornale, riportato da un’edizione dell’epoca:

– ??
– La vedi sto ogeto?
– Lo vedo.
– la sa per cossa che ‘l servi?
– Mah !…
– La indovini…
– Non saprei…
– Ben, ghe dirò: sto qua rapresenta la difesa unica contro le sponte de l’omo vespa!
– Bella, per Diana!
– Ah, no ghe par anca a lei? La vedi: sto qua le mule se lo liga con ste slinghe sora o soto el combiné, e le pol andar per i fati sui senza aver paura de la sponta
– Bravo!
– Mi go fato intanto le pratiche par brevetar sto ogeto e go zà messo in lavor na dozina de pezi de diverse forme. Ma però go intenzion, se la taca, de farli sora misura. Roba fazile, perché ciogo la impronta col gesso de presa.
– Col “gesso de presa” ?
– Zà, fazo el gesso in t’un cadin o in t’una mastela, o in t’una meza bota, a seconda de la grandeza del… sogeto, la me capissi?
– Comprendo…
– Fazo sentar in tel gesso la cliente e co go el controstampo fazo el …
– Il ?…
-Zà, bisognaria darghe un nome. Ciamemolo el “salva… corpo”.
– Una bella idea.
– Mi digo…
– Come le è venuta?
– La sa come? Mia moie, impresionada perché la ga un per de fianchi -no fazo per dir perché che la xè mia moie- un per de fianchi che fa voia de pizigarli e de sponzerli, la se gaveva ligado drio de la schena el semicupo. Sicome tuti ghe rideva, go pensà de fabricar sto ogeto… Ah, cossa ghe par? Speremo che tachi…
– Eh, tutto dipende dalla piega che prenderanno gli avvenimenti. Se riescono ad arrestare l’uomo-vespa, la sua invenzione sarebbe inutile.
– Orpo, saria pecà, mi saria un omo rovinado; con tanta fadiga e soldi che go speso per el lamierin e per el gesso. E desso par el breveto de l’invenzion ne dovaria spender ancora. ma mi spero che no i lo aresti, saria pecà, perché quala saria quela mula che no spendaria quaranta lire per un “salva… corpi” ?
– Infatti…
E l’inventore della difesa contro le punzecchiature dell’uomo-vespa se ne andò, fiero della sua invenzione.” (da “Il Piccolo“, 26 marzo 1932)

In seguito, sulle tracce del losco figuro mantellato ed armato di punteruolo vendicatore, si misero ad indagare alcuni cittadini ex poliziotti reclutati dal Podestà in persona del Comune e dalla polizia stessa (una vera e propria mini task force) per stanare l’omo vespa, dandogli una serratissima caccia notturna. Il maniaco prediligeva i rioni popolari, ma i suoi attacchi si concentravano soprattutto nella zona di Cittavecchia, tra il colle di S.Giusto ed il mare. Da qui successivamente partì anche la convinzione che il suo nascondiglio segreto, potesse trovarsi proprio nei sotterranei cittadini (le già citate gallerie medievali, che si snodavano in un fitto intreccio sotto l’arco di Riccardo, la chiesa di S.Maria Maggiore ed il vicino collegio gesuitico e le vie di Crosada e del Fontanone, sbucando nelle cantine della casa Rotonda Pancera. Tali cantine nell’800 furono già sede di riunioni massoniche).

cacia omo vespa

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Attacco 3 omo vespa

Nel frattempo, tra le varie notizie che giungevano sulle pagine della stampa locale e nazionale, di giorno in giorno, tra un attacco e l’altro dell’omo vespa, apparirono anche alcuni articoli scritti di proprio pugno dallo stesso presunto maniaco, il quale fece sapere di essere “un fustigatore della pubblica immoralità” e che il suo punzecchiare non era altro che “la giusta punizione divina, per mano umana, di Nostro Signore” nei confronti delle giovani scostumate, colpevoli di girare con gonne sempre più corte e vestiti alquanto scollacciati.

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Il giornalista Renato Simoni del “Corriere della Sera”, scrisse su quest’ultimo un articolo intitolato “L’aculeo della morale“, che recitava così:

L’uomo-vespa, dunque, andava per le vie di Trieste, pungendo pulzelle e maritate, per castigarle “delle leggiadre movenze che inducono gli uomini in tentazione”. Perciò s’è conferito il titolo di “uomo della giustizia” e ha fatto sapere che per la stagione corrente sospende le punture, deciso però a rimettersi all’opera ai primi caldi, se vedrà in giro scollature immodeste.
I primi caldi sembrano ancora lontani e perciò quel vindice della morale offesa per due o tre settimane potrà riposare. Ne deve aver bisogno; non tanto per la mole del lavoro compiuto, quanto per il tormento di quello che non ha potuto compiere. Pensate! Da un momento all’altro egli è diventato responsabile delle leggiadre movenze femminili. Gli è piombato addosso il dovere di colpirle, ad una ad una, con uno spillone o con altra simile arma bianca. Ma un uomo-vespa solo poteva essere sufficiente per tanta bisogna? Le donne s’atteggiano e camminano graziosamente tutte.
E’ un funesto dono che hanno avuto dalla natura e dalla società accordatesi all’uopo. Perciò nello stesso momento in cui una tentatrice, fulmineamente o misteriosamente castigata, mandava uno strillo, altre dieci, altre venti, altre cento tiravano via incolumi, con altrettante leggiadre movenze, lì vicino o lontano, in tutte le città del mondo, conturbando i poveri uomini che si sa bene come vivrebbero morigerati se non fossero proprio trascinati per i capelli verso l’impurità! Come si sarà disperato l’uomo-vespa a trovarsi, così solingo, di dietro a tutti quei bersagli semoventi! Sarebbe stato necessario scagliare, contro di essi, interi vespai; e le leggiadre movenze, avrebbero certo superato di molto il numero dei dardi punitivi.
Né questo sentimento dell’inanità e inadeguatezza dello sforzo di fronte all’immensità del dovere era, per l’uomo-vespa, il male peggiore. Il male peggiore stava nell’essere costretto ad esporsi a tante tentazioni. Perché una movenza leggiadra gli sembrasse meritevole dell’acuta punizione, era necessario che egli sperimentasse su di sé, ossia in “corpore vili”, il suo fascino perverso e peccaminoso. Purtroppo ci sono uomini che apprezzano la bellezza muliebre senza sentire sempre risvegliarsi nella caverna della coscienza, il gorilla atavico.
Questa è gente che non punge le passeggiatrici e perciò lascia che le cose del mondo vadano a catafascio!
L’austero giustiziere, invece, poteva ardere di sdegno solo dopo aver bruciato di cupidigia. Prima di diventare uomo-vespa, doveva essere passato attraverso altre forme di meno pudibonda bestialità.
(dal “Corriere della Sera” di fine marzo 1932)

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Con l’inizio del mese di aprile 1932, cessarono improvvisamente gli attacchi dell’omo vespa. Contemporaneamente i vari giornali cittadini, interruppero il loro continuo dar fiato alle trombe, in particolare il giornalista del Piccolo che aveva redatto quasi tutti i servizi sull’omo vespa, tale Flaminio Cavedali.
Cavedali oltre che giornalista molto acuto ed ironico, era anche un autore di molte note canzoni dialettali dell’epoca. Prese alcune strofette popolari nate a mò di marcetta, per decantare le gesta dell’omo vespa e ci aggiunse alcuni suoi versi, parodiati sull’aria di “Tommy”, un celebre motivetto del 1930 (gli autori erano i famosi Cherubini – Di Lazzaro). Così nacque la notissima canzone “L’Omo Vespa”, cantata ancor oggi !
Il vero omo vespa probabilmente o fu catturato dalla polizia, oppure se ne andò o semplicemente smise di fare l’omo vespa, ritornando ad essere un triestino qualunque.
Personalmente posso qui riportare la testimonianza personale di un’anziana signora, nonna di un mio amico, che una sera del marzo 1932, alle 2.00 di notte circa incappò nell’omo vespa, mentre, stanca dal lavoro rientrava nella sua abitazione, sita in piazza Barbacan. Essa mi raccontò (nel 2001) che per un soffio non riuscì a pungerla con quel punteruolo aguzzo che sbucava dal nero mantello in cui l’omo vespa era avvolto, confondendosi con l’oscurità. L’omo vespa le sbucò davanti all’improvviso dall’androna degli orti ed iniziò a rincorrerla brevemente fino a che quest’ultima per l’appunto riuscì miracolosamente a sfuggire al suo punteruolo, solo per un pelo, entrando subito in casa sua e sbarrando istantaneamente il portone del suo palazzo! Altre testimonianze le avevo già raccolte da altre signore sull’ottantina, sempre attorno ai primi anni 2000.

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Per concludere, riporto qui di seguito il testo della canzone e la sua traduzione in italiano per i non triestini, i friulani, gli occitani ecc..

L’OMO VESPA

De San Giacomo a Roian
iera un vecio fiol de un can
che sponzeva le culate
drioman

Guarda la mula la camina… dura!
la ga paura
dela puntura!
Guarda la mula la camina… lesta!
la ga paura
del’omo vespa!

E le mule ga trovà
un rimedio soprafin:
drio el cul le se ga messo
un lamierin!

Guarda la mula la camina… dura!
la ga paura
dela puntura!
Guarda la mula la camina… lesta!
la ga paura
del’omo vespa!

****************************************
Traduzione:

Da San Giacomo a Roiano
c’era un briccone impertinente
che pungeva i posteriori
rapido ed impunito

Guarda la ragazza che cammina… dura!
Perché ha paura
della puntura!
Guarda la ragazza che cammina… lesta!
perché ha paura
dell’uomo vespa!

Ma le ragazze hanno escogitato
un rimedio raffinato:
negli slip hanno infilato
un lamierino!

Guarda la ragazza che cammina… dura!
Perché ha paura
della puntura!
Guarda la ragazza che cammina… lesta!
perché ha paura
dell’uomo vespa!

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18 commenti a La vera storia dell’Omo Vespa

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