13 Ottobre 2009

I Balcani Occidentali sull’orlo di una nuova crisi

Ultras del Partizan Belgrado dimostrano solidarietà a Karadzic

Ultras del Partizan Belgrado dimostrano solidarietà a Karadzic

– Di Emmanuel Dalle Mulle

A quanto pare l’Italia non è l’unico paese nel quale si prospetta una crisi istituzionale di grossa portata.

Sebbene la dichiarazione di incostituzionalità del lodo Alfano apra scenari inquietanti riguardo alla stabilità della maggioranza nei mesi a venire, nei vicini Balcani le prospettive sembrano ben più grigie.

Il fine settimana scorso, infatti, vicino a Sarajevo, si è tenuto un incontro tra i rappresentanti delle tre principali etnie che compongono la Bosnia Erzegovina (serbi, musulmani e croati). L’obiettivo della riunione, presieduta da rappresentanti dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, consisteva nel trovare un accordo che permetta la chiusura della missione ONU presente dal 1995. L’importanza del meeting, che tuttavia ha portato soltanto ad un rinvio dei colloqui, è sintetizzata dal nomignolo affibbiatogli da alcuni giornalisti: « Dayton 2 ». Esso allude ai colloqui di pace che si tennero nel 1995 nell’omonima base americanca e che disegnarono l’architettura istituzionale sulla quale la Bosnia si è retta fino ad oggi, ovvero uno stato federale, formato da un’entità serba ed una croato-musulmana, supervisionato dall’ONU. La presenza internazionale avrebbe dovuto terminare il proprio mandato il 30 giugno 2008. La partenza è stata però rinviata a più riprese, visto che le diverse componenti non sono mai riuscite a trovare un accordo sul futuro equilibrio del Paese. La revisione della costituzione, in particolare, è diventato il nodo della discordia che tiene Sarajevo in situazione di stallo.

Semplicemente, i desideri delle tre componenti sono incompatibili gli uni con gli altri. Da una parte, i serbi vogliono mantenere l’attuale configurazione, che permette loro di essere un’entità di fatto autonoma da Sarajevo. Dall’altra, i musulmani sono determinati a rafforzare il potere centrale, mentre i croati spingono per formare una terza repubblica sotto il proprio controllo. Quella che potrebbe sembrare una pura disputa formale viene considerata, invece, la crisi politica interna più grave dal ’95. Essa avviene in un clima di scontri tra gruppi nazionali, verbali e non, cominciati in occasione delle elezioni del 2006 e in continua crescita ancora oggi. Parlare di un imminente nuovo conflitto è allarmistico. Tuttavia, un peggioramento della crisi potrebbe avere gravi ripercussioni su tutta l’area.

La situazione bosniaca assume una dimensione ancor più preoccupante se si tengono in considerazione i paralleli sviluppi nella vicina Serbia. Belgrado, infatti, è stata recentemente al centro di alcuni episodi di violenza, legati a gruppi nazionalisti estremisti, che hanno messo in dubbio la capacità del Paese di chiudere i conti col proprio passato. Il più grave di questi è avvenuto il 17 settembre, quando un gruppo di ultras del Partizan Belgrado, armati di spranghe e col volto coperto da maschere, ha aggredito, apparentemente senza motivo, un gruppo di tifosi del club calcistico francese Toulouse FC, in trasferta nella capitale serba per assitere ad una partita di Europa League. Brice Taton, un giovane francese, è morto in seguito ai postumi del pestaggio. Due giorni dopo per le strade di Belgrado si sarebbe dovuta svolgere la manifestazione del Gay Pride. A causa, però, delle minacce degli estremisti di destra e degli atti di violenza avvenuti nei giorni precedenti, il Ministro degli Interni ha deciso di proibire l’evento, dichiarando che la polizia non avrebbe potuto garantire la sicurezza dei manifestanti. La decisione costituisce una chiara vittoria della destra estrema, la quale ha visto il governo capitolare di fronte alle proprie minacce.

Chi sono, allora, questi gruppi di estremisti?
In un’intervista rilasciata al quotidiano online Le Courrier des Balkans, il professor Zoran Dragišić, docente alla facoltà di Studi di Sicurezza di Belgrado, spiega che si tratta di piccole organizzazioni non rappresentative della maggioranza della popolazione. Tuttavia, esse sembrano ben organizzate e, soprattutto, supportate da un potente clan politico-economico che mirerebbe ad assumere il potere e riportare la Serbia su una linea politica più conservatrice. Gli atti di violenza compiuti da questi gruppi sarebbero dunque finalizzati a destabilizzare il Paese, offrendo così ai rappresentanti politici di detto clan l’opportunità di rovesciare l’attuale governo.

Un tale scenario non è improbabile se si tiene in considerazione che, secondo alcuni analisti, nei prossimi mesi la Serbia vivrà la fase peggiore della recessione economica interna generata dalla crisi americana dei subprime. In una situazione di disagio sociale diffuso la retorica nazionalista e religiosa della destra radicale ha un alto potenziale di mobilitazione. I gruppi estremisti potrebbero pertanto vedere le proprie fila ingrossarsi, mentre il Paese rischierebbe di ritornare ad una situazione simile a quella in cui versava negli anni ’90. Un’ipotesi che influenzerebbe negativamente altri stati della regione in cui vivono importanti minoranze serbe, in particolare Bosnia Erzegovina e Kosovo.

Per non parlare dell’eventualità in cui una dichiarazione dello stato d’emergenza a Belgrado fosse accompagnata da un contemporaneo fallimento dei colloqui in Bosnia Erzegovina…

L’articolo è di Emmanuel Dalle Mulle

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