8 Ottobre 2009

Scrittori (falciati) in erba

calamaioO in fumo. Ci vado leggero perché a dire le cose con troppa enfasi rischierei la querela. Riporto qui un’esperienza personale, di modo che sia d’aiuto e d’avvertimento a quanti come il sottoscritto si sono improvvisati scrittori ed abbiano pensato (almeno una volta) di presentare il proprio manoscritto ad una casa editrice.

Sarò breve. Scrivo questa raccolta di poesie con il preciso intento di cavarne un libro. A fine luglio la spedisco a due case editrici, la Statale 11 di Vicenza e il Filo di Roma. Vi chiederete quale criterio io abbia seguito nella mia oculata e ponderatissima scelta. Lo ammetto francamente: sono un pivello e mi sono pigliato le più pubblicizzate, senza chiedere aiuti né consigli a chicchessia. I primi risultati di google, per intenderci. Il Filo, poi, mi interessava per l’unico motivo per cui può francamente interessare: è quella che mette sempre il proprio annuncio sulla prima di Repubblica. Inoltre, entrambe le case editrici non richiedevano nemmeno il manoscritto in formato cartaceo. Bastava una mail con il file in allegato. Ergo, non mi costava nulla.
Dopo due mesi ricevo le risposte. Sono positive. Salti di due metri, come potete immaginare. Già mi vedo scrittore, bravo ingenuotto di campagna che sono; finché non scopro che nel contratto di edizione è previsto un “contributo” (chiamiamolo così) di duemila euro. Per la precisione, di millesettecento euro con la Statale 11 e di millenovecento con il Filo.

Questo contributo, che (come ho scoperto in seguito) viene richiesto a tutti coloro che intendono pubblicare, è del tutto antieconomico. Ed è bene precisarlo. Per l’autore, rappresenta un prestito a fondo perduto. La cosa è palese nel caso del Filo. Mi si obbliga ad acquistare 170 copie ad un prezzo di copertina di 11 euro, su 350 copie totali di tiratura. A fronte di una percentuale del 10% dei diritti d’autore. Per cui, facendo due conti, avrei percepito al massimo 385 euro a fronte di una spesa complessiva di 1875 euro. Ovvero, in termini percentuali, avrei sostenuto il 48% della spesa per il 10% dei profitti. Economia aziendale a parte, converrete con me che non è una scelta così conveniente.
Aggiungeteci poi che io sono Veneto, e come tutti i Veneti ho il feticismo degli schei. Duemila euro di tasca mia? Ma scherziamo? Mi pareva di dovermi separare dai figli. Però in fondo sarebbe stata una separazione a fin di bene: uno di quegli sforzi necessari, sapete, l’investimento sul futuro, la tassa sull’Europa, la vignetta per l’autostrada, blah blah blah. Insomma, mi pareva d’essere pronto a staccare l’assegno, però titubavo. Ne varrà veramente la pena? E sono stato fortunato, in un certo senso.

Passa una settimana e, dopo tanto scervellarmi, vado finalmente (le soluzioni più semplici sono le ultime a cui pensi) a spulciare qualche sito in internet per scoprire qualcosa di più di queste case editrici. E che ti scopro? Scopro che questi sedicenti editori sarebbero niente più che delle “tipografie”. Esatto, tipografie. Il ragionamento è semplice: perché rischiare soldi in un nuovo autore da promuovere, quando puoi spennare tutti i polli che ti mandano i manoscritti chiedendo loro dei “contributi” astronomici e guadagnare molto di più – con molto meno lavoro e molto meno rischio?

Un aneddoto interessante, per quanto riguarda il Filo, ma che è abbastanza eloquente del modus operandi di questi “editori”. Nel 2008, una causa vede opporsi questa casa editrice ed i responsabili di un blog chiamato “Riaprire il Fuoco” i quali sarebbero responsabili di aver diffamato la prima: in effetti, essi l’avevano accusata di essere un editore a pagamento, dedito a pubblicare acriticamente ogni manoscritto dietro lauto compenso. E sapete cosa accade? “Il Filo” perde suddetta causa, perché non riesce a dimostrare che tali accuse siano infondate. Ora, se una casa editrice fosse minimamente seria, credo che non avrebbe problemi a difendersi da questa accusa: basta portare tutti quegli scatoloni di manoscritti scartati, giusto? Se ciò non avviene, la possibilità è solo una, e cioè che i manoscritti scartati non esistono. Io leggo questa storia, con tanto di sentenza del giudice a provarne la veridicità, e resto con un palmo di naso. Voi pensatene quello che volete, ma i fatti dal mio punto di vista si commentano da sé.

La morale è che ho lasciato perdere entrambe le proposte. Oltre al fatto che mi avrebbero danneggiato economicamente, non ne condivido l’impostazione. Non tollero che ci si faccia beffe di chi nutre delle speranze di poter vedere pubblicare le proprie opere. Questo articolo significa questo: state alla larga da chi vi chiede dei soldi per stampare il vostro libro. Trovare talenti e scommetterci è il loro lavoro. Altrimenti, non facciano gli editori. Si limitino ad essere tipografi. E soprattutto, ricordate che una proposta da parte loro non equivale a una valutazione. Lo so, ne ero lusingato anch’io, ma questa è gente che pubblicherebbe anche le tavole optometriche. Statene in guardia. E se potete, fate girare la voce. Fate in modo che arrivi anche a quell’ultimo sfigato che sta in casa sua a scrivere poesie e racconti. Avrete contribuito anche voi alla salute di questo Grande Corpo Malato, l’arte italiana.

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3 commenti a Scrittori (falciati) in erba

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