30 Settembre 2009

Talkin’ Zastava

radio zastava 2

L’articolo è di Rodolfo Toè

Premessa necessaria: ogni musica va ascoltata al volume giusto.

Sono qui a rubarvi un paio di minuti scrivendo dei Radio Zastava, che – a mio modesto parere – sono una delle più felici realtà musicali della zona, e nel dettaglio del loro disco “The Funambolic Heptet”, cogliendo al balzo l’occasione fornitami da un loro concerto di qualche giorno fa in un locale di Udine. Ensemble balcanico epperò italianissimo (di Lucinico) e formato, come si può intuire dal titolo del loro lavoro, da sette musicisti, i Radio Zastava sono riusciti a costruirsi una certa fama internazionale, grazie a dei tour europei giunti fino a Parigi (alla festa della musica) e a Londra, al Balkan Beats, esperienza che ne ha in un certo senso suggellato la crescita.

Per ascoltare “The Funambolic Heptet” come si conviene, e per fare in modo che vi trasmetta una seppur pallida idea di come può essere questa band dal vivo, dovete mettere il volume del vostro impianto al massimo. E invitare cinquanta persone. E ubriacarvi. Ma soprattutto mettere il volume al massimo, è tassativo. E ubriacarvi, perché no? Non mi interessa quello che dicono i vostri vicini! Potete mettervi le cuffie, ma non è assolutamente la stessa cosa. Prendete questo disco, strappatelo dalla confezione e infilatelo nel vostro stereo, e mi raccomando, non lasciatevi condizionare dal fatto che dura solo trentun minuti: se al giorno d’oggi la lunghezza media di un album oscilla attorno all’ora e venti, è perché dentro c’è un sacco di fuffa che poteva essere ampiamente evitata. All’artista e all’ascoltatore. Se cercate dischi validi, andate sotto i quarantacinque minuti e quasi sempre farete centro.

“The Funambolic Heptet”, venendo al sodo, è una gran bella sorpresa per chi amasse già le trombe e le sonorità balcaniche, o per chi volesse avvicinarsi ad esse per la prima volta. Veloce e immediato, rissoso persino in alcuni suoi punti, un diktat incondizionato al ballo. Diciamola tutta: se non siete degli spaventapasseri come il sottoscritto, è impossibile che i piedi non prendano ad andarsene per conto proprio, e poi le gambe, ed i fianchi, e oplà! Ti sei fregato, stai ballando! E’ un miracolo che avviene ogni volta che sento un ensemble balcanico suonare, ed è ciò che meraviglia di più in questi grandi artisti, e ciò che me li fa amare. Essi più d’altri donano festa. Spensieratezza.

Il motivo per cui si ama la musica balcanica ha direttamente a che fare con la morte e con la paura. Questa cacofonia divertita, questo inno alla gioia ha senso solo nella misura in cui è un modo a portata di tutti per allontanare la morte, un grande carnevale, una veglia.

E’ inutile discutere qui sul governo, sui diritti o sulla criminalità o su tante altre analoghe menate: l’unico vero problema comune è sempre quello, la vecchiaccia che regge la falce e che è fin troppo vigile ed alle volte pure poco paziente. L’uomo non è, né può essere mai, libero finché è mortale. Questa è la vera verità. Ma qui sta la grandiosa invenzione del nostro genere, perché solo grazie a questa schiavitù nasce, per un incredibile paradosso, ogni cosa che nell’uomo è forza. Solo in quest’ottica acquisiscono senso l’arte, la poesia, l’amore, l’amicizia, la risata, il vino, le donne e appunto, il ballo: sono importanti perché sono l’unica risposta che un essere umano può dare alla sua mortalità. Perché la rivolta più umana, di fronte all’assurdo, non è il suicidio: è la risata. O la danza. O la sbornia. In una parola, la speranza. Ed in questo grande minestrone teologico posso cercare di farvi capire che qui la grandezza della musica dei Radio Zastava, o dei loro epigoni balcanici, diventa titanica. E’ qui che in un assolo di tromba risalta la maggiore dignità dell’essere umano, e del suo coraggio di fronte all’insensatezza. E’ tutta una farsa, per oggi la morte è sospesa e quindi divertitevi! Benvenuti al nostro carnevale, l’ultimo giorno, il secondo avvento. E’ per questo che è importantissimo il rumore, il frastuono chiassoso che da essa scaturisce, e sempre per questo motivo si adatta così bene ad essere suonata in strada, perché la festa popolare è un moto insensato che per prima cosa annulla il silenzio quotidiano. Non so se gli Zastava ci abbiano mai riflettuto, ma probabilmente come musicisti lo sanno già da un pezzo, persi da qualche parte tra Gorizia e Belgrado.

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2 commenti a Talkin’ Zastava

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