24 Settembre 2009

Gusti di Fontiera: Gorizia non è un film

gusti di frontiera 2

Pubblichiamo un bell’articolo di Tommaso Dalla Vecchia e Davide Lessi sull’edizione del 2007, che rende l’idea dell’atmosfera della manifestazione. Il pezzo è apparso sul giornale universitario Sconfinare.

La città dei cortili interni scende in piazza. Per un fine settimana Gorizia si trasfigura, i goriziani si adeguano, o ci provano, tradendo però la loro inadeguatezza verso quei “tre giorni di dolce vita” (28-30 settembre 2007). Va in scena Gusti di frontiera. Ma il borgo isontino non è la capitale, il pur ammiccante Romoli non ha il fascino di Mastroianni, e gli abitanti a fatica esprimono le emozioni di felliniana memoria. Gorizia non è un film.
Il fermento dei preparativi comincia qualche giorno prima. Per predisporre le vie pedonali, si pensa bene di transennare gran parte delle vie del centro cittadino. Il giovedì il rischio frontali è altissimo: la transenna c’è, è vero, ma occupa metà corsia. Il più delle volte l’automobilista prende il coraggio a due mani, dribbla l’ostacolo e invade la corsia opposta. Intanto i vigili multano gli spericolati ciclisti che invadono i percorsi pedonali. Gorizia non è attrezzata alla festa.
Gli inflessibili del comitato anti-rumore già mugugnano, ma l’evento è tale che i sedicenti sono disposti a chiudere un orecchio. D’altronde il fracasso, se istituzionalizzato, può passare nel silenzio. Gorizia non è coerente.
Le istituzioni e l’organizzazione, dal canto loro, possono contare sul fattore “c”. O, se si preferisce, sul lato “b” di Romoli, ormai tema delle conversazioni da bar, che porta il sole a Gorizia dopo una settimana di pioggia incessante. Al pranzo del venerdì i pionieri sono già allietati dai primi raggi. Gorizia non è abituata al sole.
Il ghetto ebraico resta nell’ombra. Come nota un insigne oste, la zona già pedonale e tra le più suggestive della città, non rientra nella mappa dei Gusti di Frontiera. Quest’ultima s’estende tra parco Verdi e le piazze sottostanti il borgo castello (Vittoria, Cavour, Sant’Antonio). Mezza città è preda dei pedoni che affollano le vie cittadine, trasformatesi in borghi stranieri. E’ un viaggio attraverso i profumi e gli odori: dal frico friulano (accompagnato dall’anarchico tocai), passando per i finferli della vicina Austria, al gulash ungherese (accompagnato dal reazionario tocaji). Con un menù di cevapcici, e carne alla griglia in quantità, uno strudel di semi di papavero, i Balcani non sono lontani. In via Crispi addirittura, gli stand serbi e croati, vicini, sembrano non aver bisogno di frontiere. Col susseguirsi di stimoli, culinari e non, viene la voglia di curiosare, magari cercando di scoprire qualcosa di più delle persone che danno forma a quelle prelibatezze. Perché dietro e dentro cibi diversi, ci sta sempre una cultura diversa. Stranieri lo sono per davvero: non recitano una parte, non parlano l’italiano, ma ci si fa capire. E allora è un po’ come viaggiare, ma ci viene un dubbio: come si può sconfinare – niente di personale – in una manifestazione che si chiama gusti di frontiera? Non sarebbe più giusto togliere questi limiti, anche terminologici, e parlare di gusti della mitteleuropa? E se così fosse, che c’entrerebbe la Francia, presente in ben due piazze cittadine, si potrebbe domandare qualcuno. Borboni a parte, ce lo chiediamo anche noi. Gorizia non marcia con i francesi.
Numericamente la manifestazione è un successo. Si raggiunge quota 300 mila, mai vista tanta gente a Gorizia. L’entusiasmo è contagioso, soprattutto tra quelli venuti da fuori. Sabato sera è il delirio, e, come si sa, la cena si concede al buon bere: una ribolla gialla, un picolit, birra a fiumi e, per chiudere, la slava rakjia. Gorizia non è astemia.
La domenica ci si sveglia attorniati da quadretti di famigliole intente a passeggiare tra le bancharelle. Un tran tran scandito dalle bande (la Civica Monfalcone, la Bandita, la Large Street Band, la donatori sangue di Villesse….) alle prese con il “giro-band”. Intanto in castello l’enoarmonia abbina i classici (vini) del Collio a quelli (pezzi) della musica. L’entusiasmo che si respira nell’aria va, col passare delle ore, scemando. E’ mezzanotte, in men che non si dica, Gorizia si svuota. Rimane lo stand dell’Albania con i suoi ebbri balli popolari a rubare alla notte ancora un po’ di allegria. Ancora poche ore e la città si risveglierà per andare al lavoro, con il suo carico di malinconia e abnegazione. Aspettando altri tre giorni di dolce vita.

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