3 Settembre 2009

Le incongruenze del Rigassificatore. Oligarchia unica via

StalinLead

Più si parla di rigassificatore e più la storia puzza, a prescindere dal gas. Il rapporto consegnato da Alpe Adria Green al Governo e al Parlamento sloveno denuncia negligenze, falsificazioni, pressioni politiche e coperture istituzionali. Alle stesse conclusioni era giunto Livio Sirovich, ricercatore presso l’OGS, in un articolo di Patrick Karlsen apparso due anni fa su “Help!”.

Secondo alcuni studi, uno sversamento in mare di 11000 litri di gas naturale potrebbe causare gravissimi danni a persone in un raggio minimo di 4,83 km, innescando una serie di esplosioni potenzialmente devastanti.

La pericolosità dell’impianto è la ragione per cui il rigassificatore di Rovigo è stato costruito a 15 chilometri dalla costa. Tale distanza non sarebbe rispettata nel caso dell’impianto progettato all’interno della Baia di Muggia, peraltro già teatro di numerose attività inquinanti e pericolose. La costruzione del rigassificatore di triestino verrebbe quindi a generare tre ordini di problemi:

– Inquinamento: la funzione di un rigassificatore è quella di trasformare il gas naturale dallo stato liquido (necessario al trasporto per mare) a quello aeriforme (necessario al trasporto via terra e per l’utilizzo finale). Il processo richiede un innalzamento consistente della temperatura del gas, fino a quel momento mantenuto a circa -163 gradi centigradi. Il calore necessario viene per così dire prelevato dal contatto con l’acqua di mare, trattata con sostanze come l’ipoclorito di sodio, che vengono poi rilasciate nell’ambiente marino circostante. Al di là degli effetti causati dalle sostanze tossiche, l’intero processo determina di per sé un raffreddamento innaturale dell’acqua, alterando l’equilibrio dell’ecosistema marino.
Di conseguenza, il processo di rigassificazione deve avvenire in acque sufficientemente profonde e sottoposte ad un veloce ricambio col mare esterno. Nessuna delle due condizioni è riscontrata nella Baia di Muggia, il cui inquinamento interesserebbe pure le coste slovene.
Alpe Adria Green allega al rapporto dei documenti che sembrano provare incuria e malafede nell’elaborazione dei dati ambientali. Di fatto, gli studi presentati da Gas Natural, l’azienda destinata a costruire l’impianto, presentano dati fasulli, calcolati non sulla realtà della baia di Muggia, ma sulle temperature medie dell’intero Alto Adriatico. A detta di Gas Natural, le acque della Baia sarebbero più calde di quanto in realtà non sono; curiosamente, più la temperatura del mare è bassa, meno è sostenibile il progetto. Sarà senz’altro un caso…

– Rischio incidenti/attentati: Sia l’impianto di rigassificazione che le navi adibite al trasporto del gas si verrebbero a trovare in prossimità di una zona densamente abitata. Secondo Livio Sirovich, una fuoriuscita del liquido comporterebbe la sua immediata gassificazione. Il che porterebbe non solo a possibili esplosioni/incendi, ma anche ad asfissia e a consistenti abbassamenti della temperatura.
Da notare che il rigassificatore sorgerebbe a un tiro di schioppo dall’oleodotto transalpino (già oggetto di un attentato di Settembre Nero) e dalle fabbriche e depositi di sostanze esplosive concentrate nella zona industriale triestina. Tutto ciò nonostante la direttiva comunitaria 96/82/CE proibisca la costruzione di più impianti pericolosi nella stessa area.
Lo studio a cui si è affidata Gas Natural, come confermato dalla Polizia Giudiziaria, ha escluso un possibile effetto “domino”, cioè l’esplosione in serie delle installazioni circostanti l’impianto, solo sulla base di pareri generici e cartografie non aggiornate. “One LNG tanker contains 20 billion gallons of natural gas – the energy equivalent of 55 Hiroshima  bombs – the US Pentagon and 20 times the volume of gas of the Cleveland incineration – where the  footage looks like Hiroshima after the atom bomb.”
Difficilmente un disastro simile si arresterebbe alla frontiera, tanto più che dopo Schengen non abbiamo nemmeno i doganieri.

– Traffico marittimo: Visti i rischi potenziali che la presenza di un rigassificatore comporta, l’International Maritime Organisation ha disposto una zona di interdizione dalla navigazione del raggio di 2,8 chilometri dall’impianto e una zona di sicurezza ampia altri due chilometri. Considerando la posizione in cui dovrebbe sorgere il rigassificatore, non si vede come questi limiti possano venire rispettati senza creare gravi disagi sia allo scalo triestino che a quello capodistriano.

L’insieme di queste contraddizioni non è passato inosservato nemmeno a livello istituzionale. Certo, come denuncia Sirovich, i politici del centrosinistra a cui aveva segnalato tali incongruenze si sono limitati a fare spallucce. Illy e Bersani, del resto, restano due fra i principali sponsor dell’impianto. Però, per dire, nel 2007 la Regione si era rifiutata di approvare il progetto, rendendo nota al Ministero dei Beni Culturali l’inattendibilità dei dati sulla temperatura delle acque della Baia. Bel tentativo, peccato che l’anno successivo il Ministero dell’Ambiente abbia dato l’ok senza neppure svolgere le verifiche auspicabili. Il rapporto di Alpe Adra Green è pieno di storie simili e documentate.
La più eclatante riguarda le indagini della Procura. La giustizia triestina aveva concluso un primo accertamento per reato di falso nel marzo 2009, individuando come responsabili dei consulenti di Gas Natural. A quel punto, però, le indagini sono state miracolosamente trasferite alla Procura di Roma, che le ha prima bloccate e poi archiviate. Il capolavoro, a detta del rapporto di Alpe Adria, resta un altro: il giorno prima del trasferimento delle indagini, copia di parte del fascicolo istruttorio è stato trasmesso al Ministero dell’Ambiente, ovvero a uno degli enti che dovevano essere indagati. Probabilmente è solo un caso che il triestino Roberto Menia, uno dei principali fautori del progetto, sia sottosegretario di quel Ministero.

Insomma, sembra che qui qualcuno stia giocando sporco, e anche molto pesantemente. I documenti allegati al report di Alpe Adria Green paiono confermare le accuse dell’organizzazione, che si spinge a ipotizzare dei legami poco leciti fra politica e imprenditoria. Di sicuro, un simile dubbio sorge ed è difficile da scacciare.
A prescindere da questo, come sottolineano Karlsen e Sirovich, fa riflettere il sistema decisionale che emerge dalla vicenda: un modello fondato su logiche lobbisitche, con una forte commistione fra pubblico e privato, capace di sfruttare l’ignoranza o l’acquiescenza dei soggetti interessati, per non parlare della subalternità degli attori politici locali. La sopraffazione del centro sulla periferia, volendo parafrasare. Oligarchia allo stato puro. Niente di nuovo sotto al sole.

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