7 Giugno 2009

Europee: impressioni a caldo

Desidero innanzitutto mettere in risalto i contenuti delle campagne elettorali: ho seguito personalmente quelle in Italia, Austria, Francia e Germania e devo dire che hanno tutte una caratteristica in comune: non si parla di Europa, ma solo dello stato nazionale (Italie e Austria) o semplicemente di niente (Germania). Il disinteresse dei cittadini per le Europee – fomentato da partiti immaturi – è stato evidenziato in prima battuta dall’assenteismo, che si aggira in tutti i paesi sul 45 %! Inoltre è sintomatico che liste che si basano puramente su contenuti antieuropei abbiano avuto successi incredibili, come in Austria. Analizzo i dati delle prime proiezioni:

1. Italia: Berlusconi saldamente in testa, Lega Nord con buona progressione, caduta del PD e mediocre performance di IDV. Il resto non è molto rilevante ai fini statistici. Si nota il desiderio di non cambiare, di accontentarsi di una classe politica mediocre, mi piacciono gli eufemismi, ma soprattutto la politica di Franceschini, di tentare di distruggere Berlusconi con argomenti da gossip, si è rivelata perdente. Il paese è alla deriva, non sa come sarà il futuro, si aggrappa a chi promette di con cambiare troppo. Come l’ Impero Romano ai tempi di Diocleziano. Sappiamo quale è stato il conto presentato dalla Storia.

2. Germania: CDU stazionaria. Le Cassandre avevano previsto un crollo, dovuto alla spinta a sinistra della Merkel, ma non è avvenuto. Evidentemente l’elettore ha capito che una grande coalizione deve rispettare tutte le sue anime e, in fondo, è grato alla Merkel per aver salvato dalla sicura disoccupazione decine di migliaia di lavoratori a rischio. Ormai è scontato che la massa monetaria impiegata per i salvataggi (tipo Real Estate Bank) produrrà inflazione e rialzo dei tassi nel 2010, ma è inevitabile. Piuttosto è degna di commento la performance negativa dell’ SPD. Non è sfuggito all’occhio dell’elettore che si tratta di un partito profondamente diviso, tra quelli che vorrebbero l’appiattimento sul libero mercato (“The Stones”: Steinmeier e Steinbruck) e chi sarebbe ultrafelice di essere il garante della democraticità di Die Linke, da pilotare in una coalizione simile a quella berlinese (Nahles, Wowereit, Beck, Ypsilanti). Nell’incertezza, i potenziali elettori SPD sono rimasti a casa. Die Linke ha aumentato leggermente i consensi, però ben al di sotto della quota che avrebbe permesso loro di proporre una coalizione rosso-rosso-verde. In Germania i rapporti di forza in Europa non hanno avuto nessun ruolo, nè nella propaganda dei partiti, nè nella scelta degli elettori. Inoltre deve essere considerata la concomitanza di elezioni comunali in grandi città, in cui i candidati si sono presentati senza programma, solo con le loro belle facce.

3. Austria: come il solito, l’Austria canta fuori dal coro. I socialisti di Faymann hanno subito una pesantissima sconfitta, stigmatizzando la debolezza del Kanzler, che è impossibilitato a fare qualsiasi riforma, paralizzato da un partner (OEVP) che domina i governi nei Länder. Il risultato più imprevisto è il successo di Martin, che si presenta da anni come combattente solitario, ed in questo caso ha cavalcato l’antieuropeismo. Ha ottenuto negli exit-polls il 15 %, cosa assolutamente inusuale per un outsider che parla esclusivamente di protesta, senza nessun connotato propositivo. L’ FOEP di Strache, di indubbia fede antieuropeista, ha avuto un nuovo successo, però inferiore a quello riportato nelle precedenti politiche. Segno anche questo che l’Austria non vuole questa Europa. La propaganda di Strache era improntata soprattutto sulle radici cristiane dell’ Austria, quindi esplicitamente antiislamica. Il BZOE (Haider) si trova, con il suo 4,7% a tremare per l’ingresso nel Parlamento. Era prevedibile, dato che hanno un enorme successo solamente in Carinzia e Voralberg, ma a livello nazionale, anche per colpa di mediocri rappresentanti (Labas & Co), sono considerati una curiosità regionale.

4. Francia: qui Sarkozy vince alla grande ed i socialisti sono ridotti al lumicino. La ragione va cercata nella divisione dei socialisti subitpo dopo le presidenziali: Ségolène Royal aveva mantenuto artificialmente in vita il matrimonio con François Hollande (segretario politico) solo fino alle elezioni. Una volta sconfitta (per aver contato troppo sui voti di Bayrou al ballottaggio), ha comunicato ai media il divorzio. Hollande non si è dato per vinto ed ha appoggiato la Aubry, versione in gonnella di Schröder e Veltroni, che si è schierata contro le velleità della Royal di cambiare il sistema. Ségolène aveva in mente un qualcosa di simile alla sinistra SPD in Germania (socialdemocrazia spinta con impronta marcatamente ecologica), mentre Aubry rassicura gli elettori con “tutto cambia, ma tutto resta”.Da sottolineare il mancato successo di Le Pen, che non riesce a cavalcare l’ondata destrorsa europea, in quanto non sostiene istanze turbocapitaliste (come Berlusconi e la prima Merkel), ma prosegue sulla via nazionalista, ormai destinata a perdere.

16 commenti a Europee: impressioni a caldo

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