10 Aprile 2009

Quella crepa indicibile. Due parole su Drago Jan?ar

Il letterato  Sergio Sozi, specializzato in ‘cose slovene’, ci manda questo suo ottimo articolo.

Ancora oggi esistono dei narratori in grado di stupire e colpire duramente – oltre ai lettori – persino uno dei piú navigati letterati, quale indiscutibilmente è Claudio Magris, a cui il romanzo “Aurora boreale” di Drago Jan?ar (Bompiani 2008) suscita i seguenti aggettivi: ”possente, inquietante e sconcertante”.

Magris, poi, sempre nella prefazione al medesimo, condensa alcune constatazioni che noi crediamo possano esser riferite alla poetica generale dell’autore lubianese: ”la Storia, il passato, la follia incalzano e inseguono l’individuo”; ed ancora: ”realistico e visionario, con un forte senso della Storia e della società e di ciò che le trascende; (…) barocco e metafisico, capace di far sentire la pietà nella derisione.”

Insieme a tutto ciò, Magris sottolinea che nel protagonista del citato romanzo (Josef Erdman) ”l’Io si sfalda in una lenta distruzione, in una specie di decomposizione in vita”.

Lo sguardo analitico-sintetico di Magris, dunque, ha enunciato i nuclei principali, le ”sorgenti” anzi diremmo, nelle quali si trovano – quasi fossero delle pozze a circuitazione interna originate da scaturigini sotterranee – tutte le ”costanti” stilistico-concettuali dell’autore sloveno: l’implacabilità della Storia che pertanto racchiude in sé, allegoricamente e praticamente, anche il Destino, il Futuro del singolo uomo; la violenza e il Male come follia cagionata nell’uomo da metafisiche ed incomprensibili cause; l’assenza di ”media virtus” nella natura dell’uomo comune, sempre dimidiato fra opposte, luciferine fascinazioni, fra le quali campeggia la peggiore: quella di ”trasformare tutto l’esistente in perfezione” (a pagina 264 del romanzo citato); la Nemesi popolare che spesso si abbatte sui giusti, cioè su quelle poche sensibilità e coscienze cui sarebbe concesso di eludere parzialmente la stoltezza dell’intera nostra razza – ma a vedere l’Erdman di ”Aurora boreale” non sarebbe da escludere pure l’ipotesi che il Male e la Razionalità si possano compenetrare in un unico, sfaccettato individuo, il cui quadro definitivo, però, resta fatto della frantumazione sia interiore che comportamentale.

In poche parole: la vita come follia, sanguinosa, cieca follia – resa aggiuntivamente, nota sempre Magris, con la frequente apertura di quella prosa densa, lucida e barocca, a delle suggestioni liriche allucinate e cariche, sature. Degli squarci poetici, questi, ai quali spetta accentuare la già intensa drammaturgia di Jan?ar piuttosto che ridurne la portata, vorremmo aggiungere (e tale funzione riveste anche l’inserimento nella trama di ben dimensionati brani d’ordine saggistico, parimenti tesi a supportare la scenografia con i dovuti chiarimenti storici, quando e laddove serva).

E qui mi fermerei per prendere immodestamente la parola e – sulla scorta della precisa lettura magrisiana – deviare il corso della nostra modesta trattazione sul libro che intendiamo recensire, la raccolta di racconti ‘‘L’allievo di Joyce” (Ibiskos Editrice Risolo, 2006), cosí partendo proprio dal protagonista della storia eponima, l’intellettuale sloveno-triestino Boris Furlan.

Ecco: la parola chiave, qui, è ”passione descrittiva”, e questa viene contrapposta ad un’altra, altrettanto significativa: ”passione analitica”. La prima risiede in James Joyce e la seconda in Furlan, che ne è il giovane allievo desideroso d’imparare la lingua inglese. Le due definizioni sono la cifra delle capacità e dei moti profondi dell’animo dei due personaggi (esistiti, come si sa, storicamente): un Joyce che, avendo una natura ”descrittiva” è capace di intuire il Male del primo conflitto mondiale sin dalle prime avvisaglie triestine e cosí sottrarsene, contrapposto ad un Furlan cui, invece, l’analiticità non permette di rifuggire i propri doveri morali e patriottici – o meglio la propria natura giusta ed equilibrata, illuminata in senso umanistico.
Insomma, la riflessione sta tutta sulla natura della razionalità, cioè sulla capacità (con relative conseguenze personali e collettive, ovvero storiche e biografiche) di vedere – capendole – alcune cose della realtà invece che altre: se la mente (e la sensibilità) analitica, quindi, cerca per statuto di trovare anche le cause dei fenomeni, cosí approfondendo le fattezze di ogni evento con lo scoprirne i ”perché”, essa stessa si rivela incapace di fornire all’uomo (qui Furlan) altrettante cognizioni istintuali in grado di preservare la vita. La ”descrittività” joyciana, invece, portando alla luce della, diremmo, ”parola che descrive” la mera superficie degli oggetti (nel racconto il simbolo è una lampada a petrolio), sa eludere quel ”buco nero della mente” opprimente Furlan nei momenti nei quali egli non riesce ad analizzare ciò che gli succede intorno. Furlan si perde, in quel buco nero, ne resta vittima; l’irlandese non lo contempla neanche, nel proprio spettro visivo, nella propria sensibilità – dunque se ne salva, se ne porta fuori.

Ecco allora che la vicenda dei due uomini, iniziata nel 1914, porta in seguito – in un riassunto eccezionale della Storia europea dal ’14 al ’53 – Furlan a tornare in una Patria che gli è ostile e Joyce a morire nel proprio letto – scrittore affermato – a Zurigo.

A concludere: la ”crepa” del Male (già vista nell’Erdman di ”Aurora boreale”) trascina chi non la sappia cogliere (”descrivere”, cioè diremmo ”averne coscienza”, in senso sinonimico!) nel baratro della irrazionale e malvagia natura sociale umana: ciò che l’analisi esclude (il Male puro) si rivolta contro l’uomo (Furlan: l’intellettuale, l’onesto professore di Diritto) e lo condanna ad esser vittima storica, per mano di chi (la ”massa”), neanche capace ”descrittore” come Joyce, ha sempre dalla propria parte la malvagia volontà di un dio (o di un satana) perenne, anzi scontato, ovvio padrone di ogni uomo.

Perché ”il cosmo è scisso tra bene e male, tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra era nuova ed era antica. Il cosmo è lacerato, e la sfera è stata ricucita col filo nero dell’obitorio” (da ”Aurora boreale”, p. 270); ed anche perché, per Furlan, la verità, il motivo della sua ”incapacità descrittiva” e dell’esistenza in toto, arriva mentre sta andando a morire e… ed è racchiusa in una sola parola ”né inglese né slovena, sicuramente non scritta in nessuna lingua, mai pronunciata né adoperata per descrivere alcunché, che dice tutto, per quanto né il maestro né l’allievo possano pronunciarla, una parola che nella sua stessa incomprensibilità è possibile capire” (da ”L’allievo di Joyce”, p. 61).

Una parola indicibile anche in questa recensione, certo. E chiuderemo con la consapevolezza di aver solo provato a ”capire” uno dei nove, imperdibili, racconti di Drago Jan?ar, collegandolo al suo romanzo piú noto in Italia, al fine di invitare tutti a leggere questo scrittore sloveno di basilare importanza per chiunque chieda della Letteratura alla Letteratura – ossia profondità filosofica e spirituale, fantasia, tecnica scrittoria, originalità, conoscenza storica e antropologica: cose che solamente i letterati autentici, perciò formatisi nelle Lettere, come Drago Jan?ar sanno ancora darci nel mare dei mestieranti, i parvenu e gli avventurieri che oggi piú che mai stanno ammorbando il clima letterario dell’Italia e del mondo.

Ma ne riparleremo presto, spero… tuttavia senza dimenticarci, in ultima battuta, di esprimere un caldo apprezzamento per l’operato della brava traduttrice, Veronika Brecelj, nonché per l’oculata scelta del curatore della collana, Miran Košuta.


Sergio Sozi (in Lubiana, li 3 – IV – 2009)

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