8 Aprile 2009

L’uovo e la gallina globale

Stamattina mi sono fatto una passeggiata all’interno dello stabilimento della ditta per la quale lavoro. Su una delle moderne linee principali dell’impianto, fusioni da trecento chili provenienti da fonderie del Sudafrica vengono lavorate su macchine giapponesi qui in Germania per essere poi spedite via mare negli Stati Uniti, dove poi avverrà l’assemblaggio presso il cliente finale. Su un’altra linea piccoli componenti prodotti in Germania, Italia, Francia, Cina, Stati Uniti e India vanno a formare un altro prodotto high-tech che poi sarà venduto in tutto il mondo.
Sono arrivato alla mia postazione di lavoro e ho aperto il mio laptop Lenovo prodotto in Cina, su cui gira software americano Microsoft e software di gestione SAP prodotto in Germania.

Ingarbugliato in questo mare di connessioni globali, mi sono fermato per un istante a osservare il mondo dalla mia prospettiva. Che cosa vuol dire per me globalizzazione?
A mio parere la globalizzazione non è solamente una questione di velocità ma di come vengono fatte le cose. Mi spiego.

Attraverso la linea di produzione e prendo in mano un pezzo qualunque. Il pezzo è composto di un materiale (mettiamo alluminio), ma anche da una serie di caratteristiche che lo rendono qualcosa di utilizzabile: ciò è, per cominciare, un numero di pezzo e di magazzino, una lavorazione, un assemblaggio, un prodotto in cui va a essere montato; ma è anche un livello di qualità, un prezzo, uno o più fornitori della materia prima, un fornitore del prodotto finale, uno speditore, un numero di conto, una banca. Si potrebbe anche andare avanti all’infinito e riscrivere un libro di reminescenze pirsigiane.

In definitiva il pezzo dovrà rispondere al tipico triangolo prezzo-qualità-funzione per andare poi anche a concorrere in un prodotto, il quale a sua volta dovrà rispondere agli stessi criteri. È interesse dell’impresa dunque ricorrere ai fornitori che possano rispondere al meglio a questi criteri. Ovviamente nella ricerca del fornitore si privilegiano per praticità le ditte che a livello locale possano fornire tali pezzi. Tuttavia ciò non è sempre possibile. Capita che ditte locali non riescano a fornire la qualità o il prezzo; o piuttosto che non riescano a sfruttare strutture, sinergie e volumi per rendere il prezzo competitivo. L’impresa allora si rivolge all’estero al solo scopo di rendere il proprio prodotto appetibile e interessante al cliente finale.

Ciò è in primo luogo possibile al giorno d’oggi per via della tecnologia disponibile: posso cercare il fornitore su internet, scambiare e-mail, organizzare conferenze telefoniche, scambiare disegni e modelli in formato digitale, farmi spedire i pezzi per la via più economica, controllare le consegne e registrare gli scarti, spedire le reclami ed effettuare i pagamenti restando comodamente seduto nel mio ufficio e facendo girare il mondo attorno a me.

Aprendo Wikipedia (ne consiglio la versione americana en.wikipedia.org/wiki/Globalization) ho dato un’occhiata alla definizione di globalizzazione. “Globalization in its literal sense is the process of transformation of local or regional phenomena into global ones. It can be described as a process by which the people of the world are unified into a single society and function together”.
Esistono due diverse scuole di pensiero: quella di “processo” che vede la globalizzazione come la descrizione di un processo di forze culturali, tecnologiche, socioculturali e politiche; quella “economico-politica” che vede la globalizzazione come una scelta politica e dunque solo riferibile alla caduta di restrizioni agli scambi commerciali, di capitali, di servizi e di manodopera (regimi di scambio GATT/WTO, NAFTA, EU…).
Forse è in realtà una questione dell’uovo o della gallina, tuttavia a mio parere le conseguenze delle differenti interpretazioni sono non trascurabili.
L’interpretazione “processo” implica un passaggio da uno stato pre-globale ad uno post-globale, ossia da uno stato in cui gli scambi erano omeopatici ad uno in cui gli scambi sono diffusi a livello globale ed economicamente vantaggiosi. Le tecnologie attuali permettono tale processo e pertanto il processo può avvenire, i singoli ne hanno accesso, le imprese si inseriscono in questo processo, le nazioni ne prendono parte e il processo si autoalimenta. Nello stesso modo in cui è avvenuto il processo di domizzazione, di agricolizzazione e d’industrializzazione. La politica in pratica qui è fornisce gli strumenti di gestione della globalizzazione.

L’interpretazione “economica” implica che la globalizzazione sia dipendente da una decisione politico-economica delle nazioni e non che sia un naturale progresso dell’umanità. In altre parole che sia uno stato di cose reversibile con il semplice cambiamento delle regole dei regimi di scambio, ossia che la globalizzazione sia spegnibile rispondendo alla domanda “shut down the globalization YES/NO?” con un click. In questo scenario la politica è il deus ex machina e dona lo spirito alla globalizzazione.

A mio parere bisogna opporsi fortemente a questa interpretazione ed evitare che l’opinione pubblica si orienti su tale interpretazione, dato che essa consente ai governi di effettuare politiche contro i propri cittadini.
In questi giorni ci sono segnali molto preoccupanti per quanto riguarda il futuro.

Il presidente americano Obama ha focalizzato il suo piano di salvataggio sul sistema degli stimoli. Bisogna ringraziare al contrario Sarkosy e la Merkel per aver evidenziato innanzitutto la necessità di costruire regole, prima ancora di parlare di stimoli. Infatti l’attuale crisi non è tanto dovuta alla globalizzazione in sé, quanto alla mancanza di regole del gioco (vedi paradisi fiscali, segreto bancario, speculazione), ossia la politica non ha saputo gestire la globalizzazione.

Prevedo già che il grosso entusiasmo europeo per Obama sia destinato a scemare piuttosto rapidamente (per carità, magari averlo in Italia): egli infatti sta già agendo in direzione antiglobalizzazione. Di fronte ad un’industria americana che si è adagiata su se stessa e nell’illusione che le finanze bastino a produrre benessere, i prodotti dell’industria americana sono invecchiati (fino a due anni fa i veicoli più popolari erano pesanti SUV con grosse motorizzazioni V6 o V8) e non ci sono stati ulteriori sviluppi nelle tecnologie; gli uffici di ricerca e sviluppo sono stati mortificati.

Le clausole del tipo “Buy American” sono una pessima concorrenza nei confronti di ditte europee che coraggiosamente hanno investito in nuovi prodotti a proprie spese in modo da renderli più moderni, attraenti e appetibili a livello mondiale. Le conseguenze saranno non tanto drammatiche nei confronti dei colletti bianchi europei (i quali probabilmente continueranno a sviluppare prodotti per i mercati americani), quanto per gli operai e per l’indotto, dato che il protezionismo obbliga già a livello di singoli stati americani e obbligerà a livello federale a spostare le linee di produzione europee oltre oceano per mantenere i prodotti a livelli di prezzi concorrenziali.

Altra conseguenza dell’interpretazione “economica” della globalizzazione è che lo Stato vorrà sempre di più controllare i mezzi della globalizzazione. Dopo le proposte inglesi e italiane di regolamentare Internet, è del 1 aprile la proposta Cyber security Act 2009, con la quale si cercherà, con la scusa del terrorismo, di imbavagliare la rete, controllare i singoli (statunitensi e non). Praticamente come viene fatto correntemente in tutti i paesi non democratici.

La risposta alla crisi non è nello staccare la spina al progresso della globalizzazione ma nell’investimento nel futuro dei cittadini globali, per i quali le parole chiave sono, tra le altre, istruzione, sanità, ambiente e informazione. Solo così si genereranno cittadini capaci di gestire il mondo globale al meglio.

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28 commenti a L’uovo e la gallina globale

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